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18/09/2009 - Confini

di Augusto Illuminati

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Anticipiamo un capitolo dal libro di Augusto Illuminati Per farla finita con l'idea di sinistra, in uscita presso le nostre edizione a fine ottobre

Il confine divide e unisce due entità, con intreccio pseudo-dialettico, che instaura una propria temporalità e una peculiare dinamica del riconoscimento. La soglia indica un trapasso di stato, allude a un’iniziazione, fissa un tempo ascendente. Entrambi stanno a fondamento di ogni geopolitica o raffigurazione della vita urbana o della dinamica generazionale. Un’ingente letteratura ha disquisito sui pregi dell’interfaccia che funziona da scambio, sull’inerenza della classificazione alla natura umana che deve ridurre la complessità, ecc. Il turista si eccita a varcare le frontiere – geografiche e dell’esperienza. Esotico, notte, sobborghi: un vero sballo.
Nell’universo diasporico ed esodante il confine fa da filtro selettivo e distributivo. Nell’Europa hegeliana entra una figura materiale proveniente da un’esperienza coloniale; del resto anche il campo – Lager e gulag –, incarnazione ossimorica terminale del nesso fra libertà e lavoro, veniva dalla sperimentazione oltremare, scontando altresì l’inferiorità biologico-culturale e la non cittadinanza degli ospiti coatti. La coppia confine-campo sbriga un ruolo occasionale di contenimento e annientamento, più spesso quello di esclusione includente, di organizzazione gerarchica di forza-lavoro etnicizzata e subalterna utilizzata in un peculiare intruglio di legalità illegalizzata e di disordine ordinario. Sintetizza graficamente il nesso tra frontiera, documenti di ammissione temporanea, Cpt, lavoro nero, regolarizzazione discrezionale, supremazia della regolamentazione sul diritto eguale, dell’emergenza sulla cittadinanza. Il perno è l’identificazione, secondo l’ultimo acrostico Cie (Centro di identificazione ed espulsione), che riassume un secolo di procedure anagrafiche poliziesche in cui la schedatura, la raccolta di foto segnaletiche, impronte, prelievo di Dna è stata posta al servizio di una classificazione discriminante, per fissare l’astratta imputazione giuridica del soggetto in concreta imputabilità di criminali, asociali, donne ribelli, folli, ebrei, zingari, migranti. Censimento del Pöbel previo al rastrellamento per internare e sterminare o per espellere, secondo le ideologie e le legislazioni.
 La sintesi postfordista di confine e campo dopo le sfrenate orge fordiste delle guerre, del genocidio e dei Lager riprese solo saltuariamente e su scala ridotta, continua a implicare pulizia etnica alla periferia dell’Europa e ringhiosa xenofobia nelle metropoli. Con l’estensione del medesimo meccanismo inclusivo-selettivo a piani diversi dal controllo della popolazione, cioè nella programmazione formativa, dal sistema creditizio-debitorio dell’Università riformata secondo il Bologna Process del 3+2, fino al lifelong learning (autentica proiezione temporale del motto Arbeit macht frei). Quest’ultimo prevede innumerevoli scatole cinesi per accedere a livelli professionali nel frattempo dequalificati, in parallelo alla concessione graduata di un titolo di cittadinanza che offre sempre meno diritti e reddito. Più che di un dispositivo totalitario da anni ’30 si tratta di una selezione segregazionista a macchia di leopardo, in senso sia geografico che sociale e istituzionale. L’elemento comune, che sopravanza e unifica le palesi smagliature dell’implementazione legislativa e amministrativa, cade piuttosto sotto il segno dell’immaginario ideologico.
Il modello coloniale, che organizzava e giustificava razionalmente l’eccedenza insopprimibile, il Pöbel dello schema lavorista-progressivo hegeliano, si mantiene con i dovuti addolcimenti in una costellazione postcoloniale, accentuando l’interiorizzazione nei singoli paesi dell’usuale opposizione metropoli-colonia e trasferendosi rapidamente dal principio di sovranità a quello di governamentalità. La dislocazione incessante dei confini per filtrare, scomporre, incrementare per generazione di differenze ottimizza la competitività e la conversione in valore partecipando a pieno titolo di disegni di unbundling (disaggregazione, spacchettamento dei poteri) in uso per la modernizzazione forzata11: funziona per l’Europa orientale e le zone speciali del sud-est cinese quanto per la gestione dei clandestini. Non di meno la resistenza rovescia la dislocazione e le zoning strategies difendendo il prezzo della forza-lavoro, mantenendo i contatti con l’andirivieni low cost fra madrepatria e luogo d’arrivo, le rimesse in denaro alle famiglie, le filiere di ricongiungimento, la comunicazione telefonica e telematica specializzata, l’organizzazione tribale gastronomica, etnica, imprenditoriale.

Sul confine interno e su quello esterno (il campo) perdono validità le regole giuridiche, l’eguaglianza di diritti fra pari, mentre si fa plausibile la liquidazione dell’informe, di cui la gestione amministrativa è la forma attenuata. Se nelle rappresentazioni cartografiche alle frontiere presiedevano incombenti mostri, figure dell’alterità minacciosa da estirpare, è perché sfingi, idre, tritoni, centauri, ciclopi, satiri alludono a quanto è intermedio fra l’uomo e l’animale, il negro, il selvaggio, insomma ciò che – situato sul confine – incita a oltrepassarlo per domarlo e sottometterlo. Il mix coloniale fra distruzione invocata e assoggettamento si risolse in massacro e tratta degli schiavi. Sterminare, ex-terminare, vuol dire erigere steccati, collocarvi alcuni al di fuori e trucidarne un po’, mettere al lavoro i superstiti ammaestrati dalla strage, alcuni perfino disposti a diventare kapò e volenterosi reclutatori. Ai caporali fa comodo un passato da sfruttati. Se no, come imparerebbero i trucchi del mestiere? Lo schiavismo fece ampio uso di complici locali, ma lo facevano già i romani nelle palestre dei gladiatori.
Altri mostri stavano però già all’interno dei confini imperiali, l’idra a molte teste delle classi subalterne facinorose, tanto volentieri evocata in occasione dei tumulti popolari e soprattutto della resistenza contadina alla recinzione delle terre e all’espropriazione dei diritti e beni comuni. È una specie di frontiera interna, facilmente permutabile con l’esterna nella misura in cui insorti, poveri, commoners, criminali, prostitute, eretici vengono deportati in colonia e ridotti allo stato servile, pronti di nuovo a rivoltarsi mescolandosi con gli schiavi fuggitivi e i pirati dell’Atlantico. Il cospiratore Calibano nella Tempesta shakespeariana ne è l’emblema letterario. Le isole tropicali ai lembi del mondo civilizzato non vanno considerate paradisi terrestri, luoghi di evasione per naufraghi e fuggiaschi, ma ricondotte al metro della sofferenza, della scarsità e del duro lavoro. Altrimenti strane idee verrebbero fuori anche nella metropoli. Kant è nettissimo su questo, quando se la prende con il mito di Tahiti per scongiurare lo Stato assistenziale e i «fannulloni» del tempo. La silhouette dell’idra ritornerà per bollare il giacobinismo francese, gli insorti del giugno 1848, i comunardi del 1871, la Rivoluzione d’Ottobre, i rossi senzadio nella guerra di Spagna, gli studenti guerriglieri dell’Onda...
Non meno intimidatoria si stagliava all’ingresso del Lager la promessa: Arbeit macht frei. Etica fordista del lavoro, con il corollario del sangue impuro e dei camini fumanti. La parola d’ordine riferita ai «bruti» è invariante: sterminateli tutti! Dal cuore di tenebra del Congo al bacino del Mekong, da Auschwitz al più derelitto campo nomadi da bruciare. Certo, il regime strettamente totalitario del terrore si è estinto insieme al fordismo e oggi (tranne casi residui di pulizia etnica in aree «barbare» ma non remote dell’Impero) «sterminare» è un’iperbole. Importante è spaventare e sfruttare quanti sono abbattuti dal terrore e sottratti alla tutela della legge. Basta qualche rogo di baracca e una raffica di aggressioni xenofobe. Un occasionale linciaggio soft e tanto eccidio «percepito», come la paura e l’inflazione. Sufficiente identificare un po’ brutalmente, «censire» minoranze etniche e senza fissa dimora lasciando pensare che seguirà altro, far scendere dai mezzi pubblici, arrestare e poi rilasciare secondo un profiling razziale, espellere senza dar seguito alla misura, apostrofare con il «tu» burbero o paternalista lo sventurato, come d’uso fra sportellisti e poliziotti, lamentare in dialetto stretto le difficoltà degli stranieri a esprimersi in italiano. Il tutto coronato da ronde civiche risibili, ma giustificative di aggressioni squadriste e camorriste. Il campo viene usato sia per rinchiudere gli irregolari, sia come obbiettivo da distruggere (gli accampamenti spontanei). Il simbolo funziona mediaticamente in modo equivalente. Lo spostamento ricorsivo dei campi autorizzati tiene alta la tensione popolare, cui dà sfogo l’altrettanto perpetuo intervento delle ruspe sui miseri insediamenti abusivi. La gerarchizzazione etnica del lavoro ha per sottoprodotto la marginalità (para)criminale.
Se però il migrante è visto con diffidenza e sfruttato con maestria per il suo carico simultaneo di allarmante eterogeneità e deferente sottomissione – il romeno alternativamente stupratore e vittima designata degli incidenti –, quella figura è archetipo di una condizione più vasta, del pari produttiva, a basso costo, periferica e ambivalente: il lavoratore intermittente. La sua esclusione non è drastica come per il migrante, l’inclusione non così rigidamente filtrata. Ma l’oscillazione sulla soglia è tutt’uno con la duttilità che si postula. L’interessato autoseleziona quelle qualità che per il migrante sono smistate attraverso la macchina-confine e i centri di accoglienza con relativi istituti di identificazione ed espulsione. Il limite è interiorizzato e invisibile, un impalpabile permesso di soggiorno (pendolo fra lavoro nero e legale ma a tempo determinato) che scade e viene rinnovato di volta in volta. Cosa gli si domanda? Disponibilità di tempo e nell’esercizio delle funzioni, saper aspettare (mimando la pazienza inesauribile del migrante) e saltare al volo sulle occasioni, appassionarsi per compiti idioti (partecipare, sorridere, fidelizzare i clienti e fidelizzarsi, ecc.), restare indifferente e impermeabile agli stimoli esterni come il tipo blasé di Simmel, essere un individualista competitivo e insieme ostentare un sano spirito di squadra, partecipare a ogni più cretino brainstorming, esternare l’acquisizione di learning skills (richiesti già nei modulari accademici del nuovissimo ordinamento 270 alla voce «descrittori di Dublino»), soprattutto fottere gli altri e restare a galla. Un accrocco di mestieri ed emozioni, simile ai pupazzi surreali di Arcimboldo, esattamente sdraiato sulla domanda di un mercato che mette in produzione e a consumo le capacità relazionali e gli affetti oltre al dispendio di energia muscolare e nervosa. Sono le qualità del lavoro vivo che si richiedono alla puttana, al/alla baby-sitter o dog-sitter, badante, piazzista, addetto/a alla promozione finanziaria o a un call center outbound o contact.
La generalizzata flessibilità per tutte le forme di prestazione e la profondità della crisi dissolve l’integra separatezza della classe operaia tradizionale come «prima società» risolvendola tendenzialmente in sovrappopolazione, segnata da insicurezza, fluidità, bassi salari e scivolamento ricorrente nella disoccupazione o in una delle sue anticamere (cassa integrazione, rotazione, part time). Il Pöbel si insinua in tutte le pieghe della Arbeiterklasse. Divenendo maggioranza virtuale della forza-lavoro, il precariato diventa la mostruosa normalità, detta la moda di strada, si fa matrice delle tendenze musicali e idiomatiche, senza perdersi nessuna sfumatura – dalle cadenze tenere della piccola borghesia studentesca a quelle ruvide delle periferie. Il tutto condito dall’orrore quotidiano che istillano accoppiati instabilità e mercato: l’addiction rutinaria a droghe e psicofarmaci, la fragilità psicologica, che è il fattore risolutivo e «produttivo» per sopportare la mancanza di orari e la cancellazione di ogni divisione fra tempo di vita e tempo di lavoro, la strisciante spoliticizzazione – un tessuto grigio, qua e là ravvivato dallo scoppio di crimini indecifrabili, di cui la famiglia è luogo privilegiato. Mentre il terrorista islamico riacquista tutti i segni, prima oscurati e dispersi, del nemico esterno, del cannibale da sterminare, – eccellente scusa per sostenere l’economia con la spesa militare – il lavoratore precario ha la parte dello unheimlich, il familiare-spaesante, il nemico interno, sottomesso al dominio e fonte di ricchezza a buon mercato. Spacchettabile, per di più.
Il migrante usufruisce di uno statuto ambiguo di inclusione differenziale, metà terrorista virtuale, metà docile intermittente sotto ricatto di espulsione. Dipende dal comportamento e dalla sua fortuna burocratica. Se imprenditore o comunque dotato di una partita Iva, è pronto a trasmigrare nel superiore statuto dell’intermittente, scavalcando la soglia invisibile interna all’area a cui era stato precedentemente ammesso. In un regime normale il passaggio attraverso tali camere di compensazione corrisponde a una disparità salariale e di prestigio, in quello italiano, caratterizzato dall’evasione fiscale dilagante, tutto è smorzato e confuso dalla possibilità di sganciare il reddito effettivo dalla posizione giuridica, mediante il ricorso al sommerso e alla fatturazione irregolare. Il mafioso cinese o il caporale egiziano se la passa alla pari con il corrispettivo nazionale. I soldati semplici sono arruolati dal crimine organizzato.
Naturalmente, e non solo in Italia, immigrazione e precariato moltiplicano le occasioni di scorrettezza contabile e l’installazione di poteri paralleli. La corruzione ha sempre fatto da correttivo al Lager e all’arcigna sorveglianza dei confini che la genera. La corruzione è, anzi, parte integrante dello slittamento amministrativo dello Stato di diritto, sposandosi alla discrezionalità assistenziale dello Stato sociale keynesiano, tanto più quando la riduzione della spesa pubblica intensifica la contesa sulle briciole. La corruzione si appollaia sul casello: il taglieggio del doganiere si estende a tutte le barriere invisibili accorpandosi con la presunta oggettività delle suddivisioni gerarchiche. Quanto faceva, in epoca fordista e totalitaria, il poliziotto o l’archivista che registrava gli ottavi e i sedicesimi di sangue ebraico, oggi qualsiasi addetto postfordista alla selezione e al controllo lo fa distribuendo permessi temporanei, cfu accademici, attestati di idoneità. L’ufficiale comunale che documenta l’idoneità abitativa del tugurio del migrante o della roulotte del nomade ha una quota del potere di vita e di morte dell’Oberleutnant SS. Speriamo sia più venale. Il meccanismo però non cambia: l’oculata e ricattatoria amministrazione dei diritti di cittadinanza, che oggi passa in misura minore per il sangue, le frontiere sacre della patria e della razza, ecc., in misura maggiore per gli interessi economici. Salvo a evocare supremazia bianca o padana o cattolica per stringere ulteriormente il vincolo fondamentale che ognuno tocca con mano negli aeroporti: Schengen e no-Schengen. Le tangenti oliano il sistema aggiustando domanda e offerta, quando i diritti scompaiono.
Sandro Mezzadra e Brett Neilson (Border as Method or the Multiplication of Labor, disponibile on line sul sito Transversal in originale e in versione italiana) hanno mostrato la funzionalità dei confini spaziali e di quelli temporali (il trattenimento selettivo nei Cpt, che fungono da camera di decompressione) ai grandi meccanismi di cattura della produzione cognitiva, inclusione differenziale dei migranti e governo di flussi globali, altrimenti incontrollabili, di capitale e forza-lavoro. Il border, con il corollario di «quote» legali per non parlare della produzione di illegalità, agisce potentemente nel plasmare mercati separati del lavoro, scalandone il livello di retribuzione e precarietà, ben al di là della configurazione binaria di sfondo cittadino-non cittadino su base di sovranità nazionale. Il regime d’eccezione non è la dottrina ufficiale, ma un comodo supplemento ai disturbi della «legalità», che interviene laddove lo Stato di diritto crea orticarie. Come non riconoscervi l’eredità di una prassi coloniale? Cioè di qualcosa che derogava dagli assunti al contempo dello Stato di diritto e dell’ordinata ripartizione fra nazioni in principio paritarie.
La colonia, infatti, costituì un modello forte di spostamento del confine al di là della dimensione nazionale. La colonia (inglese, francese, italiana) è e non è territorio nazionale, la frontiera che la separa dalla metropoli è e non è una frontiera. La frontiera se la portano dietro i coloni che la segnano rispetto agli indigeni tracciando una divisione urbanistica e amministrativa. Gli insediamenti nord-africani delle potenze europee fissano la tripartizione fra città europea, kasbah indigena e mellah ebraica. In India i bianchi, con una coda di aristocratici e amministratori locali assimilati in un organico subalterno, fungono da super-casta in un sistema di caste. In Sudafrica si sviluppa un regime di apartheid. La frontiera, insomma, è spostata fuori del territorio nazionale e resa funzionale alle condotte della colonia di popolamento o dell’indirect rule. La cittadinanza metropolitana, centellinata a minoranze locali (gli ebrei d’Algeria) o graduata in più livelli (nelle riforme balbiane in Libia), suscita uno spazio immaginario nazionale sotto altri climi. I connubi più o meno legalizzati faranno il resto. Per i refrattari, in deroga allo Stato di diritto, c’è invece il campo di concentramento e anche di sterminio, sperimentati nella guerra anglo-boera e contro la guerriglia libica. In dimensioni geografiche e demografiche più ampie, per esempio nel subcontinente indiano, prevalsero invece i massacri di massa o le carestie guidate.
 Il confine passa nel corpo e si disloca con esso e relative estensioni: la lingua dei colonizzatori, il paesaggio rurale modellato sui nuovi abitanti, i quartieri «bianchi» con gli edifici di rappresentanza, le abitazioni di taglio «orientalista» e déco, il minuto e non neutro tessuto di attività popolari (caffè con macchine espresso, bistrot simil-parigini, pub, sale da tè, officine, botteghe di artigianato occidentale, ecc.). Il confine coincide con i vigneti e gli oliveti di Algeria e Tunisia, con i filari di cipressi toscani che incorniciano i fondi agricoli italiani in Tripolitania e le casette da bonifica pontina che punteggiano il Gebel verde cirenaico laddove prima pascolavano le greggi dei pastori locali – gli uni e le altre abbattuti o chiusi in Lager nel 1930-1932. Non meraviglia che indipendenza nazionale abbia significato espianto di vigneti e oliveti, ritorno alla pastorizia, abbandono delle bianche casette e villaggi razionalisti in Libia. Patetica e fascinosa archeologia coloniale. Hanno retto meglio cricket e polo nei paese dell’indirect rule.
Le green zones di Baghdad e Kabul ripropongono la frontiera ipermilitarizzata dentro una guerra coloniale o piuttosto espandono il perimetro di una gated community medio-alto borghese in un’area a rischio? Il meccanismo psico-rituale è ancora quello arcaico del villaggio recintato e della brousse, il luogo sicuro e il campo indeterminato del terrore e dei morti. Forse gli steccati fra pubblico e privato si stanno abbassando (metà delle forze belligeranti in Iraq dal lato dei «buoni» erano contractors, mercenari), e la stessa logica da buttafuori regola un privé e una «zona rossa» impenetrabile da manifestanti. Guerre e frontiere vengono privatizzate e in questo il corpo con le sue pratiche più che la terra schmittiana ne supporta il principio organizzativo, il nomos. Il corpo macinato a ogni check point mobilizza le demarcazioni che solcano lo spazio indipendentemente dalla tradizione geografica, frazionando luoghi e tempi (il coprifuoco), anzi portandoseli dietro. Facendolo esplodere come atto ostile, rovescio simmetrico di un bombardamento strategico. All’organizzazione alto-basso della guerra (il missile e il bombardiere vs la popolazione sulla terra), che detronizza l’antiquato argine militare, risponde una logica di guerriglia che mira a rendere il territorio impercorribile per gli invasori, ma anche guerra civile fra gli invasi, stragi a casaccio. L’espansione centrifuga della carica esplosiva contro l’illusione centripeta del rifugio. La talpa kafkiana, a forza di scavare, sbuca sul piano del massacro.
Della scomparsa dell’eguaglianza dei diritti è superfluo parlare in questa sede. Con la classica scusa coloniale: tanto quei bruti diritti non ne avevano neppure prima. Ci interessa invece il meccanismo selettivo. Filtri, riscontri, cani, raggi X, videosorveglianza, impronte digitali, vocali e dell’iride. Tutto quanto è all’opera in un aeroporto per scremare terroristi e clandestini dai girovaghi medi e di lusso funziona alla grande sul territorio per scindere forza-lavoro pendolare e cittadinanza, per controllare la mobilità di base. Le leggi però non bastano, tanto meno quella forma degradata che ne è l’implementazione amministrativa. Occorre un supplemento, dato che la maestà della legge o il timore di Dio e del Sovrano non possono essere appiccicati ai poteri dell’amministrazione e della polizia, amministrativa: gli uffici permessi dei commissariati, gli sportelli fisici ed elettronici dove si ingorgano i fascicoli di disperati, asilanti, badanti, ecc.
Alla moltiplicazione dei confini retroflessi dalla frontiera ufficiale verso l’interno corrisponde lo sprawl delle barriere, check points di trattenimento, soluzioni urbanistiche differenziate, distinzione dello status di superficie da quello aereo e del sottosuolo che caratterizza (secondo la brillante analisi di Eyal Weizman) il controllo israeliano dei Territori occupati mediante insediamenti colonici diffusi, una forma molto sofisticata di colonialismo non dichiarato, in cui la captazione delle falde acquifere, l’elevazione di antenne radiotelefoniche, lo scavo di tunnel, la circoscrizione di aree archeologiche aperte o sottostanti altre aree, le autostrade sopraelevate in funzione di by-pass, il privilegio dell’altimetria dei settlements sulla planimetria (cioè delle ragioni belliche su quelle agricole) si aggiungono alle zigzaganti recinzioni con muri e al disboscamento strategico, con accorgimenti volti a diversificare le coperture abitative dal punto prospettico di un’eventuale incursione aerea. Una logica tridimensionale, volumetrica, che svuota la figura tradizionale del limes realizzando in senso vieppiù «distributivo» il nomos della terra e cui si accompagna l’irretimento delle popolazioni discriminate sul piano della maggiore o minore velocità di spostamento, che fa la differenza fra la mobilità piena del colono e quella inibita o dilazionata del colonizzato.
La non definizione di confini ufficiali è il risvolto paradossale dell’imposizione di quelli occulti. Anche la resistenza a tali operazioni prende la forma di un’infiltrazione dei confini e di un aggiramento dei blocchi, che nella proliferazione di tunnel sotto il confine meridionale della striscia di Gaza ha toccato il culmine. Lo scavo della galleria è diventato, da simbolo di evasione, pratica corrente per eludere il limes contrabbandando uomini, merci, idee. Nella Berlino del Muro come fra Messico e Arizona. Underground nell’èra della sorveglianza e della guerra dal cielo.
Il supplemento emozionale e mediatico della segmentazione è la paura. Quindi la costruzione di un consenso di massa dal basso, che coinvolge i cittadini nativi (in primis i più miseri, petits blancs e white trash), poi le varie ondate di immigrati che cominciano a porre radici e cercano istintivamente di tener fuori i nuovi afflussi che fanno concorrenza e con cui potrebbero essere confusi. Ognuno teme l’eventuale invasore del proprio margine sfarinato più che l’asfissia. La talpa kakfiana scava verso il nemico, ma soprattutto: perché gli uomini dovrebbero bramare la sicurezza fetale della talpa? Non sta già qui la degenerazione, il condizionamento esterno? Chi si accolla con la pancia la barriera interna è una pedina del gioco che accresce i profitti altrui – only a pawn in their game, cantava Bob Dylan dei razzisti poveri sudisti a Newport nel 1963, oggi vale per i diseredati delle periferie che incendiano i campi nomadi – ma in generale è il clima di paura, la malfamata «percezione» di paura, che sostiene a tutti i livelli la moltiplicazione dei confini, li protegge da «barbari» altrettanto virtuali e inafferrabili. Chi si batte per «tenere al loro posto» i variegati spezzoni del precariato postfordista inchioda di buona lena la palizzata che perimetra il proprio recinto, con tanto maggior accanimento quanto peggio ci si sente dentro. Si difende con rabbia un posto di merda scambiato per un paradiso locale. Chi ce l’ha davvero assolda vigilantes, non lincia extracomunitari con le sue mani. Le ronde devono far colpo su altri sottoprivilegiati, i benestanti le sopportano a stento.
Il miracolo dei confini, un ingranaggio della grande macchina di distribuzione del risentimento, chiama in ballo il ruolo delle passioni tristi nel consolidare il potere. Non se ne esce con l’altruismo predicatorio o ragionamenti a freddo. Occorre l’insorgenza di altre passioni, che ricorsivamente facciano saltare i recinti o almeno li spostino. Che riaprano il flusso del tempo pompando ossigeno, inceppando l’estorsione di plusvalore, mai come oggi fondata sulla mobilitazione del tempo di vita e delle forme di vita: ci vuole un forte prelievo negativo sull’immaginazione e i desideri, per far sì che gli uomini si battano per la propria schiavitù come se si trattasse di libertà e felicità. Immaginiamo il rovescio: un unbundling alternativo, una legittimazione per performatività delle resistenze e dei tumulti. Ma anche assalti più blandi, fori nei muri di recinzione, gli exploits che sfruttano falle, bugs della Rete per mandarla in tilt: tanto più micidiali quando restano occulti, ripetibili nella loro denominazione di esplosivo schiacciamento temporale: Zero day exploits...

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