Il potere ai soviet

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L’ombra dell’Ottobre ’17 e la democrazia diretta

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Il 1917, la Rivoluzione sovietica: una pratica di democrazia radicale, diretta e consigliare, che si dà forma espressiva nei soviet.

Dagli scioperi di Parigi ai sindacati operai americani, dalla rivoluzione messicana agli anarchici spagnoli, l’esperienza della democrazia espressa agli albori della rivoluzione è ciò che ne ha sancito anche il successo mondiale. Ed è proprio ciò che Lenin requisisce col partito bolscevico, trasformando queste istituzioni politiche in organi inerti. A prevalere saranno così lo Stato, il partito, l’organizzazione militare, la burocrazia e la disciplina, che nei socialismi realizzati annienteranno le forme di autogoverno degli albori della rivoluzione.

Ripartire dall’esperienza dei soviet significa immaginare le forme presenti e a venire di una rivoluzione che ha anzitutto cercato un’emancipazione nella pratica della democrazia diretta, tornando a leggere quell’ombra dell’ottobre ’17 per contrastare, oggi, le nostalgie reazionarie per Stato e nazione, populismi e forme autoritarie della politica.

In questo senso, il fallimento dei comunismi va inteso come il collasso di un potere centralista, statalista, verticista che non smette di riproporsi nel pieno dei sistemi politici neoliberali. Oggi, «potere ai soviet» significa dunque immaginare le forme di autogoverno che animano le richieste di democrazia e partecipazione dei movimenti e delle pratiche del comune emerse negli ultimi decenni.

Traduzione dal francese di Antonello Ciervo e Lorenzo Coccoli

Un Assaggio

Non basta sapere con quale eredità bisogna tagliare i ponti, occorre ancora disegnare positivamente ciò che si deve realizzare. Per «comunismo dei commons» non intendiamo un movimento già in corso «che sopprime lo stato delle cose presenti», secondo la già citata formula marxiana, né lo spiegamento di un essere-comune che sarebbe già dato nella dinamica interna del capitalismo, ma un progetto che si basa sulle multiformi sperimentazioni dei commons (commons urbani, commons dell’informazione e della conoscenza, commons agricoli o forestali ecc.), prolungandone al contempo la logica al di là dei loro limiti attuali (frammentazione, assenza di coordinamento ecc.). In tutte queste sperimentazioni si possono identificare un certo numero di tratti distintivi. Innanzitutto, questi commons sono degli spazi istituzionali delimitati da regole elaborate collettivamente: in tal senso, un «non-mercato» in cui i prodotti sono offerti a prezzo libero, come quello di Notre-Dame-des-Landes, è un’istituzione. In secondo luogo, questi commons non sono mai «fuori dal mondo», ma hanno sempre una dimensione situata se non addirittura locale, benché tali luoghi siano spesso degli spazi fisici piuttosto ristretti che raramente prendono la forma di territori continui (come nelle «Zone da difendere» o ZAD). In terzo luogo, questa localizzazione non ne fa delle comunità chiuse ed esclusive sul modello della comunità d’appartenenza: se comunità si dà, si tratta di una comunità aperta e fluida i cui limiti istituzionali non assomigliano in nulla a dei confini. In quarto luogo, questi commons fanno prevalere il diritto d’uso sul diritto di proprietà, che sia privata o statale, e ciò significa che l’uso rinvia qui a un’attività di cura, di manutenzione, di conservazione. Infine, tutti questi commons sono animati da una stessa esigenza di democrazia egualitaria, cioè di co-partecipazione alla deliberazione, alla decisione e all’esecuzione della decisione. È questa l’«anima» di ogni commons. Ed è ciò che chiamiamo il «principio del comune»: un principio meta-istituzionale, dal momento che dà a tutti i commons la possibilità di esistere come istituzioni. Per come lo intendiamo noi, il comunismo dei commons ha come punto di partenza il principio del comune.

Ora, questo principio è totalmente incompatibile con la logica della sovranità statale per come si è costituita in Occidente. La logica dei commons è radicalmente plurale e s-centrata, e dunque diametralmente opposta alla logica della sovranità che riposa invece sull’unicità di un centro di decisione indivisibile e assoluto, che è il senso dell’imperium romano come potere assoluto di comandare. Questo potere ha rivestito forme diverse nel corso della storia. Nel comunismo di Stato, il partito è il vero depositario della sovranità perché è il detentore esclusivo della scienza. Si è così venuta a creare una strana alleanza tra la logica della sovranità e la pretesa di monopolio della scienza, che andava in direzione esattamente contraria alle previsioni del saint-simonismo, secondo cui l’autorità indiscutibile della scienza, destinata a un’irresistibile diffusione in virtù della sua natura, avrebbe invalidato le pretese dei legislatori e reso a lungo andare superfluo ogni governo. Per il bolscevismo, il partito d’avanguardia, tutto armato della sua scienza, doveva condurre a termine l’estinzione dello Stato per mezzo del suo rafforzamento «temporaneo». È noto però che questo rafforzamento finì per diventare un obiettivo a sé stante, che il partito divenne lui stesso il suo più zelante agente e che ciò che era in gioco in questa singolare linea di condotta era il ruolo centrale attribuito al partito.

Il potere ai soviet
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Nel centenario della Rivoluzione sovietica un libro radicalmente critico sulle derive populiste e nazionaliste dei partiti dell’emancipazione