Caccia al Cristo
pagg. 96
€12
€978-88-89969-90-8
Il libro
Dalle macerie di un paese sfinito come
il nostro riaffiorano dal silenzio vicende
che hanno dell’inverosimile. Leggende
post-moderne che si barcamenano tra
una tradizione svilita e una linearitÃ
logica ormai svuotata di senso.
In questo caso la vicenda di un pastore
che da anni viene scelto per fare il
Cristo alla Processione del Venerdì
Santo, e a nulla valgono le sue richieste
di non volerlo fare, di essere lasciato in
pace. Il meccanismo della tradizione è
ormai così ben collaudato che ogni anno
lui si vede costretto a tentare la fuga
sulle sue amate montagne. La fuga
innesca una caccia che diventa a sua
volta parte di una tradizione accanita e
sempre più folle, come in un circolo
vizioso che somiglia a un cappio e di cui
nessuno ormai è vero gestore e padrone. Caccia al Cristo è il racconto in prima
persona dell’ultima fuga, dell’adesione
quasi panteista a una natura sontuosa, di
leggende antiche e recenti, dell’incredibile
amicizia con un cane, delle avversità e
delle intemperie. Ma è anche una
riflessione in cammino sull’insensatezza
degli avvenimenti del mondo e su uno
strano tipo di «sapienza».
Paolo Morelli
Paolo Morelli vive a Roma. Ha
pubblicato Vademecum per perdersi in
montagna (nottetempo, 2003, tradotto
anche in Francia), Er Ciuanghezzù
(nottetempo, 2005), Classifica di notti
gagliarde (Jouvence, 2006).
È stato redattore dell’almanacco
«Il Semplice» (Feltrinelli) e della rivista
«L’accalappiacani». Anche performer
(Animali Parlanti, A passo di Walser,
Jazzcéline col musicista Mauro Verrone).
Collabora con «il manifesto» come
cronista calcistico.
un assaggio...
Quando ti scelgono non puoi fare niente, neanche provare a scappare perché loro sono in tanti.
Quando vengono i giorni che ti scelgono per fare il Cristo c’è poco da fare. Quando comincia la caccia, hai voglia a salire più in alto, portare il gregge più su. Ci provo tutti gli anni uguale, più che altro per dirmi che ci ho provato, e poi su fa ancora freddo, ma pure gli anni che non c’è freddo quelli partono in gruppo dal paese e fanno la battuta, come se io fossi un lupo o un cinghiale. Un anno ho lasciato le pecore ai cani e mi sono fatto le creste, ho dormito nelle grotte sotto le cime, mi sono seduto su un picco per un giorno intero, mi hanno preso per fame quasi dopo una settimana. Per quello adesso partono prima, l’anno scorso pure dieci giorni prima di Pasqua, tutti bardati e rifocillati, non li ferma nessuno. Manco se il tempo è brutto e nevica si fermano, o rimandano, vengono su con gli zaini pieni e le racchette da neve. E mi chiamano. Già io dormo male, di questi tempi dell’anno. Senza calcolare i giorni che mancano è come se li sento arrivare, già prima di sentire che mi chiamano una valle dietro l’altra. Col sonno leggero, una volta, ho sentito il mio nome che riempiva tutta la valle e ho provato a non chiamarmi così. Il fatto è che non so che fare, le ho provate tutte, sono quasi dieci anni che va avanti e che non so che fare.
Loro mi dicono che sono insostituibile, che un Cristo meglio di me non c’è. Prima ce n’era un altro ma no certo al mio livello, dicono. Non è solo una storia di somiglianza, dicono, gli occhi celesti e i capelli biondi, è quel nonsocchè, dicono.
Il nonsocchè io non lo capisco. Come faccio il Cristo io alla processione del venerdì di Pasqua non ce n’è nessuno, per loro, per quello s’accollano la salita e i sacrifici di venirmi a prendere, e secondo loro io dovrei fare il bravo, scappare e poi scendere in paese quando viene l’ora, dovrei collaborare se non ci avessi la testa dura. Loro non rispettano che non lo voglio fare, quando si mettono in testa una cosa sono loro che ce l’hanno dura, a questo ci arrivo pure se non ho tanto studiato.
Una volta, sento che mi chiamavano, e ho pure pensato di andare ai Carabinieri perché non è detto che uno deve fare sempre quello che vogliono loro, ma poi li ho visti arrivare che erano guidati dal maresciallo e dietro ci stavano pure i poliziotti. Io lo so che non c’è scampo, eppure non lo so che mi prende e scappo uguale, tutte le volte prendo un po’ di pane e formaggio e vado verso le cime. Quando si avvicinano quei giorni metto da parte da mangiare così posso durare di più, anche se so che alla fine devo scendere e andare con loro in paese.
Glielo strillo pure dalla cima, che non ci voglio venire, che non è obbligatorio, se ne trovassero un altro che sicuro ce n’è uno che va bene quanto e più di me per fare il Cristo nella processione. Glielo dico ogni volta che non mi piace, io in chiesa non ci vado mai e mi piace star su con le pecore, che facevano anche peccato a prendere un Cristo che fa i suoi peccati e non si confessa… Saranno vent’anni che non ci vado in chiesa e peccati ne ho fatti tanti, anche di quelli che è meglio non dirli, ma non mi sono mai confessato e allora si fa peccato mortale a portarmi giù con la forza e farmi fare il Cristo controvoglia, io glielo urlo su dalla cima.
Io certe volte coi sassi io ci parlo, ma con loro è peggio. Li sento che ridono, canzonano, strillano il mio nome e poi di scendere giù tanto non ho scampo che tanto tutto è pronto che lo devo fare. [...]
