30/06/2008 - 6. Dossier operaismo
di redazione deriveapprodi
Un chilo e cinquecentocinquanta grammi. Tanto pesa L'operaismo degli anni Sessanta.
Appena arrivato dalla tipografia, bisognava fare delle spedizioni e
abbiamo messo sulla bilancia 'ste novecento pagine e letto l'astina. A
tirarlo dietro, un'arma impropria. A farlo entrare nella zucca, un'arma
impropria.
Quella straordinaria stagione politica che va dalla fine
degli anni Cinquanta alla fine dei Sessanta, dalla sconfitta Fiom alla
Fiat fino all'esplodere delle lotte operaie, ha qui il suo pensiero e la sua lettura.
Pensiero e lettura che ruotano intorno la nascita e la fine di due
riviste in successione, «Quaderni rossi» e
«classe operaia». Cioè, intorno
l'«avventura» di una strepitosa, arrogantissima,
coltissima, intelligentissima, generosa «cerchia» di
giovani, in qualche caso giovanissimi, intellettuali di formazione e
militanza socialista e comunista che si raccoglie intorno Raniero
Panzieri e poi se ne distacca per seguire un proprio - lo stesso di
prima - percorso fino a dichiararne la fine.
La straordinaria
quantità di documenti, lettere, appunti, note, volantini,
stralci di opuscoli, interviste - un lavoro di ricerca, di raccolta e
di raccordo assolutamente fuori dall'ordinario, e che probabilmente
più che essere esaustivo finirà col dare origine ad
altre storie -, forse non aiuta a sciogliere e comprendere del
tutto il groviglio dei passaggi, degli snodi di fronte ai quali
ciascuno di quei protagonisti si trovò a prendere posizione e
a determinare la posizione degli altri. Ogni ricordo, ogni giudizio
finisce col segmentare e rimescolare ulteriormente le appartenenze, i
percorsi, che diventano e si intrecciano di volta in volta diversi per
teoria, analisi, politica, organizzazione, territorio [i torinesi, i
veneti, i romani, i genovesi, i milanesi] fino a iscriversi nelle
ragioni delle affinità, del carattere.
Ma questo non diminuisce di una virgola il valore intellettuale del libro, semmai lo potenzia.
Perché una cosa è certa: quella linea di rottura
teorica - con la tradizione e con la modernità - che poneva
al centro il lavoro operaio aveva una potenza di attrazione
intellettuale senza pari e restituiva una pienezza di vitalità, di elaborazione storica o letteraria o economica o filosofica, che era anche fisica.
Senza questo, l'intervento davanti le fabbriche, i questionari con gli
operai, i seminari e i circoli, i giornali e i volantoni, i viaggi in
automobile e in treni di ultima classe, le riunioni e le discussioni
estenuanti e i convegni sino all'alba, senza questo pellegrinaggio
dalla Fiat di Torino al Petrolchimico di Porto Marghera, dall'Alfa
Romeo di Milano alle industrie di Piombino, di Genova, alla Fatme di
Roma, senza questo non ci sarebbe stato l'operaismo.
Così, l'intenzione della casa editrice non è solo quella di fornire un libro utile, per studiosi, biblioteche, istituti di ricerca, il dibattito intellettuale; ma un libro necessario.
Necessario adesso. Gli operai - si dice - non ci sono più:
compaiono quando muoiono, ricordano la loro presenza quando si registra
la loro definitiva assenza. È la loro morte a gettare luce
sulla loro vita. La morte d'altra parte non fa che sancire la fine
politica, una vita senza politica, senza fine politico.
Il secolo
operaio è alle nostre spalle. Senza operai che senso ha
l'operaismo? Siamo post-operai, siamo post-operaisti.
Il lascito di quell'esperienza è però tutto nella sua inattualità. Essa nasce e cresce nella attesa pratica - di qualcosa che c'è già ma non è ancora - e si divide e muore nell'apparizione teorica - di qualcosa che è ma non è più.
Noi pure siamo in attesa.
redazione deriveapprodi
Oggi pubblichiamo:
- stralci delle interviste a Lapo Berti, Antonio Negri, Massimo Cacciari
Qui trovi la recensione di B. Vecchi su «alias» del 24.05.2008
Qui trovi la recensione di M. Calise su «Il Mattino» del 13.06.2008
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Nella foto: Panzieri, Tronti, De Caro, Negri.
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