13/11/2008 - Toxic asset – toxic learning
di Sergio Bologna
Nello spirito del ’68 – senza nostalgie né tormentoni
(dopo un incontro all’Università di Siena,
organizzato dal Centro ‘Franco Fortini’ nella
Facoltà di Lettere occupata, il 6 novembre 2008)
State vivendo un’esperienza eccezionale, l’esperienza
di una crisi economica che nemmeno i vostri genitori e forse nemmeno i
vostri nonni hanno mai conosciuto. Un’esperienza dura,
drammatica, dovete cercare di approfittarne, di cavarne insegnamenti
che vi consentano di non restarvi schiacciati, travolti. Non avete chi
ve ne può parlare con cognizione diretta, i vostri docenti
stessi la crisi precedente, quella del 1929, l’hanno studiata
sui libri, come si studia la storia della Rivoluzione Francese o della
Prima Guerra Mondiale.
Ho letto che l’Ufficio di
statistica del lavoro degli Stati Uniti prevede che nel 2009 un quarto
dei lavoratori americani perderà il posto.
Qui da noi
tira ancora un’aria da “tutto va ben, madama la
marchesa”, si parla di recessione, sì, ma con un
orizzonte temporale limitato, nel 2010 dovrebbe già andar
meglio e la ripresa del prossimo ciclo iniziare. Spero che sia
così, ma mi fido poco delle loro prognosi.
Torno da un
congresso che si è svolto a Berlino dove c’erano i
manager di punta di alcune delle maggior imprese multinazionali, con
sedi in tutto il pianeta, gente che vive dentro la globalizzazione, che
dovrebbe avere il polso dei mercati, gente che tratta con le grandi
banche d’affari e con i governi. Mi aspettavo un po’
di chiarezza, qualche prognosi meditata. Balbettii, reticenze, sforzi
per minimizzare, qualcuno che fa saltare la conferenza
all’ultimo minuto perché richiamato
d’urgenza. Pochissimi quelli che hanno parlato chiaro dicendo
che la cosa è molto seria, che nessuno sa come
andrà a finire e che le conseguenze potrebbero essere
catastrofiche.
Ma voi vi occupate – giustamente
– dei tagli alla spesa universitaria e tutti vi applaudono,
docenti in testa e politici d’opposizione e magari anche
qualcuno della maggioranza, siete scesi in piazza autonomamente e tutto
sommato tira un’aria di consenso attorno a voi. Non era
così nel ’68, forse perché allora un
po’ di violenza c’era, in parte provocata dal
comportamento dello stato o delle forze dell’ordine. Ma quel
che di buono c’era allora, di eccezionale, era la grande
voglia di capire il mondo che avevano gli studenti. In Francia erano
partiti dalle tasse universitarie, dal discorso della riforma degli
studi ma tutto sommato quel che volevano era molto di più,
volevano darsi gli strumenti per cambiare le cose, volevano capire cosa
succedeva nei paesi comunisti, o nell’America Latina dove sei
mesi prima Che Guevara ci aveva lasciato la pelle, volevano capire a
cosa portava la politica di Piano del governo gollista, che
cos’era un sindacato operaio, volevano vedere come funzionava
una fabbrica e come parlavano gli operai dentro, come funzionava un
ospedale e come venivano trattati i malati. E’ questa grande
voglia di sapere, questa sconfinata ambizione di sapere, questa utopica
sfida alle capacità della propria conoscenza, che io non vedo
tra di voi. O, meglio, che all’esterno non si vede, non si
percepisce.
Volete salvare l’Università,
così com’è? Spero di no.
Com’è oggi non vale una messa, come si dice. Oggi si
taglia malamente, d’accordo, ma ieri si è speso
peggio e tutti i governi ci hanno messo del suo.
L’Università si è allargata come
un virus, qualunque cittadina con un sindaco un po’ dinamico
riusciva ad avere il suo pezzetto d’Università.
L’Università come retail. Alla
qualità della spesa nessuno ha pensato e ben presto
è nato il sospetto che questo meccanismo dilatatorio non
fosse – come ci raccontavano – animato dalla nobile
intenzione di fare della conoscenza una merce a portata di mano ma dal
meschino proposito di creare cattedre con il loro corollario di posti
precari e malpagati. Se non temessi d’essere frainteso vi
direi: “La difendano loro questa Università, i
professori”. Voi che c’entrate? Avete mai avuto modo
di partecipare sia pure alla lontana alle decisioni che sono state alla
base della configurazione dell’Università
com’è oggi? Finora, con le vostre tasse avete pagato
un servizio sulla cui qualità ed efficienza non esistono
parametri di valutazione di cui possiate disporre per chiederne il
miglioramento. “Mangia questa minestra o salta da quella
finestra”. E quasi uno studente su due salta, il tasso di
abbandono nell’Università italiana – leggo
sul sito www.lavoce.info – è vicino al 50 per cento.
E chi inizia gli studi e li abbandona sapete bene che è un
soggetto ad alto rischio di disadattamento. Una volta, quando la lingua
italiana aveva ancora un tono popolare, si diceva “E’
uno spostato”.
“Gli studenti italiani
potrebbero fare causa a metà degli atenei italiani per i
servizi che offrono”, scrive Roberto Perotti, nel libro L’Università truccata
(Einaudi, Torino 2008) – un libro che spero tutti voi abbiate
almeno scorso. A leggerne le prime 90 pagine vien da pensare che
qualche abbandono può essere stato provocato dallo schifo di
fronte a certe situazioni di nepotismo e di corruzione. Un libro che
sfata alcuni miti, che combatte alcuni luoghi comuni, come quello delle
scarse risorse dedicate in Italia all’Università.
Sono scarse se si calcola l’ammontare della spesa diviso per
il numero di studenti iscritti ma se invece si assume come parametro
non il numero degli iscritti ma di quelli che frequentano veramente a
tempo pieno, l’Italia sarebbe ai primi posti nel mondo.
Ma molti di voi potrebbero dirmi che la lotta contro i tagli al budget
universitario è solo un veicolo per esprimere a livello di
massa e con facile consenso opposizione al governo Berlusconi. Dunque
non di bassa cucina si tratterebbe, non di volgari valori economici, ma
di alta politica. E come nel ’68 gli studenti francesi avevano
lottato in definitiva contro il Generale De Gaulle, così
quarant’anni dopo gli studenti italiani lotterebbero contro il
Cavaliere Berlusconi. (Per inciso debbo dire che mai due si sono
assomigliati di meno, il Cavaliere anche coi tacchi rinforzati non
sarebbe arrivato alla cintola del Generale, l’uno alto alto,
rigido e solenne come una statua di cera, l’altro piuttosto
basso e tarchiato, gesticolante a dentiera scoperta). Ma se questa
è l’alta politica che vi spinge all’azione
mi sentirei in tutta franchezza di dirvi “scegliete un
percorso diverso” perché altrimenti rischiate di
farvi usare come carne da macello da coloro che condividono con la
Destra il pensiero strategico sottostante alle scelte economiche della
Seconda Repubblica e dunque sono sostanzialmente corresponsabili della
crisi attuale e delle sue conseguenze future. Ciò che
minaccia il vostro futuro non è soltanto il governo della
signora Gelmini ma un pensiero economico bipartisan che non ha
mai saputo né voluto mettere vincoli o imporre regole a una
gestione del sistema finanziario dove nulla ormai assomiglia a un
mercato ma tutto assomiglia a un gioco d’azzardo con i soldi
dei lavoratori e della middle class che vive del proprio
lavoro. Un sistema che è stato capace di creare ricchezza
fittizia e di distruggere ricchezza reale in misura mai vista nella
storia recente. Un sistema la cui follia era già evidente a
tutti almeno dallo scoppio della bolla del 2001, un sistema che
premiava i manager che gestivano le imprese non per farle crescere ma
per farle dimagrire, aumentandone il valore di borsa a furia di
licenziamenti del personale, per rivenderle e intascare fior di premi e
plusvalenze. Un sistema che in nome dell’efficienza e della
competitività distruggeva soprattutto le competenze, il
capitale umano (quando si licenzia per diminuire l’incidenza
dei salari si comincia dalle posizioni meglio retribuite,
cioè dagli impiegati e tecnici più anziani e con
maggiore esperienza). Un sistema che ha riprodotto nella
società le abissali differenze di reddito esistenti nelle
grandi aziende (manifatturiere o di servizi che siano) e che quindi ha
ridotto l’Italia in un paese con i maggiori squilibri tra la
parte più ricca e quella meno ricca della popolazione, come
ben testimonia l’indagine Bankitalia sulle famiglie italiane.
Un sistema che ha consentito “a chi lavorava nella finanza di
guadagnare già nel 2000 il 60 per cento in più
rispetto agli altri settori” – scrive Esther Duflo,
che insegna al MIT di Boston - e aggiunge:
“Il problema
delle remunerazioni è stato ovviamente affrontato negli Stati
Uniti quando si è discusso il piano Paulson, che autorizza il
governo americano a spendere 700 miliardi di dollari per acquistare i toxic asset rifiutati
dai mercati. Sembra ingiusto far pagare ai contribuenti il disastro
creato da coloro che in un’ora guadagnavano 17mila
dollari”,
e conclude il suo intervento con queste parole:
“Osservando gli avvenimenti di questi giorni vien voglia di
mandare a casa certi nostri amministratori delegati del settore
finanziario. Speriamo almeno che la fine dei guadagni esorbitanti
incoraggi i giovani a dedicarsi ad altri settori dove i loro talenti
potrebbero essere più utili alla società. La crisi
finanziaria potrebbe farci cadere in una recessione grave e prolungata.
L’unico vantaggio potrebbe appunto essere quello di un
migliore impiego dei nostri giovani più dotati”.
Le elezioni americane, portando alla presidenza Barack Obama, sono
state una bella reazione a questa insopportabile situazione e fareste
bene a riflettere in seminari di autoformazione su quel che è
accaduto negli Stati Uniti. Tutta la stampa e l’opinione
corrente è unanime nel dire: “E’ accaduto
un fatto nuovo perché è stato eletto un nero, un
afroamericano”. Soliti giudizi superficiali, da semianalfabeti
della politica. Queste elezioni sono state importanti perché
dopo circa 30 anni – dai tempi di Reagan – la
tematica di classe è stata al centro del dibattito. Non del
proletariato, ma della middle class (di cui fanno parte anche
strati operai di grande fabbrica), cioè di quel ceto medio
che per più di un secolo ha fatto da collante alla
credibilità dell’american dream e che da
alcuni anni – proprio in conseguenza dei processi scatenati da
una forma di capitalismo senza regole e senza etica, un capitalismo di
avventurieri e di giocatori d’azzardo – ha
subìto un processo d’impoverimento che non trova
paragoni se non nella grande crisi del 1929. Contro questa tendenza
alla disgregazione sociale e all’impoverimento della middle class hanno
cominciato a battersi da alcuni anni molte iniziative civiche (tra le
tante quella messa in piedi dalla nota giornalista e scrittrice Barbara
Ehrenreich con il sito www.unitedprofessionals.org). Barack Obama ha
colto questo disagio, questo malessere, e ne ha fatto il suo tema
dominante. Non ha parlato, come ormai ci hanno abituato questi bolsi,
stucchevoli, “politicamente corretti” leader della
cosiddetta Sinistra, di “quote rosa”, di gay, non ha
parlato di bianchi e di neri, di aiuole pulite e di biciclette,
è andato al sodo, ha puntato il dito sui disastri del
neoliberalismo selvaggio, ha fatto per la prima volta dopo 30 anni un
discorso di classe. E ha vinto riuscendo a portare alle urne anche i
giovani, che al 70 per cento hanno votato per lui. Ha colto la grande
tendenza dell’epoca, quella che da tempo cerco di chiarire a
me stesso ed agli altri nei miei scritti sul lavoro (l’ultimo
mio libro si intitolava Ceti medi senza futuro? e non se l’è filato nessuno).
Sono convinto che la lotta che state conducendo potrebbe essere utile a voi stessi e agli altri se ne approfittaste per crearvi un vostro sistema di pensiero,
per procurarvi strumenti critici in grado di capire
com’è accaduto quel che è accaduto e quali
sono stati i perversi meccanismi che in questi ultimi
vent’anni hanno dominato l’economia, senza che
venissero contestati né da Destra né da Sinistra
– a parte qualche voce isolata di studioso. “Un
sistema che si autoregola, per questo esistono le Authorities”
- recitava la litania liberista in questi anni. Balle!
Basterà dire che lo scandalo Enron, che spesso viene portato
ad esempio della severità con cui il sistema USA punisce le
aziende dal comportamento irregolare, non sarebbe mai scoppiato se una
donna che era membro del Consiglio di Amministrazione non avesse deciso
di “cantare”, di svelare gli imbrogli. Una
“gola profonda” è stata
all’origine di tutto, non certo l’FBI! Negli
anni della forsennata privatizzazione (1992/93) con cui
l’Italia ha messo nelle mani di nuovi raider della finanza immensi patrimoni pubblici (leggetevi a questo proposito il libro di Giorgio Ragazzi I signori delle autostrade,
Il Mulino, Bologna 2008 – ma lo stesso se non peggio potrebbe
dirsi di Telecom), suggellando il suo “golpe bianco”
con l’accordo sindacale del luglio 1993 grazie al quale oggi
abbiamo i salari d’ingresso più bassi
d’Europa, non erano certo personaggi della nuova Destra a
menare la danza ma uomini come Romano Prodi ed altri ex manager
pubblici. A beneficiarne sono stati i Tronchetti Provera, i Benetton, i
Colaninno, i Gavio – li ritroviamo tutti guarda caso oggi
nella vicenda Alitalia. L’Università di Siena ha la
reputazione di essere un centro di eccellenza nelle discipline
economiche e bancarie. Vi hanno mai parlato di queste storie e come ve
ne hanno parlato? E della crisi odierna che vi dicono? Che è
una solita crisi ciclica, forse un po’ più acuta ma
in sostanza è tutto normale, razionale, un po’ di
eccessi magari ci sono stati ma il sistema è saldo,
è sano. Questo vi dicono? Non vi dicono che questo sistema,
questi meccanismi, creano, stabilizzano, consolidano le disuguaglianze
sociali, le ingiustizie sociali? Non vi dicono che questo sistema
umilia, calpesta le competenze, il capitale umano? Che è
l’esatto contrario della knowledge economy di cui si
riempiono la bocca, l’esatto contrario di un sistema
meritocratico? E se non ve le dicono queste cose, se continuano a
raccontarvi le solite favole di Cappuccetto Rosso, se continuano a
farvi flebo d’ideologia liberista – allora mandateli
loro a protestare nelle piazze per i tagli
all’Università.
Questa vostra lotta ha un senso se è un passo in avanti, se diventa atto costitutivo di un processo di autoformazione.
Quel che è avvenuto in questi mesi non è mai
accaduto nell’ultimo secolo e cioè che istituzioni e
persone le quali hanno prodotto danni incalcolabili (pensate soltanto
ai fondi pensione che si sono volatilizzati con questa crisi!) invece
di essere punite ed i loro beni sequestrati, sono state salvate senza
che lo stato, che ha fornito i mezzi per salvarle, assumesse il
controllo di queste istituzioni. Un regalo di enormi proporzioni agli
avventurieri, ai ladri, una terribile lezione morale per le nuove
generazioni. (Non che la gestione pubblica sarebbe stata migliore, in
Germania le peggiori nefandezze le hanno commesse alcune banche
pubbliche come la Landesbank della Baviera).
C’è stato qualcuno che vi ha chiamato in piazza per opporvi a questa vergogna?
Ma ha ragione in un certo senso anche chi dice: “che cosa si
poteva fare d’altro?” Nessuno infatti ha saputo o
voluto in questi anni immaginare una società diversa che non
fosse un’utopia. Alternative globali nessuna, solo strategie
di sopravvivenza. Ed è sostanzialmente questo che vi propongo
anch’io: costruendo percorsi comuni di autoformazione
costruite anche delle reti, vi liberate pian piano dalla costrizione
all’isolamento, dall’individualismo e soprattutto
dall’illusione che “una buona preparazione
universitaria”, corredata magari da qualche corso o master
post laurea, possa mettervi al riparo dalla crisi, dalla
sottoccupazione o dall’umiliazione di vedervi trattati dal
datore di lavoro come un puro costo.
In un paese dove i salari
d’ingresso, quelli dei primi assunti, sono i più
bassi d’Europa, la preparazione conta assai poco. I precari, i
lavoratori a tempo determinato, hanno delle remunerazione parametrate
su quelle dei primi assunti. Dunque anche loro sono pagati peggio che
altrove. E le vostre generazioni rischiano di andare avanti con
lavoretti precari fino ai 40 anni. Pertanto è pura demagogia quella di coloro che parlano di democratizzazione degli accessi,
che difendono di questa università il fatto che possono
iscriversi anche i figli di famiglie povere. Il problema non
è la massificazione della popolazione studentesca ma il fatto
che il capitale umano di un laureato non vale una cicca sul mercato del
lavoro! O i giovani riacquistano un minimo di forza
contrattuale sul mercato del lavoro oppure
l’università sarà solo un frigorifero di
disoccupati, un osceno apparato di puro controllo sociale. Pesanti le
responsabilità sindacali per questa situazione. Miope e
meschina la strategia del padronato italiano da vent’anni a
questa parte. Squallido il mondo dell’informazione che su
questa realtà tace o si sofferma di sfuggita.
Quarant’anni fa gli studenti sono andati nelle fabbriche,
negli uffici, nei laboratori di ricerca, negli ospedali, nelle aule dei
tribunali, nelle redazioni dei giornali a vedere come funziona il mondo
reale, non si sono accontentati di lasciarselo raccontare, non hanno
fatto visite guidate. Ficcatevi nei processi reali ovunque se ne
presenti l’occasione! Usate la grande risorsa del web per
procurarvi le notizie alla fonte, per attingere a visioni critiche del
mondo, anche se questo esercizio talvolta vi costringe a rovistare
nella spazzatura di Internet. Gli Stati occidentali che hanno
smantellato i sistemi di welfare si sono ridotti a ingoiare toxic asset, voi cercate di non inghiottire toxic learning! Avrete già fatto un passo in avanti per vivere meglio.
Organizzate incontri con quelli che hanno alcuni anni più di
voi, fatevi raccontare come vengono accolti dal mondo del lavoro,
quando escono dall’Università. Frequentate i blog
dove la gente racconta le proprie esperienze di lavoro, chiedetevi
seriamente se val la pena di studiare in
un’Università com’è fatta oggi
oppure se non sia meglio costruire processi di autoformazione e di
controinformazione. Scatenate la fantasia nel creare un’estetica della protesta,
efficace, aggressiva, non ripetitiva, le forme della comunicazione sono
state uno degli strumenti vincenti delle lotte del proletariato nel
Novecento, ripercorrete le spettacolari performances degli
occasionali dello spettacolo francesi che hanno tenuto duro per un paio
d’anni, buttate nella spazzatura vecchi slogan, scanditi
stancamente, parole d’ordine che sono ormai diventate
banalità che fanno venire il latte alle ginocchia. Ai vostri
colleghi che affollano le facoltà di comunicazione non viene
nulla in testa?
Ho insegnato all’Università
per quasi vent’anni, quando mi hanno cacciato non ho fatto
nulla per restare, per difendere la mia cattedra, gli ultimi due anni
d’insegnamento li ho passati all’Università
di Brema, ormai un quarto di secolo fa. Ci sono tornato in questi
giorni perché un mio collega di allora prendeva congedo
definitivo dall’insegnamento e andava in pensione un anno
prima del termine previsto dalla legge in Germania. Aveva rinunciato,
com’è d’uso, alla lectio magistralis.
E nelle poche parole di congedo davanti a un centinaio di amici e
colleghi ha voluto dire perché se ne andava in anticipo.
“ho fatto il Preside di Facoltà in questi ultimi
cinque anni, mi ci sono dedicato completamente, pensando di fare il mio
dovere, non ho avuto tempo né di studiare né di
tenermi aggiornato, non me la sento di tornare a insegnare per dire le
stesse cose di cinque anni fa, non me la sento per onestà
verso gli studenti”. Quanti docenti italiani farebbero lo
stesso? Questi fanno i Ministri e poi tornano tranquillamente a
insegnare, specialmente se vengono da governi di centro-sinistra.
Malgrado l’Università italiana sia un luogo da cui
sono contento di essermene andato, sia un luogo che umilia le
intelligenze invece di stimolarle, credo che siano ancora tanti i
docenti e molti i ricercatori con i quali voi potete stabilire un patto
di formazione negoziata. Le dinamiche di coalizione che si creano
durante un processo rivendicativo, durante una protesta che chiede la
restituzione di qualcosa – come la maggior parte delle
proteste che nascono da situazioni difensive e non da
un’iniziativa preventiva – sono molto fragili e
rischiano d’impoverirsi e irrigidirsi, troppo focalizzate
sull’obbiettivo. Pertanto occorre pensare ad attivare processi
di continuità, svincolati dall’obbiettivo.
Francamente, se la 133 viene ritirata la vostra condizione di fondo non
cambia. E’ questa condizione che dovete cambiare.
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