Potere del consumo e rivolte sociali

Verso una libertà radicale

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Il libro sostiene questa tesi: le due principali crisi che attanagliano l’Occidente – quella della rappresentanza politica e quella economica – sono indotte dalle nuove forme di autonomia del consumo dei soggetti sociali. Il consumo non rispetta né regole, né ordini che gli provengono dall’esterno, e genera una crisi di stabilità sociale: rifiuto dell’obbedienza alle regole, all’etica del lavoro, al «fare società».

È la potenza sociale del consumo che mette in forma quella potenza del desiderio che dà origine a una radicale domanda di libertà. Ma la politicizzazione del desiderio frantuma la società, spezzetta il conflitto, individualizza il collettivo. Al posto delle classi, del popolo, della moltitudine subentrano i gruppi, le fazioni, le bande che destrutturano l’universo sociale e le sue tradizionali categorie e si costituiscono sul territorio come soggettività antagoniste che cancellano l’utopia di un spazio come «bene comune». A unirli sono le culture di strada, le mentalità, gli stili di vita che tendono a porsi come indisponibili, non negoziabili e sembrano ormai divenuti più importanti del denaro nella determinazione delle scelte e dei comportamenti. È con queste insorgenze che la politica o, meglio, ciò che resta della politica si deve misurare.

È sulla cultura del consumo e i suoi valori, più che sulla nuda logica dei flussi e delle reti di mercato, che si dividono le moltitudini del mondo; ed è sempre sul consumo, sui suoi oggetti e sulle sue pratiche, che si scatena il conflitto sulle strade metropolitane.

Un Assaggio

«È con la semplicità, la brutalità e la rapidità dello stato di necessità che la cultura del consumo ha combattuto e vinto la sua guerra. E l’unica regola di questa cultura è che non ha regole, né prescrizioni morali, né valori da indicare. La cultura del consumo si impone perché costituisce il laboratorio dove si formano modi di essere, capacità, attitudini, affettività della società metropolitana e che il capitale trasforma poi in risorse produttive. Certo, questo è il suo capolavoro ma questa è anche la sua debolezza che lo costringerà alla fine a una di quelle drastiche innovazioni, che hanno sempre accompagnato la sua storia, per governare il conflitto dentro i rapporti di produzione. Il consumo, come anche il lavoro, la produzione e la legge, è puro stato di necessità e nulla può nascere fuori da questo campo di energia che come fatto materiale riconduce l’individuo a un legame ferreo con il mondo. Il consumo ha una forza centripeta notevole. È il contrario della fuga: è l’accettazione del mondo, di questo mondo perché fuori da qui non c’è nulla. Accettazione del mondo ma non delle sue regole.  Stato di necessità che richiede urgenza di libertà e, in alcuni casi, l’illimitata violenza del “tutto è permesso”».  È sempre sul consumo che si scatena il conflitto sul territorio.

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