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15/05/2009 - Da DINAMO n. 0 – Lo spettacolo della pena nella città eterna

di Chicco Funaro

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Ben al di qua di facili miti di tolleranza, di rispetto della persona, di spazi di libertà mai chiusi per lungimiranza o lassismo, Roma è per lunghi secoli una gigantesca macchina di controllo e di dominio "in forma di città", progettata e messa in opera, dispositivo su dispositivo, per prevenire o stroncare sul nascere ogni forma di conflitto, di dissenso o di semplice inquietudine sociale. Nella storia della città, quello del "sorvegliare e punire" è l'aspetto più paradigmatico del discorso dell'ordine, del potere e dell'autorità, la forma più spettacolare dei rapporti gerarchici tra gli uomini e le classi.
La giustizia criminale, per esempio, guarda alla vicenda urbana come al palcoscenico per i suoi riti di punizione, da quelle "lievi", come le fustigazioni e le flagellazioni, alle più "pesanti" mutilazioni, fino alla "pena ultima": l'esecuzione di un condannato è tanto più "esemplare" quanto più la crudeltà degli attanagliamenti, delle mazzolature, degli squartamenti è pittoricamente esaltata dallo sfondo di un luogo cospicuo della città, un mercato, un ponte, una basilica, una rovina antica. Già agli inizi del Cinquecento, polizia e tribunali rappresentano l'apparato di maggiori dimensioni nell'amministrazione civile dello stato. Alla spettacolarità, il sistema penale papale non rinuncerà anche quando dovrà adeguare il suo funzionamento al "progredire dei tempi". Nel Regolamento sulle pene di Gregorio XVI (1832) la pena di morte potrà essere comminata tanto in forma "semplice" quanto in forma "di speciale esemplarità". Con l'esposizione della testa del condannato, per esempio, sul palco della ghigliottina. Anche nelle liturgie pubbliche che dovrebbero simboleggiare l'illusoria pacificazione dei conflitti, agoni, giostre, palii, giochi, spettacoli teatrali, è il potere che sceglie il "terreno di scontro", attribuisce il senso alla rappresentazione, sceglie gli attori, elabora le trame, stabilisce le regole e i premi in palio. Il Servo, per dirla in immagini, viene inglobato nel discorso del Padrone, e il suo rancore deve coabitare con le ammonizioni che gli vengono impartite. È così che il Carnevale, a Roma massima festa popolare, vissuto come l'unico momento del calendario in cui, sia pure provvisoriamente, in un mondo temporaneamente capovolto fanno capolino "dal sottosuolo" le pulsioni più basse e corporee, e si manifesta in forma frenetica il "gioco" dell'inversione dei ruoli, viene espropriato del suo potenziale sovvertitore, privato del sostrato folklorico originario, assoggettato alle regole del potere come ludica drammatizzazione delle sanzioni per chi è fuori dall'ordine sociale. Così alle corse "burlesche" della festa vengono fatte partecipare categorie ritenute devianti: ebrei, vecchi, orfani, prostitute, gobbi e deformi, costretti a correre nudi. Persino il lato più inconscio e infero della festa, quello che giustifica l'esistenza di rituali di espulsione e di messa a morte di vittime sacrificali, viene "normalizzato" e messo al servizio dello spettacolo del potere. Il Carnevale viene spesso aperto dall'esecuzione di uno o più condannati a morte. Non è infrequente che i morituri vengano condotti al patibolo mascherati da pulcinella. Mettere in scena da parte dei governanti una decapitazione, o un'impiccagione, è considerato un modo per andare incontro agli umori popolari. Scrivono gli Avvisi di Roma nel 1673: "Conoscendo il cardinal padrone essere grande la malinconia che regnava nel popolo, volle rallegrarlo con la licenza di fare alcuni festini e con l'esporre l'esempio di Paolo Ascolano appiccato e squartato per assassinamenti commessi in campagna". Siamo ai limiti estremi della portata ideologica del processo, in una Roma metafisica "città ideale" in cui accadono eventi di natura straordinaria. Ma la città del quotidiano non è da meno. È nel quotidiano, più ancora che nell'effimero, che si intrecciano fitte le maglie di un sistema di repressione tra i più estesi di tutti i tempi. È sul corpo vivo della popolazione "comune", che si accanisce il moltiplicarsi di precetti religiosi, di disposizioni civili, di editti polizieschi, di regolamenti sulla vita familiare, sul lavoro, sul tempo libero. Il precedente è quello del ghetto per gli ebrei, istituito da Paolo IV Carafa nel 1555: il potere tende a restringere ogni spazio di anomia o di eterodossia. L'ideologia della "normalità" viene rapidamente estesa alla semplice condizione della persona. Siamo nel pieno della più dura opzione di politica "disciplinare". Ogni aspetto dell'esistenza viene identificato e controllato: al minimo segno di disfunzione (la povertà , il ricorso all'accattonaggio, la fine di un matrimonio, la vedovanza, la perdita per un fanciullo anche di un solo genitore, la fine di un matrimonio, il sospetto di una libera condotta sessuale, lo zitellaggio, la vecchiaia) scatta implacabile un meccanismo di criminalizzazione che ha come conseguenza la cattura del "cattivo soggetto" e il sequestro del suo corpo in una "istituzione totale" ritenuta adatta a sottoporlo al trattamento "di redenzione" più efficace, fatto di rigide regole di vita, di preghiera, di lavoro coatto. È una pratica si diffonde a macchia dal XVI secolo, e raggiunge il culmine tra la fine del Seicento e i primi del Settecento, durante i papati di Innocenzo XI, Innocenzo XII e Clemente XI. A fare da contrappunto nel tessuto urbano ai palazzi signorili e ai monumenti, sorgono sempre più numerose "fabbriche" ed edifici adibiti a reclusori, clausure, ospizi, orfanotrofi, conservatori, ospedali, officine, laboratori protoindustriali che segnano in maniera permanente e stabile il volto della città e rendono sempre più espliciti e manifesti gli stigmi dell'autorità e del potere. (continua su DINAMO n. 0.2)

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