19/03/2008 - Dentro e Contro. Punto di vista sportoperaista su Pechino 2008
di Claudio D'Aguanno
Premetto. Fossi uno dei 206 atleti italiani già selezionati per la Cina non ci penserei due volte a partire. Magari, proprio se il cuore batte di sdegno per Lhasa, non scorderei a casa guanti color arancio, scarlatto albicocca o vario arcobaleno. E dannerei l'anima a vincere.
Provengo da una generazione alquanto agitata, un tantinello scapestrata, poco calma e per nulla olimpica. Lo spirito della partecipazione decoubertiana, a quelli del mio giro, è sempre andato di traverso come l'etico spessore della ritirata aventiniana, dell'autoesclusione a saccocce vote, della sconfitta a tavolino per mancata presentazione. Nell'agonismo sfrenato dei nostri anni Settanta più che il boicottaggio della Fiat c'ha sempre intrigato il suo sabotaggio, più che lo sciopero da contratto confederale il gatto selvaggio sguinzagliato tra i reparti.
C'azzecca tutta 'sta tirata autonoma con la raccolta di voci, firme, petizioni autorevoli intercalate da fomentati ejaeja, pro monaci tibetani versus kermesse della «pace celeste»?
Il fatto è che per l'ennesima volta si torna appunto a parlare di boicottaggio delle Olimpiadi e il tema questa volta appare sui giornali sballottato tra l'emozione per il numero delle vittime in corso, il timore per quelle annunciate nonché, the show must go on, le quotazioni in borsa delle imprese colà coinvolte.
Nella sua drammaticità questa non è però una situazione granché originale. La storia dei giochi moderni è infatti strapiena di esclusioni, ritiri, anticampagne, picchettaggi e blocchi più o meno organizzati. Dopo la prima guerra mondiale ci vollero due, tre edizioni prima di normalizzare la «pacifica» competizione compromessa dal conflitto. Nel '28 ad Amsterdam il ritorno in pista della Germania provocò la diserzione della Francia dalla cerimonia inaugurale. Nel '36 andò male il tentativo di olimpiade proletaria a Barcellona ma a Berlino ci pensarono i quattro ori di Jesse Owens a mandare di traverso la festa ariana di Hitler. Nel '56 a Melbourne, per solidarietà con gli insorti di Budapest, s'assentarono svizzeri, spagnoli e olandesi. Stessa decisione presero gli atleti egiziani ma la loro protesta riguardava i tanks francoinglesi della crisi di Suez. A Monaco, quattro anni dopo Mexico City, se ne andarono i paesi africani incazzati scuri con la Nuova Zelanda e la sua politica conciliante col Sud Africa dell'apartheid. Le edizioni botta e risposta di Mosca '80 e Los Angeles '84 sono quelle più citate nelle cronache e completano, per difetto, il quadro.
Sfogliando l'album delle figurine risulta fitto fitto l'elenco delle contestazioni istituzionali ma, ragionandoci al riparo dalla polvere respirata in emeroteca, nessuna regge il match dei ricordi. Ognuna di queste «opposizioni di Stato», per quanto benedette dai media, c'appare oggi poca cosa, senza volto e sbiadita nel tempo, del tutto anonima rispetto a chi s'è battuto «dentro e contro» il circo olimpico. E nessun boicottaggio ha, non solo per noi, il potere evocativo dei pugni chiusi guantati di Tommie Jet Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri allo stadio Atzeca.
Se i militanti Black Power, allora, fossero rimasti a casa il nostro '68 sarebbe più povero. E senza il loro sabotaggio perfino il massacro in piazza delle Tre Culture sarebbe oggi meno presente nella memoria collettiva.
Segnala questo testo a un amico
Se vuoi inviare un commento scrivi a giornale at deriveapprodi

