13/11/2008 - Prime note per la riflessione dell'Onda
di Franco Piperno
Un’altra università non vuol dire l’università del futuro
1. L’Onda sta mutando la sua fase
Con
la massiccia concentrazione del 14 novembre su Roma, si compie un ciclo
del movimento, il primo. Tutto era cominciato con un decreto romano,
illiberale e statalista che, trattando la formazione come un costo
piuttosto che un investimento, tagliava drasticamente la spesa pubblica
per scuola e università. Il 14 novembre è
così la risonanza sociale provocata da quel decreto.
Ma
tanto la pluralità quanto i numeri coinvolti testimoniano,
con tutta evidenza, che l’Onda ha già prodotto una
eccedenza che è fuori misura rispetto al gesto che
l’ha provocata.
In altri termini l’orizzonte
parasindacale incentrato sulla questione dei tagli risulta ormai
limitato, anzi asfittico; ed emergono forme di vita attiva che hanno
compiuto l’esodo dalla temporalità moderna dove il
futuro è vissuto nel modo dell’attesa (nuove
riforme, nuovi governi, nuove scienze, nuove ricerche, nuovo mondo
ecc.) e s’impegnano «a strappare la
felicità al futuro» praticando qui e ora il terreno
della critica alla divisione disciplinare del sapere: la prassi
dell’autoformazione ovvero un’altra
università, in grado di richiamarsi all’origine,
all’autonomia e unità del sapere.
2. Il rimbalzo dell’Onda
Dopo
il 14 di novembre il movimento rientra nei suoi luoghi
d’origine, inebriato dalla condivisione della presenza, da
quell’essere in molti tutti insieme nello stesso luogo.
Questa
potenza va scagliata, luogo per luogo, contro il sistema della scuola e
dell’università – sistema mostruoso per
astrazione e debole nel conseguire risultati proprio perchè
assegna alla formazione e alla ricerca il compito di aiutare la
crescita economica del paese, favorire la competizione della nostra
industria sul mercato globale.
Per far questo occorre convergere
sulla didattica, cioè su tempi, modi, contenuti con i quali
l’università adempie al compito per il quale
è nata: la rielaborazione del sapere in forma tale che sia
pubblicamente, meglio, dirò, comunemente, trasmissibile di
generazione in generazione.
Si tratta di partire dalle cose come
stanno, dal clamoroso fallimento della riforma «3+2»,
riforma bipartisan quanti altri mai, proposta pressoché
unanimemente dal ceto politico, sia di destra che di sinistra.
Si
tratta d’andare nella direzione opposta a quella indicata
dalla riforma Berlinguer-Moratti-Gelmini. Mentre quest’ultima
mira a sfornare leve di massa d’idioti specializzati per ruoli
lavorativi stupidi e ripetitivi, la pratica
dell’autoformazione si dispiega attraverso le discipline per
conseguire quell’unita del sapere che sola permette una
rappresentazione vera della realtà: infatti la
realtà, come la natura da cui scaturisce, è di per
sé interdisciplinare. L’autoformazione si sviluppa
quindi come rapporto tra lo studente e la realtà, e non
già come destino dello studente nel mercato del lavoro.
Per
tradurre in slogan la questione potremmo dire che i primi tre anni di
curriculum universitario conseguono il loro scopo nel fornire le
competenze generiche dell’individuo sociale; essi sono quindi
organizzati a livello d’ateneo e prevedono che lo studente
attraversi, tramite la scelta libera dei corsi, tutte le aree tematiche
presenti nell’ateneo – e.g. all’Unical
queste aree sono cinque e in conseguenza il numero d’esami
complessivo per il triennio non dovrebbe superare il numero di quindici.
I
corsi, poi, devono possedere quell’aura socratica che permetta
il rapporto individuale tra docente e discente, e consenta
l’acquisizione della capacità euristica piuttosto
che l’apprendimento passivo di nozioni – e questo
comporta che non vi siano molte decine di studenti per classe e che
l’attività di docenza preveda un andamento per
dispute e seminari.
Si pensi che, nel modello
«3+2», la lezione frontale, con l’uso dei
lucidi e del power- point in una classe con centinaia di studenti,
somiglia più a una conferenza televisiva che a
un’attività di trasferimento della conoscenza svolta
in presenza.
3. La valutazione del professore e la potenza intellettuale dello studente
Si
è già detto: l’università non
è un centro di ricerca. Questo comporta che un ottimo
ricercatore possa essere un mediocre o anche pessimo docente, se privo
del prestigio intellettuale che solo la capacità espressiva
è in grado di conferire.
Il giudizio didattico sul
professore non deve essere affidato ai suoi pari, bensì agli
studenti che hanno seguito i suoi corsi: essi soli hanno
l’esperienza per valutare. Questo giudizio, espresso
ripetutamente nelle forme adeguate, deve avere un valore determinante a
livello d’ateneo per il conferimento degli incarichi e per la
carriera accademica. Va da sé che gli attuali questionari,
somministrati irresponsabilmente e privi del minimo riscontro pratico,
sono la caricatura del giudizio studentesco
sull’attività della docenza.
4. Il sistema nazionale dell’università pubblica e il reclutamento dei docenti
Per
assicurare la trasmissione pubblica dei saperi le università
devono costituire rete – avere le regole fondamentali in
comune sicché sia garantita la mobilità di
studenti, dottorandi e docenti da una sede universitaria a
un’altra. La prima regola è che per intraprendere e
progredire nella carriera accademica occorre cambiar sede –
questo vuol dire che, ad esempio, il dottorato si consegue in un ateneo
diverso da quello che ha conferito la laurea magistrale; e il contratto
a tempo determinato post-doctoral richiede nuovamente un mutamento di
sede.
In particolare, i docenti devono avere una qualificazione
attestata a livello nazionale nella forma di abilitazione alla docenza
valida per un certo periodo, supponiamo per cinque anni. Entro
quest’intervallo di tempo, il singolo ateneo può
attingere dalla lista aperta degli abilitati, e solo da quella, il
nuovo personale docente, a discrezione del Dipartimento interessato e
senza la farsa del concorso nazionale – o almeno quello in
ruolo che possiede tutti i titoli, attivi e passivi.
Il docente in
ruolo è sottoposto a valutazione decennale, articolata: a) in
un esame della sua attività di ricerca espresso dai suoi pari
a livello internazionale; b) in un giudizio sulla capacità
didattica formulato dagli studenti che hanno seguito i suoi corsi,
nonché da coloro che lo hanno avuto come tutor o come
relatore di tesi. Il superamento della valutazione decennale
è condizione necessaria per rinnovare il rapporto di lavoro
con gli atenei del sistema pubblico.
Il ruolo della docenza
è unico con parità di diritti e doveri; le
eventuali differenziazioni nello stipendio devono essere articolate in
funzione dell’esperienza e delle attività
accademiche svolte.
5. La democrazia universitaria
Una
delle conseguenze tra le più funeste della contro-riforma
«3+2» è la trasformazione virtuale dei
professori in improvvisati «managers» e del rettore
in amministratore delegato personalmente interessato a conservare
potere e prebende. Anche qui occorre imboccare la direzione opposta.
Intanto
l’elettorato del rettore deve comprendere oltre ai professori
a pieno tempo, ai dottorandi e agli assegnasti, tutti gli studenti a
partire dal terzo anno in regola con gli esami. Inoltre
l’elettorato attivo deve coincidere con quello passivo
– sicché potrebbe capitare di ritrovarsi uno
studente come rettore, cosa per altro che accadeva in qualche
università italiana fino all'altro ieri, fino alla campagna
napoleonica.
Al rettore andrebbe affiancato un Consiglio
d’ateneo eletto in forma non corporativa, con poteri di
gestione e di rappresentanza.
Il rettore e i membri del Consiglio
dovrebbero restare in carica per un solo mandato e non godere
dell’elettorato passivo per il mandato immediatamente
successivo.
Il Senato accademico andrebbe soppresso insieme alle
Facoltà – i ruoli accademici dovrebbero far capo ai
Dipartimenti, che, a loro volta, andrebbero strutturati attorno a
tematiche di ricerca e non definiti sulla triste base disciplinare.
Al
posto delle Facoltà dovrebbero subentrare i Consigli di Corso
di Laurea e il Coordinamento dei consigli, entrambi modulati da
esclusive ragioni didattiche e in grado di fare emergere le passioni
conoscitive degli studenti.
Infine andrebbe svuotata di ogni
autorità, come peraltro già sta avvenendo, la
Conferenza dei Rettori e Consiglio Nazionale Universitario (CUN).
La
rappresentanza del sistema nazionale universitario andrebbe assunta da
un organo consiliare eletto di volta in volta, su singole questioni e
con mandato vincolante, dai Consigli d'Ateneo.
Ovviamente la
discussione non si chiude qui perchè resta aperto il problema
del diritto allo studio e dell’accesso al reddito di
cittadinanza, per mettere mano alla tragicomica faccenda della
disoccupazione strutturale.
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