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05/05/2008 - 7. Vento del sud

di Pietro Sebastianelli

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Il caso di Caserta: la città residenziale

Un esempio, forse emblematico, di città meridionale è quello di Caserta. Le trasformazioni avvenute nel tessuto urbano negli ultimi dieci anni sono state impressionanti. In questo breve lasso di tempo la città è passata dai sessantamila abitanti degli anni ‘90, ai circa ottantamila del 2007, un salto enorme che ci fa giustamente osservare come essa tenda sempre più a essere inglobata all’interno dell’area metropolitana di Napoli. Se si considera che il territorio tra Napoli e Caserta, fino a qualche decennio fa abitato solo da fabbriche sparse (o meglio capannoni industriali spesso mai utilizzati) e centri urbani periferici, è oggi un unicum interconnesso tra sviluppo edilizio e catene commerciali affiliate alla grande distribuzione, c’è da dire che l’osservazione coglie nel segno. È facile notare come quel salto avvenuto nella percentuale degli abitanti sia dovuto al fatto che ad oggi Caserta accoglie i cittadini di Napoli in fuga dal caos metropolitano: in trenta minuti di auto o quarantacinque di treno da Caserta si giunge senza troppe difficoltà nel centro di Napoli. Un’unica area metropolitana sembra dunque configurarsi tra Napoli e Caserta, con quest’ultima nella posizione di meta preferita per la scelta abitativa; scelta dovuta, in gran parte, alla maggior “tranquillità” che offre un centro cittadino come Caserta rispetto all’hinterland napoletano.
Nel corso di questi dieci anni, quindi, il tessuto urbano di Caserta è mutato rapidamente, trasformandosi da centro cittadino di medie dimensioni, con un’economia basata per lo più su attività commerciali, sull’afflusso di turisti per la Reggia e sulla presenza di importanti nodi strategici di caserme militari (fino a dieci anni fa il centro cittadino ne ospitava almeno cinque tra aeronautica ed esercito), a zona residenziale dell’asse metropolitano Napoli-Caserta, con il settore dei servizi commerciali in forte espansione proprio a partire dagli anni ‘90. Le poche fabbriche, nate a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, erano collocate tutte in periferia, in gran parte nella zona di Marcianise; queste, successivamente alla ristrutturazione produttiva avvenuta nel corso degli anni ’80, oggi impiegano in tutto poche centinaia di operai in settori specializzati (ad esempio, esternalizzazioni di grandi marchi dell’industria del software e della componentistica hardware). Inutile dire che queste fabbriche stanno oggi chiudendo ad una ad una. Il tentativo di riconversione è dunque fallito miseramente nonostante la massiccia dose di investimenti pubblici impiegati (e oggi la Comunità Europea sembra intenzionata a stanziare nuovi fondi per finanziare un processo di re-industrializzazione).
Dentro questa trasformazione, come dicevo all’inizio, il fenomeno che colpisce maggiormente è il proliferare di immobili ed edifici a scopo residenziale. In pochi anni la campagna che circondava un tempo la città non esiste quasi più: sprazzi di verde divorati a poco a poco dal grigio del cemento, mentre i palazzi spuntano come funghi in ogni anfratto lasciato imprudentemente vuoto. Voltando l’angolo oltre il centro storico si ha l’impressione che si sia sviluppata in poco tempo un’altra città, per quantità di immobili e servizi commerciali. Naturalmente l’edilizia selvaggia, oltre ad avere parentele strettissime con la malavita organizzata (le più importanti imprese edilizie sono gestite direttamente o indirettamente dai clan), ha rapidamente violentato il territorio senza limiti di sorta. La progettazione urbanistica non ha tenuto conto della necessità di realizzare spazi pubblici accanto allo sviluppo abitativo e questo ha prodotto la progressiva scomparsa dei luoghi di incontro e di socialità. Le uniche piazze ancora (scarsamente!) praticabili sono quelle di antica memoria, il verde della campagna circostante è stato sostituito senza scrupoli dal grigio del cemento e dai parcheggi, gli spazi condivisi non esistono più, salvo qualche rara eccezione in un centro-storico affollato di vetrine tirate a lucido. Ma i palazzinari, di concerto con le amministrazioni comunali, non sembrano essere intenzionati a fermarsi: l’idea forza che emerge dai progetti urbanistici e dalle licenze edilizie mira all’obiettivo dei centomila abitanti, obiettivo da realizzare a quanto pare nei prossimi dieci anni.
L’impresa edile, per entrare nello specifico, ha assunto pienamente il paradigma post-fordista: essa è diventata un’«organizzazione a rete» tramite l’utilizzo, per lo più, di lavoro autonomo e di esternalizzazioni. L’impresa, infatti, esiste sempre più in termini meramente giuridici; il lavoro concreto viene svolto affidandosi a terzi specializzati e/o a lavoratori autonomi. In tale contesto le forme contrattuali previste per i lavoratori sono sempre più individualizzate e, ovviamente, precarizzate. Questo modello di impresa edile incarna perfettamente la capacità di sfruttare l’insieme delle relazioni sociali presenti sul territorio, oltre al paesaggio e agli spazi di vita, costituendo una vera e propria «fabbrica diffusa» capace di mettere a lavoro un intero tessuto sociale e coinvolgendo direttamente nel circuito della valorizzazione anche i nodi dell’amministrazione pubblica, ad esempio attraverso la sponsorizzazione di “propri” candidati il cui compito è quello di facilitare l’accesso alle licenze e agli appalti. Se prendiamo in considerazione anche l’attività estrattiva, ossia i cementifici, possiamo dire che il circuito del “cemento” costituisce ormai un’unica filiera di attività imprenditoriali disseminate sul territorio urbano, centrale e periferico.
Sempre collegandosi a quanto dicevo pocanzi circa la funzione residenziale che la città di Caserta sembra aver assunto rispetto all’asse metropolitano Napoli-Caserta, c’è da notare il peso assunto dalle catene della grande distribuzione (alias centri commerciali) nella trasformazione degli spazi urbani. Giusto in conseguenza del ruolo di città-residenziale, le catene commerciali più importanti, veri e propri non-luoghi che spuntano un po’ ovunque come nuove “cattedrali nel deserto”, sembrano avere scelto Caserta e la sua provincia come sede ideale per i propri affari. Del resto, se torni a casa dopo una giornata di lavoro, cosa c’è di meglio e di più salutare che recarsi con la propria famigliola a fare compere in uno dei centri commerciali sorti a pochi passi da casa ?
È importante sottolineare, quindi, come il tessuto e la composizione sociale della città sia mutato radicalmente in questo breve ma irreversibile processo. Da città piccolo-borghese, distratta e spenta, con poche auto per strada, pochi parcheggi, posti di lavoro neanche a pagarne, reddito manco a dirlo, Caserta si è ritrovata ad essere inglobata all’interno di un tessuto metropolitano più ampio e in una pianificazione urbana e produttiva di respiro almeno regionale (senza equivalente redistribuzione di reddito). Di fronte a questa situazione è inutile dire che i servizi e i diritti sociali non sono stati affatto adeguati alla trasformazione subita. Le amministrazioni che si sono succedute negli ultimi dieci anni sono state incapaci di pensare a forme di tutela dell’ambiente e dei diritti di cittadinanza più elementari: si è modificato profondamente il territorio, i cittadini si sono visti sottrarre gli spazi di vita, i luoghi pubblici, i servizi, senza ricevere in cambio nient’altro che altro smog e altro cemento.
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Questo testo è un breve estratto di uno dei saggi del volume Vento del Sud. Insorgenze meridionali ed esodo dalla modernità, a cura di Franco Piperno in uscita a settembre. Nei prossimi giorni pubblicheremo altri estratti.
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Gli altri estratti sinora pubblicati:
- Franco Piperno - A mo' di introduzione
- Franca Maltese
- Massimo Ciglio
- Adalgiso Amendola
- Elisabetta Della Corte
- Oreste Scalzone

Illustrazione: Graffiti

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