#Minimo30: noi siamo qui

Cosa non è #minimo30

Non è un discount di libri.

Non è un outlet di libri.

Non è il segnale dell’imminente catastrofe di una casa editrice.

Cos’è #minimo30

 È una campagna culturale e politica contro l’obbligatorietà della messa al macero dei libri.

L’editoria cosiddetta indipendente, perlopiù piccola e media, si dibatte da almeno due decenni in una crisi che ancora oggi non dà segnali di soluzione. A perpetuarla è innanzitutto l’incapacità degli editori di questa componente – che commercialmente costituisce circa un terzo del fatturato del comparto editoriale generale – di costruire un agire comune anche solo di carattere “sindacale” a difesa, da una parte dello strapotere dei cinque o sei marchi che costituendo i rimanenti due terzi del fatturato generale saturano il mercato con la loro iperproduzione, dall’altra dal monopolio di fatto venutosi a creare nel comparto distributivo che impone condizioni contrattuali sempre più vessatorie.

In questo scenario di totale desolidarizzazione ogni singolo piccolo e medio editore si presenta in triste solitudine davanti a un mercato sempre più cannibalizzato che lo costringe a una stentata sopravvivenza fatta di compromessi produttivi e commerciali avvilenti, ricerca affannosa di piccoli finanziamenti pubblici e privati, debiti che si moltiplicano e si accumulano. Nonostante l’evidenza di questa condizione di perpetua precarietà, uno spirito individualistico e narcisistico da “piccolo mondo antico” ha perennemente il sopravvento sull’opportunità di costruire alleanze solidali che superino quel poco e inutile corporativismo di nicchia che a tratti emerge per poi subito inabissarsi per tempi indefiniti.

Ma non è questo l’ambito dove approfondire tali questioni, seppure consideriamo siano indispensabili per fuoriuscire da condizioni materiali di lavoro che determinano una progressiva pericolosa riduzione delle libertà nella produzione e circolazione di proposte culturali improntate a una ricerca critica.

Qui vogliamo solo limitarci a innalzare una qualche esemplificativa possibile barriera nel segmento terminale della produzione editoriale, quella, alquanto oscura, che destina ogni anno milioni di copie di libri al macero nel silenzio più assoluto. E – paradosso dei paradossi – a differenza di una volta, quando almeno dal macero si ricavavano gli spiccioli corrispondenti al valore della carta straccia, oggi il macero lo si deve addirittura pagare.

L’editore costretto al macero lo fa in silenzio perché quel che principalmente macera è il suo senso di colpa per non essere capace, data la sua solitudine, di denunciare ciò che lo costringe a quella scelta (tra i tanti motivi basti considerare quello che conferisce alla filiera commerciale del libro –promozione, distribuzione e libreria – il 60% del guadagno sul prezzo di copertina). Ciò che l’editore teme è che la messa al macero della propria produzione possa venire intesa dal pubblico come un’ammissione di fallimento e di svalutazione del proprio marchio.

Ma, prima del macero, l’editore ha la possibilità di indirizzare il proprio invenduto al “secondo mercato” costituito dalle librerie remainder e, giù giù, attraverso gli stockisti, fino alle caotiche bancarelle dei mercati rionali. Pur garantendosi qualche guadagno, a differenza del macero, questa è una scelta che l’editore fa con ancora maggiore sofferenza perché in tal caso la dequalificazione del proprio marchio si rende palese agli occhi di tutti. Ma, in realtà, agli occhi di chi? Di un pubblico che nulla sa del mercato editoriale e dei suoi meccanismi di funzionamento, anche se la sua parte più intelligente sicuramente sarebbe interessata a conoscerli.

Ecco allora perché noi riteniamo la campagna #minimo30 culturale e politica. Perché esplicita alla luce del sole queste problematiche stabilendo un rapporto sincero e diretto col pubblico nell’obiettivo di rendere lo scandalo ancora più scandaloso, denunciandolo. E, quindi, per chi ha domande noi siamo qui.