09/06/2008 - 4. Dossier operaismo
di Mauro Calise
Operai senza classe
Oggi che la sinistra radicale è scomparsa da camera e senato,
sembrerebbe definitivamente chiusa la stagione della
«rappresentanza operaia». E c’è
chi ha addirittura sostenuto che, come conseguenza o per contrasto, si
riaprirebbe una prospettiva extraparlamentare. Nella realtà,
questa terminologia è fuori uso. Molto prima che dalla legge
truffa voluta da Berlusconi, il destino degli operai in politica
è stato deciso da processi di riorganizzazione economica che
hanno scompaginato gli assetti ereditati dal marxismo. Per dirla in
modo brutale, abbiamo voltato millennio. E il capitalismo di oggi
è solo un lontano parente di quello così
genialmente descritto nei classici ottocenteschi che hanno scandito la
storia del movimento operaio. Per capire - anzi, più
propriamente, studiare - in profondità la portata di questo
sconvolgimento epocale, esce in questi giorni in libreria un testo
paradigmatico. Curato da Giuseppe Trotta e Fabio Milana, L’operaismo degli anni Sessanta. Da «Quaderni rossi» a «classe operaia»
(DeriveApprodi, pagg. 895, euro 50) è innanzitutto uno
straordinario documento culturale. L’esempio, purtroppo sempre
più raro, di cosa un libro può rappresentare per
entità e qualità dello sforzo redazionale ed
editoriale. In un’epoca in cui i libri sono sempre
più spesso pamphlet scritti al computer col taglia-e-incolla
di parole e pensieri frammentati e sgrammaticati, questo volume
testimonia un lavoro certosino di ricostruzione filologica. La mole dei
documenti, per lo più inediti, spazia dai rapporti epistolari
tra i principali protagonisti a una serie di preziose ricostruzioni
diaristiche, da articoli di giornali a piattaforme politiche, sempre
accuratamente annotati e collegati l’uno all’altro.
In un cd allegato al libro, c’è la collezione
integrale della rivista «Classe operaia» che, insieme
a un repertorio di immagini, una cronologia e un’ampia
bibliografia, completa il panorama dell’operaismo italiano.
L’interpretazione dell'esperienza, politica e culturale,
è affidata a tredici testimonianze senza veli dei suoi leader
intellettuali: da Alberto Asor Rosa ad Aris Accornero, da Rita di Leo a
Massimo Cacciari. E a un lungo saggio introduttivo di Mario Tronti,
ricco di squarci teorici che vanno al di là di questa pagina
storica. Fedele alla sua missione di eretico della modernità,
Tronti si accomiata dal proprio passato cercando di lasciare comunque
aperto un varco: «Gli operai hanno agito nella crisi
dell’età moderna come i monaci nella crisi
dell’età antica: conservatori della
civiltà, contestatori del mondo. Hanno salvato i manoscritti
di tutte le lotte passate delle classi subalterne (…)
Lì c’è un giacimento di materiale politico
da sottoporre a uno scavo di ritrovamento, di risistemazione, di
riuso». Non è un lavoro da affrontare, e tanto meno
da completare, in fretta. Come sempre nella lezione di Tronti, il tempo
della storia rimanda a un tempo del pensiero, più lungo e per
questo più tenace. Mai però distaccato. Anzi, nella
bella citazione finale, il pensiero politico cresce soltanto se sa
«lanciarsi a rotta di collo per non perdere il filo».
Da «Il Mattino», 13 giugno 2008, pag. 20, LESSICO POLITICO
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