Miccia corta
Una storia di Prima linea
Postfazione di Cristina Piccino e Roberto Silvestri
pagg. 232
€15
€978-88-89969-80-9
Il libro
Sergio Segio, il «comandante Sirio», è stato tra i fondatori di Prima linea, l’organizzazione armata che ha contato mille militanti e migliaia di simpatizzanti. In questo libro descrive una delle azioni più clamorose e audaci della lotta armata in Italia: l’assalto al carcere di Rovigo con cui liberò la sua compagna e altre tre detenute politiche.
Il racconto si snoda in una sola giornata, il 3 gennaio 1982, con un ritmo incalzante tipico delle migliori sceneggiature di film d’azione. Sullo sfondo si intersecano alcuni fotogrammi delle lotte e dei movimenti degli anni Settanta.
Da questo libro si è liberamente ispirato il film di Renato De Maria, con Giavanna Mezzogiorno e Riccardo Scamarcio, La prima linea
Con una nota inedita dell'autore alla nuova edizione e la postfazione di Cristina Piccino e Roberto Silvestri
Sergio Segio
Sergio Segio è impegnato da molti anni nel volontariato, particolarmente sui problemi del carcere, l'esclusione e le tossicodipendenze. Lavora con il Gruppo Abele. Dal 1997 al 2001 ha curato le edizioni dell’Annuario Sociale. È ideatore del Rapporto sui diritti globali che cura per Cgil, Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza, Arci, Legambiente e Antigone. Nel 2003 gli è stato conferito il Premio internazionale all’impegno sociale «Rosario Livatino». Ha promosso e diretto le riviste «Narcomafie» e «Fuoriluogo». Per l'editore Rizzoli ha pubblicato Una vita in Prima linea (2006).
un assaggio...
«Smettiamo di sparare e ci ripariamo dietro l’angolo. Il boato è forte quanto istantaneo, senza eco. Il rumore che rimane è quello dei vetri rotti, che cadono in un picchiettio di grandine.
Mi affaccio nella via e la sensazione di irrealtà si ingigantisce.
Via Mazzini è completamente buia, c’è un fumo così denso da sembrare notte, un pulviscolo infernale. Non si distinguono neppure i contorni. Cammino a tentoni su un tappeto di vetri. Lo scricchiolio prodotto dai passi rompe l’incanto e tutto sembra riprendere movimento.
Nella coltre fitta intravedo un barlume di luce, come l’uscita di una grotta sottomarina. Mi slancio in quella direzione, fino ad arrivare a ridosso del muro di cinta. Il foro che si è aperto è esattamente quello che mi aspettavo: circa un metro e mezzo di diametro, a quasi un metro da terra.
Entro.
È come passare dalla notte al giorno.
Al di là del buco non c’è un filo di fumo. Scavalco una piccola montagna di detriti e vedo alzarsi due sbuffi di polvere dai frammenti di mattoni davanti a me.
Contemporaneamente sento le detonazioni. Ma non sono le guardie, rimaste barricate nella torretta. Vedo le fiammate degli spari uscire da una finestra di fronte, dal secondo piano di una casa di via Mure Soccorso. Saranno venti metri. Sono completamente allo scoperto. Corro verso il recinto del passeggio e intanto sparo una breve raffica. Non miro alla finestra, anche se il fetente se lo meriterebbe, ma alla facciata.
Ed ecco spuntare Susanna. Arriva di corsa, un po’ piegata sulle ginocchia.
“Ben arrivate – le dico porgendole una pistola – occhio che c’è già il colpo in cannaâ€.
Dietro di lei, in gruppo, Marina, Loredana e Federica. Corrono alla breccia, mentre io indietreggio sparando in direzione della casa, dalla quale continuano ad arrivare proiettili. Sento Federica gemere mentre è piegata per uscire. È colpita a una caviglia, ma riesce a camminare lo stesso. Continuo a coprire, loro sono fuori. Le seguo, dopo aver esploso gli ultimi colpi verso la casa e la garitta.
Ed è di nuovo notte. Esco nel buio ancora fitto della polvere stagnante. Probabilmente sono esplose delle condutture, la A 112 è ridotta a un groviglio informe di lamiere, il selciato è interamente coperto di detriti. Per quel poco che si vede sembra una strada di Derry nel Bloody Sunday».
