11/10/2008 - 3. Gli autonomi vol. III
di La redazione di Radio Onda Rossa
«Quando parla Onda Rossa»*
Radio
Onda Rossa è, tra i frutti del decennio 1969/1979, un frutto
immaturo, aspro e indigesto, ma straordinariamente vitale e logorroico
per quegli anni: tutta la carica, le esperienze, la determinazione
dell'autonomia operaia romana si riversano nell’etere,
partecipando dell’innovazione culturale e della
«crisi» che, dal massimo del conflitto del '77, si
consumerà davanti ai cancelli di Mirafiori nell’80.
Poco importa se per qualcuno la stagione delll’Autonomia
«finisce o meno con il 7 aprile 1979»: per Radio Onda
Rossa, nata come «testata giornalistica
radiodiffusa», il rapporto con la «città
delle lotte», con il suo tradizionale
«consiliarismo», il rapporto con «questa
Roma», arcaica e moderna allo stesso tempo,
continuerà a essere il riferimento e il nutrimento.
È nel reticolo di quartieri e borgate, enclave immerse
nell’arcipelago di una metropoli barocca e levantina, che va
cercata la ragione della forza dell’autonomia romana, la forza
di un sovversivismo che neppure il fascismo aveva spezzato. È
difficile immaginare Onda Rossa, «la radio», senza le
borgate di San Basilio, Primavalle, il Tufello, Magliana, il Pigneto,
senza San Lorenzo calda e sensuale, senza la sua generosità
adagiata a «La Sapienza»; come immaginare la radio,
senza il Policlinico delle lotte dei precari, senza
l’antifascismo dei ferrovieri, gli elettrici e i telefonici, o
gli studenti ingenui e un po’ matti? Il tessuto
d’occupazioni di case, le autoriduzioni delle bollette, le
lotte per il salario e contro la nocività del lavoro, il
rifiuto della selezione di classe nelle scuole e
nell’università, sono la carne e il sangue del
movimento rivoluzionario romano che parla attraverso la radio.
È
il 24 maggio del 1977 quando nell’etere romano si ascolta per
la prima volta la voce di Via dei Volsci. «Allora a Roma
c’erano diverse realtà di comunicazione, Radio
città futura, Radio radicale, il manifesto, Lotta continua,
Il quotidiano dei lavoratori, ma tutte, difficilmente, parlavano delle
vere lotte che il movimento romano faceva… per far pubblicare
una cosa dovevamo fare sempre a botte» (Lillo).
La
prima trasmissione dà subito alcuni elementi del progetto
radiofonico che si stava realizzando: è una trasmissione
tecnica in cui parlano coloro che avevano «materialmente
costruito» la radio, affermando, innanzitutto, la negazione
della separazione del lavoro manuale da quello intellettuale. In questa
prima trasmissione emergono due aspetti: la necessità di
avere un proprio strumento d’informazione – che
nascesse direttamente dentro le lotte operaie e proletarie e ne potesse
essere espressione fedele – e la volontà che la
radio fosse completamente autofinanziata, attraverso le sottoscrizioni
libere dei comitati, dei collettivi, degli ascoltatori e delle
ascoltatrici. Due aspetti strettamente legati che hanno attraversato
tutta la storia dell’emittente, rappresentandone, con alti e
bassi, i principali nodi problematici.
Pur coordinandosi con le
altre radio, Onda Rossa non si è mai autodefinita
«radio libera», ma «radio
militante», «radio di movimento»,
«radio rivoluzionaria»: «Radio Onda Rossa
non è una radio “libera” (libera da chi?),
ma una radio militante, una radio rivoluzionaria. Opera una scelta di
campo ed è subito una radio di Movimento: non è una
radio libera perché accetta immediatamente il condizionamento
di una parte, i soggetti rivoluzionari emergenti, non garantiti, si
schiera faziosamente e, talvolta, anche le sue trasmissioni sono
faziose e settarie, è un passaggio della comunicazione
antagonista, non la sua mediazione» (Osvaldo).
Rinnovamento, dunque, non solo dell’informazione come
«prodotto» ma, anche, dell’informazione come
«processo».
Tre erano gli elementi essenziali di una radio del movimento
per come venne concepita in quella fase: riappropriazione
dell’informazione da parte dei soggetti che la producono e sua
gestione per linee orizzontali (non «microfoni sulle
lotte» ma «microfoni aperti delle lotte, dentro le
lotte»); rottura dell’isolamento dei soggetti sociali
e, quindi, immediata circolazione delle lotte e loro collegamento;
organicità delle radio a un progetto politico complessivo che
rompe il circuito delle emittenti in quanto tali. Quindi, una radio
che, pur nascendo dai Comitati autonomi operai, non fu mai voce di
propaganda di un’unica organizzazione, corrente politica o
«partitino», e pur privilegiando, da principio, la
voce dei militanti più capaci lasciò anche lo
spazio per le espressioni più genuine.
Sul manifesto che ne annunciava l’apertura, sui 93.300 e 93.450 MHz in FM, nel maggio 1977, si leggeva: Per
chi crede che la libertà di stampa e d’informazione
non è libertà dei padroni di insultare i proletari
che lottano per la loro liberazione, è doveroso fare ogni
sforzo perché i proletari abbiano le loro fonti
d’informazione. Radio Onda Rossa è una di queste
fonti.
La radio fu fin dal primo giorno una voce molto
ascoltata del movimento. Trasmetteva in diretta e senza censure
manifestazioni, scontri di piazza, iniziative di lotta nei quartieri,
nei posti di lavoro, nelle scuole e nell’università,
dibattiti infuocati.
«Il progetto nascosto della
radio, il “segreto” di Onda Rossa stava dunque nelle
parole e le parole stavano dentro le persone. Noi le tirammo fuori
restituendo la facoltà della parola a chi ne era stato
privato per renderlo oppresso e subalterno: emarginati, drogati,
operai, donne, carcerati, molestatori dello status quo, tutta
l’antica turba pezzente dei canti anarchici e socialisti» (Giorgio Ferrari).
In
questo senso, il rapporto della radio con la cultura con la C maiuscola
fu sempre schizofrenico: da una parte l’orgoglio proletario
comportava una presa di distanza dalle formalità
linguistiche, dalla cultura dotta inevitabilmente elitaria, e,
dall’altro, la cultura popolare era spesso un impasto retrivo
di luoghi comuni, strumento potente di socializzazione al dominio e
all’asservimento. Diversamente dalle realtà di
comunicazione extraparlamentari piu vicine alla borghesia colta e
progressista romana, animate dai suoi figli ribelli ma preventivamente
acculturati, Onda Rossa rispose all’inferiorità
culturale oggettiva dei suoi animatori con una rivalutazione dialettale
del linguaggio diretto e spontaneo, una palestra radiofonica che,
insieme alla politica, insegnava spesso anche alcuni rudimenti di
grammatica e sintassi. Il rapporto con le culture, con i saperi diffusi
che i soggetti emergenti portavano con sé, con le culture di
strada, rappresentavano la sua cifra stilistica. Un discorso a parte
merita «la cultura della cabina telefonica»: in un
tempo privo di fantascientifici telefonini, il gettone era
l’arma potente dell’inviato alle manifestazioni.
Ascoltare i cortei, gli slogan, le assemblee e i rumori,
nell’amplificazione ovattata della cabina telefonica
– collegata in diretta con strade e piazze –
modificò la percezione della realtà, producendo
quasi un esserci sensoriale, scandito dagli ingressi
tumultuosi, in diretta, delle voci concitate, decisamente lontane
dall’informazione asettica e sincopata delle radio e
televisioni di quegli anni. Un irrompere delle persone, in carne e
ossa, che rimandavano, nella sfera della comunicazione, una
fisicità pari solo alla carnalità delle lotte di
quegli anni. Sentire attraverso i microfoni della radio, dalle voci dei
compagni e delle compagne asserragliati nelle università,
tossire il fumo acre dei lacrimogeni, rimanda a un coraggio
comunicativo che altri, seduti in più comode poltrone,
più avanti, teorizzeranno in rivoluzioni comunicative del
parlarsi addosso.
Il contenitore radiofonico, il format si
direbbe oggi, era assolutamente inesistente. Le voci si accavallavano
fino all’esaurimento di giornate lunghe come anni, giornate
nelle quali la chiusura della diretta, lo spegnersi delle voci e il
sopraggiungere della musica, sembravano calare il sipario della
realtà stessa; una realtà che la radio non
raccontava ma viveva in prima persona insieme ai suoi ascoltatori.
Onda
Rossa in quegli anni non si segnalava affatto per una ricerca musicale
raffinata o innovativa, quasi a voler sottolineare, a tutti i costi,
una presa di distanza dall’idea stessa di intrattenimento o
disimpegno: un errore forse inevitabile per una generazione il cui
orizzonte era il generale rivolgimento dei rapporti materiali e
temporali. Per chi, in quegli anni, si sentiva nel bel mezzo di una
rivoluzione, il problema di marcare adolescenzialmente il
confine tra padri e figli, così tipico delle rivoluzioni
musicali e del costume, era inutile. Una sottovalutazione
poiché, quando il sistema del consenso – che
esploderà, dopo una prima paralisi, negli anni Ottanta
– reagirà proprio dislocando sul piano delle metafore consensuali le
identità di gruppo strumentalizzandone le innovazioni, il
movimento si ritroverà privo degli anticorpi necessari per
non farsi semplificare, serializzare e, infine, annientare
nell’immaginario collettivo. In questo senso,
nell’essere rivoluzionari, nel loro volere uccidere il padre,
la riproposizione ossessiva delle canzoni di lotta, con il loro
pedagogismo militante, rappresentava meglio il parricidio delle
più elaborate sofisticazioni culturali, sempre in cerca di
una chiave per parlare alla società degli adulti.
Sollecitando, infatti, direttamente le cattive coscienze dei militanti
comunisti riproponeva, senza mediazioni, i miti fondativi della
rivoluzione.
Forse fu proprio la determinazione tra il dire e il
fare ad attirare sulla radio il rancore occhiuto dei sacerdoti
dell’ortodossia, quel partito, autonominatosi
«partito della classe operaia fattosi stato»,
complice sul piano interno della Democrazia cristiana e della
Confindustria, e, sul piano internazionale, del social-imperialismo
sovietico.
Una cattiva coscienza che, da subito, attirò
sulla radio le «attenzioni» degli apparati repressivi
(era Cossiga il ministro degli Interni e Andreotti il capo del governo
di minoranza detto delle «astensioni», appoggiato nei
fatti dal Pci), oltre che l’aperta ostilità del
partito diretto da Enrico Berlinguer.
Le parole che uscivano dai
microfoni della radio furono immediatamente accusate di istigazione al
crimine, di compiere delitti contro la personalità dello
Stato, di disubbidire alle leggi di ordine pubblico, di fomentare
l’odio fra le classi sociali (titoli IV e V del Codice
Penale). Conseguentemente, tra il 1977 e il 1980, redattrici e
redattori furono denunciati, incarcerati, poi (dopo una decina
d’anni) processati e, infine, assolti. Nel 1977-78 vi furono
diverse chiusure preventive, seppure temporanee, in occasione di
manifestazioni di piazza; successivamente, lo sviluppo del
«teorema Calogero», secondo il quale
l’Autonomia operaia era la testa pensante delle Brigate rosse,
determinò l’arresto (era il 22 gennaio 1980) di vari
compagni ritenuti redattori di ROR e i sigilli apposti ai locali della
radio per ordine della magistratura. Un fatto segnalato con enfasi e
soddisfazione sulla prima pagina del quotidiano
«l’Unità»: «Chiusa
l’ultima voce dell’Autonomia». Ma il
sostegno del movimento riuscì a costruire le condizioni per
la riapertura di ROR e la liberazione degli arrestati nel mese di
agosto, dopo una grande assemblea pubblica cittadina il 25 maggio, al
Teatro Centrale di Roma.
Complessivamente, l’esito dello
scontro tra lo Stato e il movimento rivoluzionario produrrà
migliaia di arresti, centinaia di morti e una generale involuzione
della politica: con la svolta emergenziale il sistema politico
istituzionale consegnò agli apparati repressivi (magistratura
e forze dell’ordine) un’autonomia il cui conto sta ancora pagando.
La
radio vivrà attraverso «l’Agenzia
Documentazione e Repressione», giorno per giorno, gli esiti
singolari e collettivi di questo scontro che assumerà il
sapore di una vendetta feroce. Ma è sul terreno sociale, dei
comportamenti e della cultura di massa che si giocherà il
tentativo, in parte riuscito, di rimuovere, anche fisicamente, le
figure e i soggetti che alimentavano lo scontro. La diffusione di massa
dell’eroina, derubricata nel problema sanitario delle
tossicodipendenze e delle devianze, così come la strategia
della tensione e del terrore, tradotte nella retorica mediatica degli
anni di piombo, saranno un binomio perfetto contro cui la
riproposizione della tradizionale militanza politica stenterà
a rinnovare le armi della critica e della rielaborazione culturale.
Anche
dentro la radio, la musica e i comportamenti segneranno i limiti dei
conflitti, del confronto e dell’innovazione, mentre,
più lentamente, la sperimentazione riannoderà i
fili di un dialogo interrotto con le culture giovanili, punk in testa,
ma questa è un’altra storia.
Gli anni che ci
separano dal ’77 Onda Rossa li ha vissuti intensamente: il
rifiuto ostinato di adeguarsi alla modernità liquida del
compromesso, la costanza con cui ha continuato ad occuparsi dei dannati
della terra e il rigore pagano con cui ha scacciato i mercanti dal
tempio ne hanno fatto un oggetto per certi versi anacronistico, ma, al
tempo stesso, capace di slanci irripetibili.
Negli anni dei movimenti effimeri ha continuato a borbottare il mantra della rivolta, non rinunciando a perdersi ogni
qual volta la speranza prendeva corpo nelle strade; insomma al Lenin in
salsa gesuita abbiamo sempre preferito il Marx trafficante di coltelli.
*dal
titolo del numero 10 del 1980 della rivista «I
Volsci», numero speciale contro la chiusura giudiziaria di ROR
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