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03/04/2008 - 6. Condizioni e identità del lavoro professionale

di Sergio Bologna

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Viene rimproverato, non solo ai circoli organizzati di donne ma a molti soggetti che se ne sono fatti promotori, che il metodo dell’ascolto sarebbe un escamotage per evitare il problema dell’insufficiente rappresentanza di ampi strati del lavoro oggi. Poiché non ci sarebbero voci autorevoli di rappresentanza collettiva, si sarebbe ricorso al piccolo trucco di ascoltare le voci individuali, con il rischio di generalizzare casi personali. In realtà il metodo dell’ascolto è una protesta contro l’inutile proliferare di «osservatori» e contro la dilagante abitudine a pensare che il discorso sul lavoro e dunque la sua regolazione sarebbero compito esclusivo e riservato di giuslavoristi, economisti e sociologi del lavoro, considerati gli unici in grado di sussurrare buoni consigli all’orecchio distratto dei politici, con i quali condividono la responsabilità dei miseri risultati delle politiche attive del lavoro che insieme hanno architettato. «Tranne in Italia!» – esclamerebbe indignato qualche celebre sociologo del lavoro, di quelli che da anni si ostinano a voler dimostrare che le politiche del lavoro messe in campo dai nostri governi come «politiche della flessibilità» avrebbero realizzato il miracolo di una società che, pur essendo in declino e con una crescita economica tra le più basse della Ue, avrebbe dimostrato di saper far crescere l’occupazione. Per fortuna ci sono anche sociologi ed economisti che hanno fatto notare come l’aumento sia stato in buona parte apparente perché dovuto alla regolarizzazione degli immigrati. Ma ancora nessuno (tranne che nelle poche pagine del mio libro) ha posto il problema di «dove» è aumentata l’occupazione, non come ramo d’attività (anche le pentole sanno che è soprattutto in edilizia) ma in quale tipo di imprese – grandi, medie, piccole, micro, individuali – è avvenuta questa crescita. Di questo aumento dell’occupazione (sebbene ridimensionato rispetto agli entusiasmi iniziali) dobbiamo ringraziare i signori Profumo, Montezemolo, Tronchetti, Colaninno o il fornitore del fornitore del fornitore del signor Brambilla? Diversi indicatori ci dicono che da un lato sono le microimprese, quelle al di sotto dei nove dipendenti, che assorbono occupati con forme di lavoro salariato sia a termine che a tempo indeterminato, dall’altra le cosiddette ditte individuali e i liberi professionisti con Partita Iva, che assumono dei collaboratori. Certuni considerano queste categorie con sospetto, vogliono a tutti i costi vederle in declino e agitano al vento le solite statistiche aggregate sul lavoro autonomo che non distinguono indipendenti di prima e seconda generazione.
Da un anno circa, diciamo dall’entrata in carica del governo Prodi e del suo valente Ministro del Lavoro Cesare Damiano, si stanno – complice Confindustria – ponendo le premesse per una sospetta operazione di redistribuzione dei redditi, costruita sulla seguente sequenza logica. Enunciato n. 1: «i salari dei dipendenti sono fermi da anni, i redditi degli autonomi crescono a razzo»; enunciato n. 2: «i dipendenti pagano le tasse, gli autonomi le evadono»; enunciato n. 3 : «per trovare le risorse necessarie ad aumentare i salari ai dipendenti, aumentiamo il carico fiscale degli autonomi». Oltre che aberrante è ridicolo. Quale la sequenza giusta? Enunciato n. 1: «dagli accordi del luglio 1993 in poi tutto è stato fatto per introdurre la moderazione salariale nelle imprese rappresentate da Confindustria»; enunciato n. 2: «le imprese hanno incassato, aumentando i profitti a record storici, diminuendo l’occupazione in assoluto, privilegiando l’occupazione atipica, delocalizzando all’estero e ponendo le premesse per un’evasione fiscale legale»; enunciato n. 3: «adesso che si sono ingrassate, possono mettere mano alla borsa, rispettare le scadenze contrattuali e aumentare i salari». Invece la distorsione del buon senso è tale per cui sembra che gli unici a non dover tirar fuori i soldi siano i padroni. I soldi per i salari dovrebbe tirarli fuori lo Stato, sotto forma di agevolazioni, sussidi, crediti d’imposta e quant’altro o i lavoratori autonomi, tra i quali certamente alcuni, quelli appartenenti alla prima generazione, hanno possibilità di evadere quando i loro clienti sono persone singole («se le faccio fattura lei paga di più») mentre altri non hanno materialmente, contabilmente, nessuna possibilità di farlo in quanto i loro clienti sono imprese o enti che debbono documentare le uscite, e possono in tal modo diminuire il loro imponibile fiscale. Ma l’altra categoria che viene bastonata sono coloro che lavorano con contratti a prestazione, i «creativi», quelli dell’intermittenza perenne.
Si straparla di «precari» e di «parasubordinati», di «contratti unici» e di «stabilizzazioni» ma non si parla mai di soldi. Quanto guadagna all’ora un lavoratore freelance intermittente? Per rispondere occorre sapere quante ore lavora – quando lavora. Allora prendiamo un esempio banale, settore dei media, entertainment, cinema, televisione oppure settore dell’allestimento (di mostre, sfilate, eventi ecc.). Quando si lavora si sgobba 13/14 ore al giorno e talvolta di più, sono settimane lavorative da 80 ore! Avete capito bene voi politici, voi sindacalisti, voi giornalisti e voi sociologi! 80 ore alla settimana! E vorreste trasformare i contratti in tempo indeterminato? Vorreste far lavorare la gente 240 ore al mese? Dividiamo i compensi per quelle 80 ore settimanali, compensi normalmente forfettari, «a corpo», a prestazione. Diciamo che in una settimana ti fai 2000,00 euro. Bel colpo, no? Sono 25,00 euro all’ora, dai quali devi detrarre i contributi, l’Irpef, il commercialista e via di seguito, ti rimangono netti in tasca 20,00 euro per ora lavorativa. Poi non lavori per una, due settimane.
Dobbiamo smetterla di parlare di «precariato», questo termine che non vuol dire più niente, ormai inglobato nelle parole-chiave degli uffici di comunicazione dei candidati premier. E, infatti, appena lo pronunciano, pensano di aver risolto il problema o di avergli prestato attenzione e non aggiungono altro. Non chiamatevi più «precari» e il Santo mandatelo in soffitta! Chiamatevi lavoratori, semplicemente, lavoratrici e lavoratori del postfordismo.

Questo testo è un sunto: appartiene a una serie di riflessioni - di L. Cigarini, C. Marazzi, K. Neundlinger, D. Banfi, L. Romano, S. Bologna - in forma di opuscolo sul saggio di Sergio Bologna Ceti medi senza futuro?
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L'illustrazione è di Pierre Martin

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