Ragione umanitaria

Una storia morale del presente

Edizione italiana a cura di Lorenzo Alunni

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I sentimenti morali sono diventati uno strumento politico fondamentale per rispondere ai disordini del mondo. Che si tratti di gestire poveri e rifugiati, di soccorrere le vittime di catastrofi o di giustificare interventi militari, a dispiegarsi è sempre quel governo umanitario del quale Didier Fassin analizza le premesse, le tensioni e le contraddizioni. Dalla Francia al Sudafrica, dal Venezuela alla Palestina, l’antropologo e sociologo esplora alcune scene globali in cui la ragione umanitaria è messa alla prova dalla disuguaglianza, dalla violenza, dal dolore. Emerge una nuova economia morale del mondo contemporaneo, della quale Didier Fassin propone una critica allo stesso tempo rispettosa dell’impegno delle figure coinvolte e capace di leggere con lucidità le questioni che le sovrastano.

Un Assaggio

Dalla postfazione all’edizione italiana
Didier Fassin

«La singolarità dell’umanitarismo occidentale sta in due elementi: la sacralizzazione della vita umana e la volontà di espansionismo, che in altre tradizioni non ritroviamo. In primo luogo, la ragione umanitaria fa della vita umana un valore superiore, che è possibile contrapporre in particolare alla sovranità degli Stati, e possono esistere differenze importanti fra il richiamo a tale valore e il suo rispetto concreto, soprattutto nel caso di interventi militari che lo chiamano in causa, come quello in Kosovo nel 1999. In secondo luogo, il governo umanitario è un’impresa planetaria, proprio come lo era stato a suo tempo il progetto coloniale. In tale impresa, la preoccupazione per l’altro include anche le sofferenze lontane, ed è qualcosa che, in ogni caso, non preclude pratiche selettive, se non esclusive, che fanno sì che alcune vittime e alcune sventure suscitino più sollecitudine di altre, come dimostrato dal trattamento differenziale, a solamente qualche mese di distanza fra loro, fra il terremoto di Haiti e le inondazioni in Pakistan nel 2010. L’analisi deve allora dare conto tanto di ciò che hanno in comune le pratiche e le politiche di assistenza nei diversi contesti nazionali e internazionali, quanto delle caratteristiche specifiche  di ciò che chiamo ragione umanitaria e governo umanitario.
Ma come procedere a questa analisi? Facendo appello a valori sentimenti posti molto in alto nella scala della moralità delle società contemporanee, l’umanitarismo ha goduto a lungo di una sorta di immunità tanto nello spazio pubblico quanto in quello scientifico. Le rare critiche di cui era oggetto provenivano da membri di questo movimento, che si davano da fare per descriverne le derive o, a volte, di commentatori esterni che ne denunciavano l’ideologia in toto. La ricerca che ho condotto si basa su tutt’altra maniera di concepire la critica. In primo luogo, essa si fonda su studi empirici portati avanti per oltre dieci anni e in molteplici contesti, dall’amministrazione dei disoccupati in Francia alle azioni in favore delle vittime delle frane in Venezuela o dell’occupazione militare in Palestina: la critica si dispiega allora a partire dalle osservazioni e dalle interviste realizzate in questi contesti variegati, in maniera largamente induttiva, e non sulla base di presupposti. In secondo luogo, il mio metodo non si situa né al di sopra degli agenti, in una sorta di postura onnisciente, né al loro servizio per riportarne i discorsi o le lamentele, ma in una sorta di spazio intermedio per descrivere il quale ho proposto l’immagine della soglia della caverna, rifacendomi all’allegoria di Platone. Oltrettutto, questa posizione ibrida è divenuta per me ben evidente nel mio essere anch’io un attore di numerosi degli scenari che ho descritto – in quanto medico che rilascia certificati per persone straniere malate e amministratore in una grande organizzazione non governativa –, situazione che mi ha dato modo di constatare l’intelligenza sociale degli agenti, spesso e volentieri inclini alla riflessività sulle proprie azioni, ma anche di rendermi conto della necessità di adottare una certa distanza, per cogliere gli elementi e le questioni che a loro sfuggono. In parole povere, criticare la ragione umanitaria o il governo umanitario in quanto tale per me non è particolarmente interessante. A interessarmi è invece la possibilità di esercitare una riflessione critica proprio sulla base degli studi empirici che ho potuto condurre e della conoscenza dall’interno che ho potuto acquisire. Questa duplice pratica – di ricercatore e di attore – non solo mi autorizza, ma mi obbliga, in virtù di una sorta di debito contratto nei confronti di coloro che l’hanno permessa, a portare avanti tale lavoro critico – e la mia convinzione è che è proprio dov’è più difficile svolgerlo, all’occorrenza nell’ambito della morale, che si rende più necessario.
Tuttavia, a rendere particolarmente difficile questo lavoro critico, quando ci si colloca – come io scelto di fare io – al livello generale della ragione e del governo umanitari, è che evidentemente esistono differenze considerevoli fra ciò che se ne può dire quando si tratta ad esempio di interventi militari di grandi potenze che si giustificano con argomentazioni umanitarie, come in Somalia o in Timor, o quando si ha a che fare con iniziative private di organizzazioni non governative che si definiscono esse stesse umanitarie, ad esempio nei campi profughi o negli ospedali di campagna. Nel primo caso, il riferimento all’umanitarismo può rivelarsi tattico, se non cinico, benché i responsabili politici che prendono queste decisioni possano anche farlo in maniera morale o emozionale. Nel secondo caso, l’impegno umanitario appare generalmente più sincero, se non ingenuo, cosa che non esclude in alcun modo certi approcci problematici. Ma non sono le intenzioni a interessarmi prioritariamente, bensì i significati e le implicazioni, tanto morali quanto politiche, di quelle azioni».

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