Sergio Bologna
Ceti medi senza futuro?
Scritti, appunti sul lavoro e altro
pagg. 288
€19
€978-88-89969-37-3

 

Il libro
La crisi del ceto medio è uno dei grandi temi della politica nei Paesi occidentali. A lungo negato – soprattutto in Italia – e oscurato dalla grande visibilità e drammaticità del fenomeno dell’immigrazione, trova le sue radici nelle trasformazioni del lavoro e delle imprese. È la tesi di fondo di questi scritti, diversa dalle interpretazioni correnti che tendono a spiegare tutto con il fenomeno della globalizzazione.
Le trasformazioni del modo di lavorare e di organizzare la giornata lavorativa hanno prodotto un forte cambiamento antropologico, non privo di ricadute, anche economiche, sui soggetti che ne sono coinvolti.
L’attenzione e l’analisi di Sergio Bologna si concentrano sul lavoro autonomo, sul lavoro precario ma soprattutto sul lavoro «di conoscenza», su quei lavoratori più preparati e intellettualmente formati che vedono peggiorate le loro condizioni di vita e messe al macero le loro intelligenze. Per l’autore è qui che si annida il disagio più forte. Eppure ci sono segnali di trasformazione: poco a poco questi lavoratori e una parte del ceto medio sembrano prendere coscienza e cominciano a organizzarsi in forme sindacali e di autotutela.

Sergio Bologna
Sergio Bologna (Trieste, 1937) ha insegnato Storia del movimento operaio e della società industriale in diversi atenei in Italia e all’estero dal 1966 al 1983. Negli anni Settanta ha fondato e diretto la rivista «Primo Maggio». Dal 1985 svolge attività di consulenza per grandi imprese e istituzioni. Con Andrea Fumagalli ha curato il volume Il lavoro autonomo di seconda generazione (Feltrinelli, 1997). È tra gli animatori dell’Associazione Consulenti Terziario Avanzato (ACTA).

un assaggio...
stralcio Dalla Prefazione dell'autore

Questi scritti nascono sull’onda della pubblicazione Il lavoro autonomo di seconda generazione (Feltrinelli 1997), un libro, curato da me e Andrea Fumagalli, che all’inizio sembrò ben accolto. Dopo dieci anni, le tesi che espressi in quella sede sono però ancora più lontane dal comune sentire e dall’opinione dominante della Sinistra di quanto lo fossero allora. Pertanto, non trattandosi di esercitazioni sociologiche ma di opinioni politiche, non so bene dove il loro autore possa essere collocato. Diciamo che da parecchio tempo si sente un apolide e vive questa condizione felicemente. L’esperienza «operaista» degli anni Sessanta è stata per lui molto importante, gli ha dato strumenti di lettura della realtà ai quali è rimasto in sostanza fedele.
I valori cui questi scritti si ispirano sono i valori della democrazia. Di quella che si fonda sul rispetto per il lavoro, anzi sul lavoro tout court, come recita un dettato costituzionale che la realtà di ogni giorno sembra negare. Una democrazia che poggia sul capitale umano, sulle competenze, sulle pratiche di relazione – non sull’appartenenza di ceto, sulle risorse finanziarie, sull’affiliazione di partito. Per dirla con Karl Polànyi, una democrazia «che per noi non è un sistema di governo, ma una forma ideale di vita». Ne siamo lontani e rischiamo di allontanarcene sempre di più. Se mettiamo a fuoco la realtà quotidiana di milioni di lavoratrici e di lavoratori nati in questo Paese, la parola «diritti» – che sta in permanenza sulla bocca del ceto politico e sindacale – diventa un non senso. Mentre rendite e privilegi dispongono di ampie tutele.
Questi scritti non appartengono al genere «ricerche sul lavoro», non rientrano nel regime di osservazione del lavoro altrui, non hanno pretese «scientifiche». Sono riflessioni che nascono dalla mia esperienza lavorativa, professionale. In vent’anni di consulenza un po’ di postfordismo ho ben avuto modo di vederlo dall’interno, e la globalizzazione, quella ancor più da vicino, occupandomi di trasporto delle merci. Ho tenuto fermo il punto di partenza, una figura paradigmatica, quella del lavoratore indipendente, avventurandomi poi ad esplorare territori che quella figura è costretta o ama frequentare. Ma ho anche cambiato idea, quando l’agire collettivo mi ha fatto vedere prospettive che non avevo saputo cogliere. Il lettore troverà molte ripetizioni, gli sembreranno ossessive, me ne scuso, ma certe volte capita che l’interlocutore sia così sordo da dovergli ripetere cento volte la stessa cosa perché la capisca. Nonostante i miei anni, non è alla fine di un percorso che mi sembra di essere, ma all’inizio di un’epoca di cambiamenti.


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