31/03/2008 - 5. Condizioni e identità del lavoro professionale
di Luca Romano
La microimpresa non è un’impresa? Discutendo del futuro del lavoro e di ceti medi
Con il postfordismo si affermano reti e filiere come strutture di cooperazione mediate dal mercato, ma da esso distinte organizzativamente, in cui la prestazione di lavoro è indipendente dalla cornice giuridica di definizione dell’impresa. Si può obiettare che comunque alla fine la chiusura operativa del ciclo è costituita dal mercato e dall’impresa, ma non che non si sia aperto uno spazio di manovra tra questi, il lavoro e il valore prodotto. La costellazione del valore, in altri termini, può assegnare ruoli e funzioni a forme di organizzazione in cui vi è piena coincidenza tra “lavoro” e “impresa” convenzionalmente attribuendo a quest’ultima il primato terminologico.
Solo una conoscenza qualitativa del tipo di lavoro dipendente che si è creato in Italia nell’ultimo quinquennio può dare delle indicazioni fondate sul suo grado di stabilità e di tutela; ma, ciò detto, è proprio a questo punto che abbiamo una carenza molto forte di elementi valutativi perché mancano delle indagini sistematiche e contestualizzate sulle forme di qualità, nel senso di stabilità e di sviluppo, delle forme di lavoro che sono molto condizionate dalla filiera, dalle reti sociali, dal territorio e dalle forme soggettive di competenza e di relazione che le caratterizzano.
Il “lavoro autonomo” di nuova concezione ha introiettato alcune componenti che servono a definire il concetto di impresa, come quella di rischio, competenza, organizzazione del lavoro e relazione. E’ evidente che la microimpresa che adotta questi elementi per la creazione di valore è di natura strutturalmente incompatibile con quelle miniaturizzazioni che servono soltanto a scaricare oneri del capitale, la parte low cost della catena delle forniture all’impresa leader.
Rimangono due questioni. Il fatto che la microimpresa partecipa all’economia della conoscenza con lo strumento che è stato denominato in letteratura come open innovation. Il fatto che più l’impresa è di piccole dimensioni più l’economia della conoscenza che la sostiene è opaca per motivi di concorrenza. La “scoperta” diventa un fattore competitivo, per cui non si vuole brevettarla, a differenza di chi dice che non si può brevettarla.
Un ennesimo punto di distanza dalla competitività raggiunta dalla rivoluzione postfordista è quello della logistica. Essa si configura come la conferma più forte della nuova organizzazione del lavoro e dell’interazione che questa ha con la varietà dimensionale e funzionale delle imprese.
Perché distinguere in modo così energico la microimpresa dal lavoro autonomo di seconda generazione quando gli effetti pratici della subordinazione alla committenza sono identici e, invece, ben altra divisione passa tra finanziarizzazione da un lato e centralità del lavoro, della competenza professionale, della qualità dall’altro? In altri termini è la piattaforma fiscale e l’adeguazione del welfare che accomuna queste diverse forme di autoimprenditività del lavoro, al di là degli aspetti nominalistici. La terza obiezione riguarda il postfordismo dei distretti del made in Italy. Le ricerche della Fondazione Edison ci danno tutt’altre indicazioni.
Perché darli per finiti senza vedere le forme evolutive? E’ davvero inesorabile la loro finanziarizzazione (come segnalato più volte)? Non si può sottovalutare il fatto che sono tra i pochi protagonisti proprio dell’apprendimento del supply chain management auspicato.
Oggi la cooperazione del lavoro non è neppure pensabile senza uno schema di competizione i cui giochi sono comunque mediati dal mercato. E le coalizioni del postfordismo molecolarizzano le coalizioni intra moenia e estendono e articolano quelle extra moenia. In questo senso la sequenza del fordismo – prima organizzo e rappresento la cooperazione del lavoro e poi mi confronto con il mercato – è totalmente rovesciata in un sistema in cui la cooperazione del lavoro è costantemente mediata dal mercato.
Il mancato aggiornamento della rappresentanza è del tutto coerente con le mancate riforme istituzionali. Lo spazio al territorio e l’articolazione a nuovi soggetti di rappresentanza sono passaggi ineludibili per un nuovo assetto delle relazioni di lavoro all’altezza del postfordismo. Oggi il dramma della rappresentanza sociale ed economica dell’impressa e del lavoro è la sua totale finalizzazione conservatrice. Non c’è spazio per le minoranze innovative, né per le coalizioni che alimentano, né per i processi federativi e cooperativi che innescano.
Questo testo è un sunto: appartiene a una serie di riflessioni - di L. Cigarini, C. Marazzi, K. Neundlinger, D. Banfi, L. Romano, S. Bologna - in forma di opuscolo sul saggio di Sergio Bologna Ceti medi senza futuro?
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L'illustrazione è di Pierre Martin
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