22/09/2008 - 1. Gli autonomi, vol. III
di Andrea Colombo
No future, qui e ora
Il primo dicembre 1976 i Sex
Pistols si conquistarono le prime pagine dei giornali insultando in
diretta il presentatore Bill Grundy nel corso del programma per
famiglie Today, in onda sulla Thames Tv. Suonavano nei club
londinesi da meno di un anno e quattro giorni prima era uscito il loro
primo 45 giri, Anarchy in Uk. La strofa finale riassumeva in
anticipo l’intero senso della subcultura punk, e non a caso
avrebbe campeggiato per tutto il decennio successivo sul leggendario
muro di Berlino: «No Future».
L’8
dicembre 1976, a Milano, i Circoli del proletariato giovanile
organizzarono la contestazione all’inaugurazione della Scala,
coscientemente rievocando la manifestazione organizzata per la medesima
occasione otto anni prima, nel 1968. Finì con scontri
durissimi, a differenza di quel che era capitato nell’anno
mitico della rivolta studentesca.
Nel gioco delle date,
l’oltraggiosa performance dei Pistols segna l’inizio
ufficiale del punk, e le botte alla Scala quello del Movimento del
’77. Genetliaci di questo tipo, si sa, sono per definizione
arbitrari. Il punk rock, negli Usa, aveva mosso i primi passi
già da un bel pezzo. Risalendo per i rami genealogici si
arriva senza sforzo almeno agli Stooges del 1969, passando poi per New
York Dolls e Ramones. Anche nel cortile italiano l’incubazione
del ’77 era stata lunga: dai Circoli del proletariato
giovanile e dalle «riappropriazioni» milanesi del
’76 alle manifestazioni della primavera precedente per le
uccisioni di ClaudioVaralli e Giannino Zibecchi, sempre a Milano, ma
con radici profonde che arrivano ai primi anni Settanta, alla
progressiva presa di distanza di sempre più numerosi giovani
militanti dai gruppi della sinistra extraparlamentare, alla scoperta di
una cultura ribelle che non poteva essere rinserrata nei recinti
angusti del marxismo, fosse pure il più eretico, e delle
diatribe già allora museali sul partito più o meno
leninista.
Ma il gioco delle date di nascita non è solo
arbitrio. In quel dicembre 1976 qualcosa cambiò davvero, e
per sempre. Sino a quel momento le correnti che sarebbero affluite
tutte insieme nel punk e nell’autonomia diffusa del
’77 italiano avevano convissuto con il flusso che proveniva
dalla lunga fase precedente, dalla controcultura e, in Italia,
dall’infinito ’68. Distinte, ma a occhio nudo
indistinguibili. Diverse, ma all’apparenza solidali. Nel
dicembre 1976 si scoprì di colpo che il mantello grigio della
«ribellione giovanile» non era più in grado
di tenere insieme la controcultura hippie del decennio precedente dalla
subcultura punk che si avviava a seppellirla senza rimpianti.
Né il cappello a falde larghissime della rivoluzione rossa
era più sufficiente ad assimilare i rabbiosi giovani del
’77 ai fratelli maggiori del 1968. Come il punk era,
coscientemente, ostile alla controcultura hippie così il
’77 era, pur meno lucidamente, un movimento contro il
’68.
Nel dicembre ’76, e poi per tutto il
tempestoso anno seguente, si evidenziò una frattura che era
già latente, apparve in tutta la sua brusca rudezza una
discontinuità radicale con la quale ancora oggi, a
trent’anni e passa di distanza, abbiamo appena iniziato a fare
i conti.
Lo stacco era a tutto campo. La controcultura, come il
’68 italiano, era figlia di un’età di
speranza e di un’illusione progressista. Per molti, dietro gli
orpelli dell’ideologia, ad alimentare quella rivolta era stata
l’impazienza nei confronti di un progresso che marciava a
tappe forzate e a velocità ridotta, ma pur sempre nella
giusta e storicamente ineluttabile direzione. Nel ’63, in
occidente, la forbice tra gli stipendi manageriali e i salari operai
aveva raggiunto il punto di massimo avvicinamento. Il colonialismo era
moribondo, e persino nel sud degli Stati uniti d’America il
razzismo era costretto a continui arretramenti. La stessa rivolta
operaia del ’69 italiano era stata figlia di una fase
affluente e ad alto tasso di occupazione.
Non è solo per
ipocrisia e falsa coscienza retrospettiva se oggi tanti ex ragazzi del
’68, in Italia come negli Usa, possono contrabbandare le loro
giovanili foghe rivoluzionarie per una più composta e
accettabile ansia di modernizzazione e svecchiamento. È che
per parecchi, nonostante le bandiere rosse e gli slogan truculenti,
nonostante le comuni agricole e l’Lsd25, la molla era davvero
quella. È che la composizione sociale di quel movimento era
effettivamente, almeno in larghissima misura, quella di una borghesia
illuminata e progressista, che non tollerava più
l’arretratezza culturale e sociale dei propri paesi e
confondeva, spesso in perfetta buona fede, l’ambizione
modernizzatrice con quella rivoluzionaria. Erano ragazzi con un futuro,
e lo sapevano.
Il punk, come il ’77, era frutto di una
temperie emotiva opposta: della disperazione, non della speranza. Nel
giro di pochi ma intensi anni erano state spazzate vie molte illusioni,
a partire da quella di una ineluttabile, progressiva marcia verso un
futuro comunque più equo e ricco di occasioni per tutti. Quel
futuro semplicemente non c’era più, e il miraggio,
nel suo fragoroso crollo, aveva travolto la possibilità
stessa di un futuro diverso e migliore del presente. No Future.
Ma
non era solo questione di contingenza difficile, di crisi economica,
disoccupazione dilagante, inflazione in corsa sfrenata o di crisi
etica, cimici e tangenti, Watergate e Lockheed. Tutto questo
c’era, e pesava nefastamente, ma di per sé non
sarebbe andato oltre la battuta d’arresto, un momentaneo passo
indietro come già si era più volte verificato. Quel
che il movimento del ’77 e l’intera cultura punk
presagivano a pelle era ben altro: uno slittamento in corso, una
riconversione radicale appena iniziata di cui avrebbero fatto le spese
loro per primi, e che non si sarebbe limitata a una fase dura ma
transitoria.
A differenza della controcultura (e del ’68),
il punk e il ‘77 erano segnati da una marcata connotazione di
classe, ma non tanto perché fosse radicalmente diversa la
loro estrazione sociale, quanto perché quelle stesse fasce
che, meno di dieci anni prima, erano state piccola e media borghesia in
espansione scorgevano nel nuovo assetto un declassamento che li avrebbe
resi per sempre precari e incerti del futuro. D’improvviso, e
senza preavviso, la rabbia non era più provocata da quel che
veniva fatto ad altri, l’indignazione non si appuntava
più sulle ingiustizie che altri pativano: stavolta il
movimento era parte in causa diretta. Giocava sulla propria pelle e lo
sapeva.
Di qui una rabbia ben più radicata e profonda di
quella che aveva segnato i movimenti degli anni precedenti, che si
appuntava non solo contro il sistema di comando e dominio ma anche
contro la cultura di quegli stessi movimenti precedenti, individuati (e
trent’anni dopo si può ben dire a ragion veduta)
come assai meno antagonisti di quanto non pretendessero rispetto al
sistema di comando e dominio. Sospettati anzi, e anche in questo caso
non a torto, di essere in ultima analisi interni e funzionali a quel
sistema, elemento culturale chiave di una sua modernizzazione destinata
a tradursi non in trasformazione ma in maggiore e più
temibile efficienza.
Palese nel punk, con la sua idiosincrasia per
gli hippies e le loro illusioni «alternative»,
l’alterità e alternatività del
’77 rispetto al ’68 e discendenti era, in forza del
peso esercitato dall’ideologia politica, destinata e restare
molto più implicita e coperta, mai dichiarata se non nella
polemica contro il ceto politico della sinistra extraparlamentare,
già ridotto alla stregua di un qualsiasi ceto politico del
tutto interno alla logica del sistema e in alcuni eloquenti slogan
(«Via i vecchi tromboni dalle nuove occupazioni»).
Molto più che nelle prese di posizione aperte, la frattura
rispetto al passato si rifletteva però nella cultura diffusa
e nelle sperimentazioni comunicative e linguistiche, letteralmente
inconcepibili, a sinistra, appena pochi anni prima. Il ’68 e
poi le organizzazioni rivoluzionarie, avevano prodotto tonnellate di
documenti analitici, dissertazioni (in alcuni casi brillantissime e
innovative) sul marxismo e sull’analisi del capitalismo, si
erano accapigliati su quali forme organizzative fossero più
adeguate e veicolare la rivoluzione nei tempi moderni. Il ’77
segnò uno scarto radicale. Puntò tutto
sull’espressione e sulla comunicazione, sui fumetti, sulla
musica, su un uso deliberatamente oltraggioso e sovversivo di codici
linguistici che erano gli stessi già disponibili sul mercato,
ma declinati in maniera opposta, secondo una logica che si voleva
opposta a quella del mercato stesso.
Proprio per questa sua
internità ai codici dominanti, coniugata con la
capacità di renderli irriducibili alla logica del dominio
stesso, il ’77 è un movimento sottoculturale assai
più che non controculturale. Dal suo orizzonte è
esclusa in partenza la fantasia di potersi sottrarre subito –
«qui e ora» – alla costrizione feroce
imposta dal sistema dello sfruttamento. Il movimento controculturale,
soprattutto negli Usa, aveva potuto immaginare e in parte anche
praticare la costruzione di una società alternativa, allo
stesso tempo in conflitto e separata rispetto a quella ufficiale, a
partire proprio dall’opulenza di quella società e
dalla conseguente possibilità di abitarne, allargarne e
sfruttarne gli interstizi. I suoi esponenti avevano potuto tentare
l’azzardo con la coscienza di poter in ogni caso tornare sui
propri passi e riprendere più o meno a piacimento il posto
che gli spettava per nascita e censo.
Alla fine degli anni Settanta
l’idea di potersi sottrarre in qualche modo a quelle dinamiche
separandosene si era già rivelata un miraggio. Nessuna
alternativa all’obbligo di sopravvivere all’interno
delle dinamiche del comando e dello sfruttamento, cercando di
combatterlo e di affrancarsene parzialmente dall’interno, come
si diceva adoperandone i codici ma stravolgendoli in modo tale da
sovvertirne il significato.
Non era una novità.
È la caratteristica fondante di tutte le sottoculture. La
stessa cosa avevano fatto, più di dieci anni prima e sempre
nel Regno unito, casa madre di tutte le subculture giovanili dal
dopoguerra in poi, i Mods. Giovani operai e proletari urbani, avevano
fatto del dandismo proletario e dell’ossessione per lo stile e
per la moda una implicita manifestazione di rifiuto della rigorosa
divisone in classi marcata nel Regno unito più che in ogni
altra parte del mondo. Senza mai adottare parole d’ordine
apertamente rivoluzionarie e ribelli, avevano affidato al messaggio
diretto dello stile il rifiuto di un ordine che li condannava a non
andare oltre il presente angusto e i sogni aridi della condizione
operaia. Poco dopo gli skinheads avevano reagito al declino della
«working class» dalla quale provenivano adottando uno
stile che rinviava proprio a quella comunità operaia
tradizionale che, nella realtà, era già solo un
ricordo.
Allo stesso modo, i punk mettono in scena, esasperandola
ma anche irridendola, intrecciando rabbia e ironia, la nuova condizione
del lavoro salariato agli albori. Uno stile che sottolinea allo stesso
tempo la totale internità al sistema di vita imposto dal
dominio sociale, senza più vie di fuga possibili se non a
livello simbolico e fantastico, e un’ancor più
completa alterità rispetto a quel medesimo sistema.
Dall’altra parte dell’oceano, la controcultura
giovanile si era battuta, lungo tutto il decennio precedente e oltre,
contro il razzismo, «a favore» dei neri e dei loro
diritti. Quindici anni più tardi e da questa parte
dell’Atlantico, la sottocultura punk si identifica
direttamente con i neri, in virtù non del colore della pelle
ma della condizione sociale a cui un futuro già scritto li
condanna in partenza.
Come tutte le sottoculture, il punk
è diretta espressione di una precisa condizione sociale,
rappresenta la resistenza, la ribellione e la ricerca di una via
d’uscita, perlopiù fantastica, rispetto a una
situazione di oppressione e sfruttamento. A differenza delle
sottoculture precedenti, gli strumenti utilizzati dalla cultura punk
per costruire se stessa la dislocano, per la prima volta nella storia
delle culture giovanili, direttamente sul piano del processo produttivo
e non più solo su quello delle conseguenze sociali dello
stesso processo. E questo non per una maggiore maturità o per
un’accresciuta autocoscienza dei punk rispetto ai fratelli
maggiori Teds, Mods o Skins, ma in virtù della trasformazione
già avviata alla fine dei Settanta nei processi produttivi
stessi. Il linguaggio, la comunicazione, la creazione di simboli e
stili si vanno affermando come forza produttiva in sé,
iniziano a rappresentare il «vapore» e la catena di
montaggio del nuovo millennio alle porte.
Lo stile mod alludeva
solo alla condizione dei giovani salariati e al suo rifiuto da parte di
quegli stessi giovani. Lo stile punk, col suo incessante
lavorìo sul linguaggio e sulla simbologia, con la sua
capacità di intervenire producendo continui slittamenti di
senso e innovazioni linguistiche, si muove invece già sul
terreno diretto della nuova produzione di valore e delle nuove forme di
sfruttamento. Di conseguenza non si limita più solo alla
denuncia di una condizione e alla ricerca di una via d’uscita
a livello fantastico, ma apre uno spiraglio sulla possibilità
di sfidare il dominio direttamente sul suo terreno, sul piano della
nuova produzione, in veste di forza lavoro moderna a pieno titolo.
È un ulteriore elemento, probabilmente il più
significativo, che lega il ’77 italiano al punk. Figli della
stessa disperazione e della stessa percezione di una trasformazione del
sistema produttivo e del sistema sociale che li condanna a non avere
futuro, i giovani del ’77, come i punk, non tardano a
spostarsi sul medesimo terreno dell’innovazione comunicativa e
linguistica, e diventano presto maestri nell’adoperare le
stesse armi: ironia, oltraggiosità, tonalità quanto
più possibile esasperate, teatralità estrema. Ancor
più del movimento gemello anglo-americano, il ’
’77 italiano è cosciente di sfidare il sistema sul
suo stesso terreno, costruisce lucidamente spazi autonomi e ribelli
all’interno del mercato, capisce di rappresentare una sorta di
contropotere all’interno della nascente fabbrica diffusa della
produzione immateriale. Cerca di incepparne gli anelli e di ribaltarne
la logica, secondo una strategia che è diametralmente opposta
a quella della controcultura: non sottrazione e presa di distanza ma
tentativo di contrapposizione nel cuore stesso delle nuove dinamiche
della produzione e dello sfruttamento. E per quanto fallimentare si sia
dimostrata a conti fatti la sfida, per quanto totale sia stata, negli
anni Ottanta, la capacità da parte del dominio non tanto di
neutralizzare quanto di volgere a proprio tornaconto e mettere a
profitto sperimentazioni che erano nate con l’obiettivo
opposto, i tentativi, uguali e diversi, del punk e
dell’autonomia restano a tutt’oggi un modello di
resistenza e controffensiva ineguagliato e un’indicazione
più che mai attuale.
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