Stadio della Roma


Estratto dal libro Miserie e splendori dell’urbanistica
di Ilaria Agostini e Enzo Scandurra

 

Il caso dello Stadio della Roma, oggetto di una infinita controversia politico-urbanistica, iniziata con la giunta Marino e continuata con la nuova amministrazione della giunta grillina a guida Raggi, è la cartina di tornasole dell’asservimento totale dell’urbanistica ai poteri forti. Una proposta nata tra la associazione della Roma, il tycoon Pallotta e il proprietario, nonché costruttore dell’area, Parnasi. Un vero e proprio patto tra proprietari dell’area e costruttori, alla realizzazione del quale viene subordinata la costruzione compensatoria di alcune opere pubbliche per la città. All’amministrazione comunale che, avrebbe dovuto rappresentare la cittadinanza, viene chiesto solo di mettere la firma.
Come nasce la questione?
L’ultimo governo Berlusconi lanciò un disegno di legge che considerava “urgente e indifferibile” costruire per ogni dove nuovi stadi. Ma quel testo era un cavallo di Troia, autorizzando intorno agli stadi la costruzione di zone residenziali e servizi, insomma vere e proprie new town. Il tutto in barba alla tutela del paesaggio: per velocizzare “le necessarie varianti urbanistiche e commerciali” le garanzie di legge venivano annullate mediante il teatrino di una conferenza dei servizi e la “dichiarazione di pubblica utilità e indifferibilità e urgenza delle opere”. Quella norma non fu mai approvata come legge autonoma, ma venne riversata con un colpo di mano dal governo Letta nel comma 304 della legge di stabilità 2014: è su questa base che le procedure per lo stadio furono avviate, e la giunta Marino le dichiarò di pubblica utilità e urgenza. La ratio della norma è chiara: lo sport come scusa per rilanciare la cementificazione del paesaggio33 .
E infatti il progetto prevedeva, oltre alla costruzione dello stadio, una vera e propria colata di cemento per oltre 900.000 metri cubi, dei quali solo il 15% destinati alla realizzazione dello stadio. In un’area – Tor di Valle – costituita dall’ansa del Tevere e sottoposta a vari vincoli, tra i quali quello idrogeologico. L’area era destinata inizialmente, dal Piano Regolatore Generale, a verde attrezzato, poi a impianti sportivi, ma con un volume edificato non superiore ai 300.000 metri cubi. È stato detto che le costruzioni che avrebbero dovuto realizzare una nuova cittadella fatta di uffici, centri commerciali e stadio, erano pari a dieci alberghi Hilton, ricordando così quell’episodio scandaloso di costruzione dell’albergo sulla collina di Monte Mario, nel 1956, avvenuto nel clima di corruzione dello sviluppo cittadino definito da una storica affermazione: Capitale corrotta = Nazione infetta34. Anche in quell’episodio di corruzione pubblica tra costruttori e proprietari dell’area a favore di quell’insano progetto furono addotte argomentazioni che ora, nel caso dello stadio della Roma, tornano attuali: «la necessità di non disperdere un investimento straniero, l’urgenza di una corsia privilegiata anche a costo di non rispettare le regole (magari agendo in deroga), le ricadute positive sull’occupazione, l’impossibilità di avanzare critiche senza passare per retrogradi»35.

Per costruire in deroga al piano regolatore serviva una dichiarazione di pubblica utilità36. In proposito, Ferdinando Imposimato rileva che:
mentre secondo la legge “lo stadio non può prevedere altri interventi salvo quelli strettamente funzionali alla fruibilità dell’impianto”, le costruzioni previste “non sono in alcun modo finalizzate allo stadio, ma hanno il solo scopo di procurare guadagni a vantaggio del proponente e soci, secondo la strategia di insinuare l’edilizia residenziale speculativa, di volumetria esorbitante quella dell’impianto”. Si parla di uffici direzionali, ma tale Business Park serve a mascherare un’operazione di mega speculazione edilizia37.
Lo stadio non sarebbe stato sufficiente a legittimare la “pubblica utilità”38, così che, come “risarcimento” di questo nuovo sacco di Roma, l’iniziativa dei privati avrebbe realizzato opere pubbliche necessarie a rendere possibile l’accesso al nuovo impianto sportivo, oltre a mettere in sicurezza l’intera area dal vincolo idrogeologico. La logica è:
io amministratore permetto a te speculatore di prenderti un pezzo di spazio pubblico, se in cambio mi fai quei servizi, quelle urbanizzazioni, quelle infrastrutture necessarie alla comunità che io non ho i soldi per fare né la voglia di pensare39.
Queste opere “regalate” alla città in cambio dell’iniziativa di speculazione privata, costituivano il “pubblico interesse”.
L’interpretazione del “pubblico interesse” vede quindi il “pubblico” affidato agli “interessi” finanziari dei proprietari fondiari, dei costruttori, delle banche creditrici, pronti a mettere in campo tutte le relazioni e i poteri di cui dispongono per assicurarsi la legittimazione “pubblica” dei loro profitti. È un copione che tende a ripetersi in molti luoghi, indipendentemente da chi governa le città e le regioni. Pratiche in controtendenza, da parte di singoli assessori, sono estremamente faticose e non riescono comunque a cambiare il contesto delle decisioni, rispetto alle quali prevalgono le mediazioni dei sindaci, dei presidenti e dei consiglieri eletti. Né il tentativo generoso di limitare i danni, con un corpo a corpo negoziale sui singoli progetti, riesce a restituire priorità effettiva agli interessi collettivi nelle trasformazioni della città e del territorio40.

Con il che si dichiara defunta la disciplina urbanistica che avrebbe dovuto consentire all’amministrazione di decidere se la città avesse o meno l’esigenza di un nuovo stadio, l’area sulla quale esso semmai avrebbe dovuto essere realizzato, il rispetto delle cubature previste dal piano regolatore e i criteri di pubblica utilità. Naturalmente la scelta di lasciar decidere ai privati proprietari e costruttori, gli interessi veri della città, aveva come conseguenza quella di un progetto nato sbagliato che non pochi danni avrebbe prodotto:
Aumenta l’impermeabilizzazione del suolo spalmando intorno al catino dello stadio diciotto palazzine. Riduce il drammatico problema dell’accessibilità, offrendo ai martiri di chi, giornalmente, utilizza la linea Roma-Lido non un aumento del numero dei treni, bensì la gioia di transitare sotto un disco volante. Così il progettista della nuova stazione di Tor di Valle, in uno spot della saga comunicativa pallottiana presente in rete, definisce il nuovo impianto41.

L’operazione iniziale non riesce a seguito delle ben note vicende della Giunta Marino42. La nuova amministrazione guidata dal Movimento Cinque Stelle e dalla Sindaca Raggi (2016) inizialmente sembra sposare il progetto originario dello stadio, poi dopo aver costretto alle dimissioni l’assessore Paolo Berdini, procede a una revisione del progetto dove vengono ridotte le cubature iniziali43:

Si lima la cubatura complessiva. Questa continua a eccedere per oltre il doppio quanto il piano prevede. Si libera Pallotta dal peso di trovare finanziamenti per i tre grattacieli, e soprattutto dalla ricerca di chi vorrà utilizzarli. Sarebbe stato certo difficile dopo la dichiarazione di non interesse d’acquisto da parte di Unicredit. Gli si fanno risparmiare 700 milioni dell’investimento, e insieme, buona parte di quanto destinato alla realizzazione di opere pubbliche. Non ci saranno punto. Soprattutto ci saranno quelle che serviranno esclusivamente all’impianto. Si è concesso la rateizzazione temporale degli interventi44.

Dunque, in sintesi, la differenza tra il progetto iniziale dell’Assessore Giovanni Caudo (Giunta Marino) e quella della Giunta Raggi, può essere riassunta così: lo stadio della Roma si deve fare per i ben noti motivi di realismo politico: non si può rinunciare agli investimenti privati che consentirebbero di fare opere pubbliche in cambio, non si può dire sempre di no, occorre approfittare degli investimenti privati per riqualificare la città e via dicendo. Tutte cose che furono già dette in occasione dello scempio della collina di Monte Mario in seguito alla costruzione dell’albergo Hilton. Nel caso della Giunta Marino, l’Assessore Caudo, regista della prima fase dell’accordo, puntava alla riduzione del danno costringendo i privati a investire il 30% del costo del progetto in opere pubbliche. Nel caso della Giunta Raggi l’amministrazione costringe il costruttore a ridurre le cubature ma al tempo stesso viene meno il suo impegno per gran parte delle opere pubbliche. In entrambi i casi il risultato non cambia: ancora una volta l’interesse pubblico è subordinato a quello privato; l’urbanistica è una tecnica al servizio di chi comanda e non al servizio della città pubblica.

Ha ragione Sergio Brenna a sostenere che «Come mi capita spesso di far osservare non è affatto detto che il 50% di una follia sia qualcosa di ragionevole: talvolta è mezza follia, ma assai più spesso è addirittura una follia e mezza!»45.

Nel film di Rosi, Le mani sulla città, Edoardo Nottola, nei panni di un costruttore edile senza scrupoli, impartisce una storica lezione di urbanistica ai suoi complici corrotti: si acquista un terreno senza alcun valore, si cambia, attraverso il Piano Regolatore Generale, la sua destinazione d’uso in terreno edificabile e il gioco è fatto: «aumento del 500% delle aree» sentenzia Nottola. Quel dispositivo, seppure con varianti diverse, ha funzionato per molti anni ancora, utilizzando di volta in volta, norme e regolamenti urbanistici compiacenti.

Questo progetto non è una risposta alla crisi economica né alla macelleria sociale che ne consegue, e nemmeno al degrado di quell’area, ma la prosecuzione di pessime abitudini46.

Ma è successo di peggio. Oggi l’operazione speculativa di Nottola sarebbe assai più facile. Non c’è più bisogno di modificare il PRG per realizzare condomini e palazzi. Basta la decisione (a maggioranza) della Conferenza dei servizi per superare quanto stabilito dal Piano. Come ha affermato De Lucia, ora un semplice verbale di una Commissione (neppure tanto competente in materia) può sostituire il PRG senza alcun bisogno di Variante come ai tempi del “povero” Nottola che doveva corrompere i membri della Commissione edilizia comunale.

Note:

  1. Salvatore Settis, All’ultimo stadio, “la Repubblica”, 3 marzo 2017.
  2. «È in questo clima che nel febbraio ’56, nell’ultima seduta del Consiglio comunale prima delle nuove elezioni, la giunta Rebecchini porta in Aula Giulio Cesare il progetto dell’Hilton. L’Immobiliare (proprietaria della collina di Monte Mario) ha perfino avuto una variante al piano particolareggiato, che nell’area prevede un parco con la possibilità di realizzare al massimo 60 mila metri cubi di cemento. Solo il prestigioso hotel – coi suoi 150 metri di lunghezza, 30 di altezza, undici piani (di cui tre interrati), 400 stanze e sei miliardi di costo – ne prevede 101.000 in appena cinque ettari. Antonio Cederna, tuona contro la “profana e mondana baracca”. Risultato: la carriera politica di Rebecchini si interrompe bruscamente e per due anni il progetto viene bloccato. È solo una pausa per far calmare le acque tuttavia: nell’estate del 1960, nel bel mezzo delle Olimpiadi, i cantieri possono partire e chiudersi tre anni dopo. Quando Roma già non è più la stessa e le aeree comprese tra Aurelia, Trionfale, Camilluccia e Cassia, come preconizzato da Cederna, sono sul punto di diventare “intensivi tavolieri di cemento”». Da: Paolo Fantauzzi, Hilton, mezzo secolo dallo scempio, “L’Espresso”, 9 luglio 2013.
  3. Ibidem.
  4. «Lo stadio, se visto dal punto di vista della tradizione romana panem et circenses, potrebbe essere considerato opera di pubblico interesse, e in quanto tale è previsto dalla legge 147/2013. Ciò che viene legittimato dal Comune di Roma con la delibera 132/2014 è invece la qualifica di “pubblico interesse” per un progetto che comprende un milione di metri cubi con destinazione prevalente a uffici per ospitare multinazionali e attività commerciali». Dal documento: Noi urbanisti ci impegniamo del 12 febbraio 2017, firmato da Anna Marson, Edoardo Salzano ed Enzo Scandurra e pubblicato sul sito “eddyburg”, <http://www.eddyburg.it/2017/02/urbanisti-per-un-nuovo-impegno.html>.
  5. Da: Settis, All’ultimo stadio cit.
  6. «Il progetto e la dichiarazione di “interesse pubblico”, approvata con deliberazione Consiglio comunale di Roma Capitale n. 132 del 22 dicembre 2014, fanno riferimento alla c.d. legge sugli stadi (legge n. 147/2013, in realtà norme introdotte nella legge finanziaria statale): tuttavia l’art. 1, comma 304, lettera a), della legge n. 147/2013 afferma testualmente: “lo studio di fattibilità non può prevedere altri tipi di intervento, salvo quelli strettamente funzionali alla fruibilità dell’impianto e al raggiungimento del complessivo equilibrio economico-finanziario dell’iniziativa e concorrenti alla valorizzazione del territorio in termini sociali, occupazionali ed economici”. Nella fattispecie concreta gli interventi slegati dalla realizzazione dello stadio e dei servizi strettamente funzionali (Business Park) ammontano a ben l’86% del progetto, con un’evidente distorsione della finalità di legge»; da: GRIG-Gruppo di Intervento Giuridico, Questo non è il nuovo stadio della Roma, è una speculazione immobiliare, <https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2017/02/20/questo-non-e-il-nuovo-stadio-della-roma-e-una-speculazione-immobiliare/>.
  7. Tomaso Montanari, La linea d’ombra del cemento, “la Repubblica”, 14 febbraio 2017.
  8. Marson, Salzano, Scandurra, Noi urbanisti ci impegniamo cit.
  9. Rossella Marchini, Antonello Sotgia, Il biscotto, “Dinamo Press. Roma Europa Mondo”, 28 febbraio 2017, <http://www.dinamopress.it/news/il-biscotto#disqus_thread>.
  10. Eletto Sindaco nelle elezioni del maggio-giugno 2013, come rappresentante del Partito Democratico, Ignazio Marino viene costretto alle dimissioni dal suo stesso Partito a seguito di una controversa questione di scontrini fiscali portati a prova del suo comportamento corrotto. La questione delle dimissioni viene ufficializzata nelle stanze di un notaio dove vengono prese le firme dei ventisei consiglieri del suo stesso partito in Giunta per la richiesta di dimissioni.
  11. L’accordo prevede la riduzione da 900.000 a circa 500.000 metri cubi, dei quali 300.000 riservati allo stadio, mentre il resto viene destinato all’area commerciale dentro la quale rientra tanto il Convivium (le attività legate alla squadra di calcio), quanto il Business park (uffici, hotel, ristoranti), cfr. Daniele Autieri, Tor di valle, l’arena dalle uova d’oro, l’area commerciale vale un miliardo, “la Repubblica”, 1 marzo 2017.
  12. Marchini, Sotgia, Il biscotto cit.
  13. Sergio Brenna, Roma. Ennesimo caso di fallimento urbanistico. Commento al libro di Vezio De Lucia e Francesco Erbani, “Casa della Cultura”, 10 marzo 2017, <http://www.casadellacultura.it/538/roma-ennesimo-caso-di-fallimento-urbanistico>.
  14. Settis, All’ultimo stadio cit.