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31/03/2008 - 5. Condizioni e identità del lavoro professionale

di Luca Romano

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La microimpresa non è un’impresa? Discutendo del futuro del lavoro e di ceti medi

Partiamo dalla tesi più radicale: la microimpresa non è un’impresa ma è lavoro autonomo organizzato. Le definizioni del diritto civile distinguono con una precisione terminologica inequivocabile l’attività imprenditoriale per la sua natura condivisa con altri (art. 2083 del Codice) dal lavoratore autonomo che esegue personalmente l’opera, senza avvalersi di altri (art. 2222).

Con il postfordismo si affermano reti e filiere come strutture di cooperazione mediate dal mercato, ma da esso distinte organizzativamente, in cui la prestazione di lavoro è indipendente dalla cornice giuridica di definizione dell’impresa. Si può obiettare che comunque alla fine la chiusura operativa del ciclo è costituita dal mercato e dall’impresa, ma non che non si sia aperto uno spazio di manovra tra questi, il lavoro e il valore prodotto. La costellazione del valore, in altri termini, può assegnare ruoli e funzioni a forme di organizzazione in cui vi è piena coincidenza tra “lavoro” e “impresa” convenzionalmente attribuendo a quest’ultima il primato terminologico.

 Seconda tesi: la microimpresa come sistema portante del postfordismo manifatturiero – i distretti del made in Italy - è in crisi strutturale. L’idea è che il capitalismo di rendita all’italiana ha rinunciato alla via alta della produttività, che avrebbe rimesso al centro il valore delle risorse umane, quindi del lavoro, obbligando masse enormi di persone, in particolare al primo impiego, a “inventarsi un’attività” non trovando una domanda qualificata da parte delle imprese, né quelle grandi, né quelle medie, né quelle PMI competitive che avevano fatto grandi i distretti del made in Italy. Pertanto, la deriva italiana della rivoluzione postfordista si compone del capitalismo della rendita affiancato da una coorte di imprese–rete, le medie, la cui capacità di fare profitto è esattamente funzionale e speculare alla forma di autosfruttamento a cui si sottopongono le miriadi di micro-imprese fornitrici. La contestazione cui si presta questa visione è la sua unilateralità che ambisce a diventare onnicomprensiva.

Terza tesi: la microimpresa e il lavoro autonomo di nuova generazione sostengono l’occupazione ma solo in quanto scaricano i costi delle imprese maggiori e si assumono gli oneri del welfare. Negli anni più recenti il settore che ha dato più occupazione è quello delle microimprese e del lavoro autonomo non canonizzato nelle professioni regolamentate. Pertanto anche i contratti di lavoro a tempo indeterminato derivano in maggioranza da queste due sorgenti. Ma è profondamente sbagliato ritenere che siano contratti di lavoro dipendente apparentabili a quelli del posto fisso pubblico o privato di grande e media impresa, ovvero assimilabili per stabilità, continuità e garanzie.

Solo una conoscenza qualitativa del tipo di lavoro dipendente che si è creato in Italia nell’ultimo quinquennio può dare delle indicazioni fondate sul suo grado di stabilità e di tutela; ma, ciò detto, è proprio a questo punto che abbiamo una carenza molto forte di elementi valutativi perché mancano delle indagini sistematiche e contestualizzate sulle forme di qualità, nel senso di stabilità e di sviluppo, delle forme di lavoro che sono molto condizionate dalla filiera, dalle reti sociali, dal territorio e dalle forme soggettive di competenza e di relazione che le caratterizzano.

Quarta tesi: la microimpresa è l’effetto di un capitalismo incapace di entrare nella fase dell’economia della conoscenza. Al di là delle difficoltà definitorie di ciò che è “innovazione” nell’attuale contesto economico, certamente l’elemento dimensionale non è un vincolo reale alle dinamiche che possiamo constatare.

Il “lavoro autonomo” di nuova concezione ha introiettato alcune componenti che servono a definire il concetto di impresa, come quella di rischio, competenza, organizzazione del lavoro e relazione. E’ evidente che la microimpresa che adotta questi elementi per la creazione di valore è di natura strutturalmente incompatibile con quelle miniaturizzazioni che servono soltanto a scaricare oneri del capitale, la parte low cost della catena delle forniture all’impresa leader.

Rimangono due questioni. Il fatto che la microimpresa partecipa all’economia della conoscenza con lo strumento che è stato denominato in letteratura come open innovation. Il fatto che più l’impresa è di piccole dimensioni più l’economia della conoscenza che la sostiene è opaca per motivi di concorrenza. La “scoperta” diventa un fattore competitivo, per cui non si vuole brevettarla, a differenza di chi dice che non si può brevettarla.

Un ennesimo punto di distanza dalla competitività raggiunta dalla rivoluzione postfordista è quello della logistica. Essa si configura come la conferma più forte della nuova organizzazione del lavoro e dell’interazione che questa ha con la varietà dimensionale e funzionale delle imprese.

Quinta tesi: la microimpresa mal definita rispetto al lavoro autonomo di seconda generazione non è rappresentata. Questa configurazione unitaria della “microimpresa” come lavoro autonomo organizzato non trova ancora un punto di imputazione soddisfacente negli attuali meccanismi della rappresentanza. L’accomunamento settoriale, territoriale (distrettuale) e dimensionale tipico delle associazioni di categoria, infatti, non dà conto di questa linea di separazione tra la “microimpresa” che ha assimilato alcuni caratteri strutturali dell’economia della conoscenza e su questi apprende il modo di costruire coalizioni esterne riuscendo a evolvere in modo competitivo e la “microimpresa” che invece si fonda sulle esternalizzazioni a minor valore aggiunto delle catene internazionali del valore. Pesa una doppia non rappresentanza, delle categorie datoriali perché non riconoscono queste come imprese; e dei sindacati perché trovano impervio e sfuggente configurare questo come lavoro dipendente o parasubordinato, perché tale non è nonostante si cerchino gli strumenti regolativi, normativi e gli incentivi per condurlo in quell’alveo tradizionale. Una strada da sperimentare è certo quella di costruire una piattaforma unitaria sul versante del trattamento fiscale e dello scambio tra prelievo e prestazioni di welfare con caratteri associativi che si inseriscano in modo dinamico e innovativo nelle sedi della rappresentanza e della concertazione.

Sesta tesi: le microimprese si caricano in proprio delle spese per la formazione, trovando un muro nelle agenzie dedicate. La produzione di sapere è alla base di qualunque impresa e la centralità strategica delle risorse umane può essere assicurata solo da agenzie formative capaci, bene organizzate e in grado di modulare con sapiente dosaggio la formazione universale di base con i percorsi di specializzazione più mirati alla professionalizzazione del sapere stesso. La mancanza di incisive riforme nel modo concreto di organizzare, produrre e distribuire la formazione rispetto ai bisogni emergenti nel mondo del lavoro è un effettivo “buco nero” della competitività italiana rispetto al quale le innovazioni sono in buona misura invisibili.

In estrema sintesi, la rivoluzione postfordista nel modello italiano continua ad essere una delle più avanzate al mondo nonostante che la mancata riforma degli assetti istituzionali rischi di farla andare verso una deriva di fragilità sistemica e temporale.

Perché distinguere in modo così energico la microimpresa dal lavoro autonomo di seconda generazione quando gli effetti pratici della subordinazione alla committenza sono identici e, invece, ben altra divisione passa tra finanziarizzazione da un lato e centralità del lavoro, della competenza professionale, della qualità dall’altro? In altri termini è la piattaforma fiscale e l’adeguazione del welfare che accomuna queste diverse forme di autoimprenditività del lavoro, al di là degli aspetti nominalistici. La terza obiezione riguarda il postfordismo dei distretti del made in Italy. Le ricerche della Fondazione Edison ci danno tutt’altre indicazioni.

Perché darli per finiti senza vedere le forme evolutive? E’ davvero inesorabile la loro finanziarizzazione (come segnalato più volte)? Non si può sottovalutare il fatto che sono tra i pochi protagonisti proprio dell’apprendimento del supply chain management auspicato.

Oggi la cooperazione del lavoro non è neppure pensabile senza uno schema di competizione i cui giochi sono comunque mediati dal mercato. E le coalizioni del postfordismo molecolarizzano le coalizioni intra moenia e estendono e articolano quelle extra moenia. In questo senso la sequenza del fordismo – prima organizzo e rappresento la cooperazione del lavoro e poi mi confronto con il mercato – è totalmente rovesciata in un sistema in cui la cooperazione del lavoro è costantemente mediata dal mercato.

Il mancato aggiornamento della rappresentanza è del tutto coerente con le mancate riforme istituzionali. Lo spazio al territorio e l’articolazione a nuovi soggetti di rappresentanza sono passaggi ineludibili per un nuovo assetto delle relazioni di lavoro all’altezza del postfordismo. Oggi il dramma della rappresentanza sociale ed economica dell’impressa e del lavoro è la sua totale finalizzazione conservatrice. Non c’è spazio per le minoranze innovative, né per le coalizioni che alimentano, né per i processi federativi e cooperativi che innescano.

Questo testo è un sunto: appartiene a una serie di riflessioni - di L. Cigarini, C. Marazzi, K. Neundlinger, D. Banfi, L. Romano, S. Bologna - in forma di opuscolo sul saggio di Sergio Bologna Ceti medi senza futuro?

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L'illustrazione è di Pierre Martin

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