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03/06/2008 - 0. Dossier operaismo

di Benedetto Vecchi

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Quella talpa che scuote il sonno della sinistra

Ambiziosa, di parte, come d'altronde è la tradizione teorico politico che vuole ricostruire. È la storia dell'operaismo che due giovani studiosi, Giuseppe Trotta e Fabio Milana, hanno ricostruito nel volume pubblicato da DeriveApprodi L'operaismo degli anni Sessanta. Dai «Quaderni rossi a «classe operaia» (pp. 912, euro 50. Con Cd-rom che riproduce i numeri di «classe operaia»). Un lavoro di documentazione sulle discussioni all'interno di un gruppo di intellettuali a geometria variabile attraverso scambi epistolari, interviste e un'interpretazione dei materiali teorici che quel gruppo ha prodotto. Si parte dai «Quaderni rossi», registrando le posizioni e i dissensi interni che portano alla fine di quella rivista seminale. Poi c'è la formazione di un'altra rivista, «classe operaia», fino alla seconda frattura che porterà alla diaspora operaista. Molti dei protagonisti di allora continueranno ognuno il loro percorso teorico e politico, mantenendo però una sorta di dialogo e, per alcuni, forti legami di amicizia che hanno sempre legittimato una lettura unitaria dell'operaismo.
Questo volume propone invece una periodizzazione che circoscrive l'innovazione teorica prodotta dagli «operaisti» all'esperienza di «Quaderni rossi» e di «classe operaia». Sciolte le redazioni si deve parlare, sostiene Mario Tronti nell'introduzione, di postoperaismo. Lettura di parte, dunque, perché ciò che viene dopo sono solo frammenti certo interessanti su questo o quel tema ma nulla più. Ciò che è davvero rilevante, questa la tesi del libro, è quando l'innovazione operaista viene disciolta nella politica mainstream del movimento operaio italiano. In anni recenti sono stati pubblicati molti volumi sull'operaismo, al punto che di quell'esperienza ben poco è rimasto ignorato. Ne è venuta fuori una piccola biblioteca che rappresenta la diaspora operaista non come un limite, ma come segnale di una vitalità, di un metodo per l'analisi di classe che riesce ancora adesso a analizzare creativamente il capitalismo globale.
In questo libro, invece, viene continuamente sottolineato il limite più macroscopico dell'operaismo e che ne ha provocato, secondo i curatori, la fine: la sua incapacità di proporre una lettura «alta» del politico.
Non è certo la prima volta che questo argomento viene affrontato. E sempre avviene proponendo la stantia distinzione tra teoria e prassi che gli operaisti avevano triturato a colpi di inchiesta operaia, intervento nelle fabbriche e studio della filosofia borghese e dei testi meno noti di quel barbuto di Treviri, la cui critica all'economia politica non costituiva certo la rotta del Partito comunista italiano. Inoltre gli operaisti non amavano né il popolo, né le masse popolari. Erano interessati alla classe in sé e per sé. Mai letta però come soggetto omogeneo, quanto nella sua sua eterogeneità, meglio nella sua composizione. Anche la figura più monolitica, l'operaio-massa, aveva le caratteristiche della molteplcità nei comportamenti: l'unica cosa che lo rendeva soggetto collettivo era il suo rapporto politico conflittuale con il sistema di macchine e di governo della grande fabbrica. È tuttavia vero che è attorno alle prospettive politiche che le divisioni si sono manifestate con più asprezza. Meglio: è sul rapporto con le organizzazioni storiche del movimento operaio - partiti e sindacato - che esplodono i conflitti. È nota l'opposizione di Panzieri sulla necessità di una rottura con esse. È acquisito il fatto che Tronti abbia maturato la convinzione, condivisa da altri, di preferire il rapporto con il Pci rispetto ad altre ipotesi. La sua è stata una sorta di edizione operaista dell'entrismo: entriamo nel partito e lo conquistiamo alle nostra posizioni. Questo il retropensiero degli operaisti che scelsero di nuotare nella corrente mainstream del movimento operaio.
E gli altri? Pensarono di costruire altre organizzazioni, dagli esiti non sempre entusiasmanti. Ma è nella radicale critica politica da loro agita nei confronti delle organizzazioni storiche del movimento operaio italiano che va però cercato il bandolo della matassa dell'anomalia italiana. Rifiuto del lavoro, operaio-massa, autonomia operaia, il salario come variabile indipendente sono già presenti in «Quaderni rossi». Per una parte degli operaisti sono state le chiavi d'accesso a sperimentazioni organizzative che hanno condizionato molto la storia italiana degli anni Settanta, in particolar modo quando il giovane operaio metalmeccanico si comportava come un fricchettone. O quando il rifiuto del lavoro (salariato, va da sé) era agito da operai in quel decentramento produttivo che poi si sarebbe trasformato in impresa a rete. O quando il rifiuto delle istituzioni totali della società capitalistica - la scuola, la famiglia, il carcere, il welfare state - era complementare al sabotaggio. Realisticamente, era il tentativo di pensare e fare la rivoluzione in un paese capitalisticamente avanzato. Tronti considera tutto ciò ben poca cosa rispetto a quella società dentro e contro la società capitalistica che era il Partito comunista. Posizione proposta anche quando il gruppo dirigente di Botteghe Oscure decise di riportare all'ordine, con ogni mezzo, il conflitto di classe.
Quell'universo è però alle nostre spalle. Sono altre le figure «operaie » che occupano ora la scena. Hanno volti, stili di vita differenti da quelli dei nonni e dei padri. E delle nonne e delle madri. Per loro, erogazione di forza-lavoro significa che al lavoro sono messi intelligenza, saperi acquisiti, socialità, facoltà di linguaggio. L'unica cosa che permane è la camicia di forza del lavoro salariato. Ma per capire come funzionano i dispositivi del potere e del controllo sulla forza lavoro occorre ripartire da quel metodo: «è nelle lotte che nasce e messa a verifica la teoria». Per provare, di nuovo, a lacerare quella camicia di forza. Compito sempre più urgente dopo la morte della sinistra. Morte dovuta non all'insorgenza politica della forza-lavoro, ma perché quella stessa forza-lavoro ha puntato le sue carte in quel patto luciferino proposto dal populismo neoliberista che talvolta è chiamato «comunità dei produttori».

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