a cura di Lanfranco Caminiti
Roma capoccia
Cronache di una metropoli in 23 scrittori
pagg. 224
€13
€888873872X

 

Il libro
Le cronache di Roma raccontate dagli scrittori che hanno partecipato all'innovativo esperimento narrativo della rivista «accattone».
Racconti di
Giosuè Calaciura, Rocco Carbone, Antonio Cipriani, Eleonora Danco, Tommaso Giagni, Tommaso Giartosio, Nicola Lagioia, Francesco Longo, Francesco Màndica, Aldo Nove, Tommaso Ottonieri, Francesco Pacifico, Valeria Parrella, Lorenzo Pavolini, Francesco Piccolo, Lorenza Pieri, Laura Pugno, Christian Raimo, Bia Sarasini, Elena Stancanelli, Domenico Starnone, Carola Susani, Emanuele Trevi.
Roma non è solo una città: è metafora, norma, paradigma, canone, testo, immaginario, meta e percorso dello sguardo, del cervello e dell'anima. Del linguaggio, accademico e comune. Ma è pure quotidianità. Si lavora, si fa l'amore, si canta, si cucina, si muore, si uccide. Come dovunque. Ma tutto ciò che è relativo in questa città, tutto ciò che è cronaca di questa città, tutto ciò che accade giorno dopo giorno in questa città non può non condividere un'aura di assolutezza. Di eternità. Di terreno e di sovrannaturale. È un privilegio assoluto vivere qui, è anche una fatica vivere qui. È un dono straordinario. Quasi insopportabile. Si può buttarlo via e restarvi indifferenti, distrarsene: è un modo di sopravvivervi. Si può restarne schiacciati, afasici, imbambolati: è un modo per viverci. Chiunque viva o sopravviva qui mostra il massimo dell’affezione e il massimo della distrazione verso ciò che lo circonda, in cui è immerso. È nello stesso tempo radicato e in esilio, è in esilio da ciò in cui è radicato. Sarebbe davvero un’estrosità, una stravaganza considerare solo «locale» e «stracittadino» quel che accade qui. Roma è capoccia.

a cura di Lanfranco Caminiti
Lanfranco Caminiti è stato l'ideatore e il direttore della rivista «accattone - cronache romane». Per le nostre edizioni ha curato (insieme a Sergio Bianchi) il libro Settantasette. La rivoluzione che viene (2004).

un assaggio...
1. Orizzonti di Gloria
Roma la prima volta che ci sono andato era nel 1996. Avevo sette anni in meno rispetto a oggi e nutrivo molte aspettative nei confronti della vita umana. Pensavo che mi sarei sposato con una pornostar e avrei chiuso i conti con l’esistenza nel giro di un paio d’anni, sfatto da una sessualità incongrua e sfrenata, dalle droghe e dall’alcool. Questa idea mi piaceva ma non è andata così. È andata molto diversamente. Ma torniamo al mio primo viaggio a Roma. Era il 1996. Dovevo firmare il contratto per la pubblicazione del mio primo libro, Woobinda, con l’editore Alberto Castelvecchi. Castelvecchi stava a Roma, e così ho preso il treno e, con inaudita felicità, sono venuto a Roma. Già in treno pensavo a com’era interessante andare un attimo a vedere Roma, questa città. Roma, io avevo iniziato ad amarla a otto anni, quando il mio cantante preferito era senz’altro Antonello Venditti.
2. Eyes Wide Shut
A otto anni per me Venditti era tutto. Non mi interessava nulla che non fosse Venditti. Vivevo di smarties e Venditti, il magico. Quando in un momento di distrazione da Venditti mi sono innamorato di una mia compagna di classe, una stupenda biondina di origini svedesi (davvero!), non sapevo come comunicarle il mio amore e le dissi che assomigliava a Venditti. Non mi comprese. Lasciai perder l’amore e continuai a ascoltare con devozione assoluta il grande Antonello. Avevo tutti i suoi dischi. Avevo anche comperato un numero monografico della rivista «Tutto» su Antonello Venditti. Allora, Venditti era sposato con Simona Izzo. Con il tempo, il loro matrimonio si è devastato. Quando si lasciarono soffrii. Poi mi sembra che Simona Izzo si è messa con Costanzo, e Venditti si è comprato una sala di registrazione dal valore di svariati miliardi di lire. Di Venditti mi piacevano in modo particolare Sara, Sotto il segno dei pesci, Lilly, Mio padre ha un buco in gola, Chen il cinese, Bomba o non bomba e ovviamente Roma capoccia. Da quella canzone capivo che Roma era una bella città, anche se mi turbava il finale della canzone, che dice «Roma capoccia der monno infame». Non capivo bene cosa volesse dire. Infame è una brutta parola. Quindi alla fine di un sacco di cose belle su Roma Venditti, mio idolo, rovesciava il senso di tutto quello che diceva gettando un’ombra appunto infame sulla città di cui parlava. In realtà quell’ombra dentro di me si era già formata anni prima attraverso la lettura spasmodica delle avventure di Asterix.
(dal racconto Venditti, pajata e «Roma ladrona», di Aldo Nove).

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