14/04/2008 - Morti bianche
di Andrea Capocci
Marco Rovelli, scrittore di denuncia e musicista di opposizione, mi scrive per avvertirmi dell'uscita del suo nuovo libro. Si intitola Lavorare uccide e glielo pubblica Rizzoli in una collana importante e fortunata. Me ne rallegro, e un po' mi stupisco di tanto prestigio editoriale, dato il tema e l'autore. Ma non troppo.
Per anni, da sinistra si sono accusati i media di censurare la morte sul lavoro. Si diceva: la cronaca nera, o rosa, o a paillettes, serve a nascondere la realtà dello sfruttamento, poco attraente e ancor meno rassicurante; se i giornalisti facessero il loro lavoro... Da un anno a questa parte, però, le cose sono cambiate. Lo conferma il sito Google Trends, che misura il numero di notizie legate ad una certa parola: dal 2007 in poi, di morti bianche si parla assai. Anche nei TG, che prima evitavano accuratamente il tema. Dopo il rogo di Torino, i dirigenti della ThyssenKrupp, nei loro memorandum interni, lamentavano l'eccessiva visibilità mediatica dei loro operai. La pentola, insomma, è stata scoperchiata. I numeri delle morti sul lavoro non sono più noti solo a statistici e sindacalisti.
Il risultato è quello che è. Per ogni tragedia servirebbe un'inchiesta giornalistica che cancelli le parole «tragica fatalità». Invece, le notizie si dipingono di folklore: per evitare che l'audience cali, si indugia sulle circostanze spesso bizzarre e paradossali che caratterizzano le morti bianche. Fa notizia il trentaduenne morto sotto una montagna di zucchero nel ferrarese. O lo stuntman morto mentre recitava un incidente sul lavoro in una fiction televisiva girata in un'acciaieria in disuso, un corto-circuito tra realtà e rappresentazione da far girare la testa. Anche lui un segno dei tempi: la flessibilità ha moltiplicato le forme del lavoro, e di conseguenza anche le forme della morte sul lavoro. La grande anomalia italiana non sono i morti sui cantieri, secondo le statistiche, ma quelli che lasciano la pelle su un marciapiede, su un motorino o su un'auto spostandosi tra la vita e il lavoro, o tra un lavoro e un altro. La morte bianca nell'Italia postfordista è atipica come il contratto.
In ogni caso, malgrado la copertura mediatica nel Paese non si registra particolare scandalo per le vittime del lavoro. Le mobilitazioni sul tema rimangono limitate. La televisione, tanto efficace nel dirigere l'immaginario collettivo (si pensi al terrorismo contro gli immigrati), in questo caso sembra creare assuefazione, abitudine, vaccino. Si sbagliava, chi pensava che fosse solo una questione di censura e di informazione corretta: la faccenda è un po' più complicata.
Che si muoia ancora di lavoro, e quanto, è notizia di dominio pubblico; ma la soglia di indignazione sembra alzarsi a dismisura, perché il resto delle notizie, sui giornali, alla tv o in metropolitana, ci descrivono una società sempre più disgregata e competitiva. Si muore di lavoro, ma è normale che accada: perché il padrone non dovrebbe risparmiare sulla prevenzione? Perché l'operaio non dovrebbe fare gli straordinari, per arrivare alla fine del mese o per comprarsi la bella macchina? E se il lavoratore è un «imprenditore di se stesso», come avviene sempre più spesso in tutti i settori, perché cercare colpe e responsabilità altrui? Senza risposte a questi perché, scandalizzarsi è più difficile di prima. Nella giungla le prede mica si stupiscono, se fanno una brutta fine: non si è mai vista una manifestazione di antilopi contro il leone. Fate la prova, abbassate il volume durante i documentari: senza la voce narrante, anche la più crudele lotta per la sopravvivenza si svolge nell'indifferenza generale nonostante le telecamere di Quark. Non è più tempo di diritti sociali. Cerchiamo almeno di vendere quelli televisivi a un buon prezzo.
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Foto di Saad.Akhtar [Construction worker portrait], sotto licenza Creative Commons da flickr
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