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Nanni Balestrini
Vogliamo tutto
Prefazione di Franco Berardi (Bifo)
pagg. 176
€13.5
€88-88738-39-8

 

Il libro
Vogliamo tutto è un ordigno linguistico di calcolata potenza e di trattenuta passionalità. Passione e ironia si intrecciano con dosaggio sapiente ed esplodono insieme, dando vita a un libro che si può leggere in molti modi: come un resoconto delle battaglie sociali del proletariato metropolitano, come un controcanto incalzante e talora balzellante al diffondersi dell’autonomia degli operai, come uno sguardo distaccato, o come un gesto di simpatia del linguaggio per la vita. Pubblicato per la prima volta da Feltrinelli nel 1971, Vogliamo tutto è la storia di un operaio arrivato dal Sud nella Fiat in ebollizione, la storia della scoperta della metropoli, della violenza e dell’oppressione capitalistica, della comunità proletaria che si forma, della rivolta che serpeggia e poi esplode. Il romanzo racconta in prima persona le vicende dell’emigrazione dal Sud e quelle della lotta operaia a Torino. La prima persona narrante è quella di un operaio che Balestrini ha fatto parlare e registrato coscienziosamente per poi rimixare il parlato con un ritmo che si piega all’intenzione di una poetica variegata, policroma e polifonica. Quella realizzata è un’operazione che non ha nulla a che fare con il populismo o con il realismo descrittivo. Il lavoro di smontaggio e rimontaggio segue le linee di una metodologia combinatoria che si esercita integralmente sulla materia linguistica con un «procedimento» calcolato. È qui la caratteristica assolutamente originale di questo scrittore, nel suo operare attraverso prelevamenti di materiale verbale pre-esistente alla scrittura. In questo senso si potrebbe dire che Balestrini è il primo poeta che non ha mai scritto una parola sua, perché le parole per lui sono materiale da ricombinare. Il gesto del poeta consiste nel prelevare parole dallo smisurato territorio verbale circostante, nel predisporne il funzionamento, il ritmo e dunque la potenza emotiva.

Nanni Balestrini
Nanni Balestrini, nato a Milano nel 1935, vive tra Roma e Parigi. Negli anni Sessanta è stato tra i principali animatori della stagione della «neoavanguardia». È autore di numerose raccolte di poesia e di romanzi di successo. La casa editrice DeriveApprodi sta procedendo all'edizione completa delle sue opere: per ora sono già stati pubblicati La violenza illustrata seguita da Blackout, Parma 1922, I furiosi.

un assaggio...
Io ho fatto tutti i lavori il muratore il lavapiatti lo scaricatore. Tutti li ho fatti ma il più schifoso è proprio la Fiat. Io quando sono venuto alla Fiat credevo che mi sarei salvato. Questo mito della Fiat del lavoro Fiat. Invece è una schifezza come tutti quanti i lavori anzi peggio. Qua ogni giorno ci aumentano i ritmi. Molto lavoro e pochi soldi. Qua pian piano si muore senza accorgersene. Questo significa che è proprio il lavoro che è schifoso tutti i lavori sono schifosi. Non c’è lavoro che va bene è proprio il lavoro che è schifoso. Qua oggi se vogliamo migliorare non dobbiamo migliorare lavorando di più. Ma lottando e non lavorando più solo così possiamo migliorare. Ce repusammo nu poco oggi ce ne iammo a fa’ ’na iurnata ’e festa. Parlavo in dialetto perché erano tutti napoletani meridionali. Che così capivano tutti perché lì la lingua ufficiale era il napoletano. Poi entriamo dentro e mentre entriamo dentro mi viene in mente una cosa. Mi faccio dare il cartello da Mario non so neanche che cazzo c’era scritto sopra di preciso. Mi viene uno sprazzo di fantasia adesso entro nella Fiat col cartello. Entro col cartello in una mano e il tesserino nell’altra. Perché per entrare bisogna mostrare il tesserino se sei dipendente o no. Se no chissà ci può andare dentro un bandito uno che vuole mettere una bomba. Il primo guardione mi guarda sorpreso a bocca aperta. È la prima volta in vita sua che vede un cartello dentro la Fiat passare i cancelli legalmente col tesserino Fiat in mano. Il capo dei guardioni mi viene incontro e dice Lei si fermi. Dici a me? Sì cosa fa con questo cartello? Con questo qua? faccio io. Lo tengo esposto. Ma non sa che non si può entrare coi cartelli? E dove sta scritto? Nei regolamenti non c’è questo fatto che non si può entrare coi cartelli perciò io entro. No non si può entrare. Ma allora questo è un arbitrio che non si può entrare lo stai decidendo tu adesso qua io invece entro. Questo cartello mi piace e me lo porto appresso. No non si deve entrare con cose che non c’entrano col lavoro. E allora perché quello lì entra col Corriere dello Sport che cazzo c’entra il Corriere dello Sport col lavoro e cogli operai. Questo cartello qua almeno interessa agli operai quel giornale lì non interessa a nessuno. Non me ne frega lei venga con me. E io dico Se lo poso il cartello posso entrare? Sì posi il cartello. Guarda che io lo poso qua fuori dal cancello. Così va bene? Entro dentro. Mi chiama ancora il capo dei guardioni Lei venga con me. Ma dove? Io devo andare a lavorare. Venga con me. Allora io lo prendo per la cravatta e gli dico Ma vieni tu invece con me. Lo trascino un po’ poi gli tiro un calcio nei coglioni un calcio nella pancia e lo butto a terra. Dico Non cacatemi il cazzo oggi si fa la lotta oggi andate a fa ’n culo tutti quanti. Tutti gli operai che entravano un boato uhhhhh come quelle tribù arabe. Tutti quanti che mi applaudivano. Poi dicono Scappa dentro dai se no ti individuano. Scappai dentro e andai nello spogliatoio Compagni oggi si fa la lotta adesso andiamo tutti a fare un grande casino.

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