Miserie e splendori dell’urbanistica

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Nell’età delle diseguaglianze urbane, della mercificazione dello spazio pubblico, del vertiginoso consumo di suolo, l’urbanistica ha subìto una mutazione genetica e ha perso la sua vocazione originaria. Da disciplina del welfare, dispensatrice – certo perfettibile – di diritto alla città, è divenuta complice del neoliberismo, ha abbandonato il dato sociale. Lo statuto disciplinare dell’urbanista si è conformato ai diktat del Mercato, dando seguito all’attacco sferrato da forze regressive, elitiste e antidemocratiche, che a partire dagli anni Settanta hanno smantellato diritti e stato sociale. Lo strumentario urbanistico ha perciò assunto concetti, metodi e lessico presi a prestito dall’economia finanziarizzata, pienamente interni alla logica distruttiva ed estrattiva che ha saccheggiato città e territori globali: una strategia fallimentare. È urgente mettere in campo un’utopia, un ribaltamento di paradigma. Ma l’utopia moderna è fatta di pratiche quotidiane, spesso ai margini, spesso antagoniste, già in atto nella nostra società in mutamento. Per ricostruire una “buona urbanistica” è allora necessario ripartire dalla osservazione dei conflitti sul territorio; dai saperi critici che ne derivano; e dalle nuove forme di esistenza collettiva che si prendono cura degli ambienti di vita, delle relazioni ecosistemiche, che rigettano la logica economica del “prendere senza restituire”. Che contengono il germe di altri mondi possibili.

Miserie e splendori dell’urbanistica
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«Contro l’inarrestabile saccheggio di città e territori la magnifica utopia di una nuova urbanistica»

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