Dalla precarietà al commonfare. Lettura di Rifare il mondo… del lavoro

(l’autore è presidente del Bin Italia)

La pubblicazione da parte dell’editore DeriveApprodi del volume Rifare il mondo… del lavoro (il titolo è una fedele traduzione dell’edizione originale in lingua francese del 2015) consente al lettore italiano di entrare in contatto con alcune esperienze cooperative di rilievo nel contesto belga e francese, e che si sta da qualche tempo tentando di replicare in Italia, fino ad ora con esiti interlocutori ma comunque incoraggianti.

Il libro consiste in una lunga e coinvolta intervista a sei mani (gli intervistatori sono Roger Burton, Virginie Cordier e Carmelo Virone) tesa a far emergere il profilo di questa singolare figura di attivista e di creatore di impresa di Sandrino Graceffa, sospesa tra analisi del mondo del lavoro, critica sociale e sincera voglia di attivarsi e sporcarsi le mani nella costruzione di una società più vivibile.

Le premesse teoriche e analitiche che muovono l’attività di Graceffa sono semplici, ma molto solide. La prima riguarda la distinzione tra lavoro e impiego, e muove dalla constatazione dell’irriducibilità dell’impegno lavorativo all’attività di impresa; in effetti tanta parte della popolazione economicamente attiva svolge compiti utili per la società (in termini di accudimento di persone bisognose e familiari, impegno volontario nelle associazioni, trasmissione di sapere e competenze, salvaguardia del territorio, eccetera), senza alcuna chiara ricompensa monetaria e senza un riconoscimento in termini di occupazione formale.

La seconda premessa evidenzia lo stato di disfunzionalità che affligge ormai da tempo quella grande matrice organizzativa che nelle società capitalistiche è stato il lavoro subordinato. Nella “fase classica” del sistema industriale si era trovata con il lavoro salariato la via per incardinare nel processo produttivo la creatività del soggetto, rendendola parcellizzata e uniforme; si offriva al lavoratore, in cambio di una parziale rinuncia alla libertà individuale, una contropartita in termini di protezione e di sicurezza sociale.

Nell’ultima fase dello sviluppo capitalistico, la tensione sempre latente tra lavoro e impiego, tra lavoro vivo e lavoro subordinato, è deflagrata in una crisi evidente che ha minato la centralità sociale e politica del salariato. Ricorda infatti Graceffa, sulla base dei dati dell’Oil, che il lavoro dipendente rappresenta ormai solo la metà degli impieghi nel mondo e tra questi solo una minoranza sono a tempo pieno. Su scala mondiale i lavoratori indipendenti, autonomi, informali o precari costituiscono una vasta maggioranza. Tutto questo ha il deprecabile effetto di rompere il patto sociale, di gettare l’individuo in un agone competitivo potenzialmente senza rete: “uno dei rischi dovuti a questa evoluzione è la generalizzazione di un regime iper-concorrenziale e un’atomizzazione dei lavoratori … diventa a questo punto fondamentale pensare allo sviluppo di nuove forme di solidarietà (p. 30)”.

Sullo sfondo di questo inquietante interrogativo su quale sia il collante di una collettività, su quali siano i legami di fiducia a partire dai quali concepire l’attività economica, si innesta, nel volume, la narrazione delle sperimentazioni pratiche vivacizzate da Graceffa, esperienze concrete a partire dall’iniziativa Multicité (nata per animare la zona depressa di Calais a seguito della crisi occupazionale nell’ex-bacino minerario circostante), passando per la cooperativa Grands Ensemble (propiziata dall’interazione con alcuni amministratori “illuminati” nel nord della Francia che intendevano reimmaginare i loro territori), fino alla più recente Smart (cooperativa di artisti e in seguito di freelance in genere).

Denominatore comune di questi progetti è la ricerca di una sintesi difficile: come creare fiducia e cooperazione in un ambiente economico competitivo? Come mantenere lo statuto autonomo prescelto dai lavoratori con una prospettiva di impresa collettiva? Come uscire dalla retorica del “fai da te” senza per questo cadere nell’etero-direzione salariata? E infine, la più dura forse di tutte le sfide: come garantire al produttore tutta la libertà del lavoro autonomo, e offrirgli al contempo le garanzie che continuano ancora a caratterizzare in via esclusiva il lavoro salariato (dal sussidio di disoccupazione, alle tutele sulla maternità e la malattia, eccetera)?

Bisogna leggere il libro per comprendere realmente come funziona il sistema, ma una sintesi l’ha fornita Graceffa stesso, intervistato da Roberto Ciccarelli su Alias del 3 settembre 2017: “grazie al sistema di garanzia salariale e alla mutualizzazione da parte di tutti i soci di una percentuale del loro fatturato (6,5%), garantiamo a tutti che sono pagati a sette giorni. Anche quando il cliente paga a 60 giorni, o quando non paga. Ma diamo loro molte garanzie in più, e questo è possibile perché i soci trovano il cliente come i freelance, per noi sono come dei salariati”. Il socio della cooperativa rimane dunque autonomo, ed è libero di seguire le proprie commesse, ma poi mutualizza una parte dei suoi ricavi, con il che acquisisce una sorta di garanzia in caso di pagamento ritardano o omesso del committente. Inoltre il socio acquisisce lo status di dipendente, ciò significa che sarà la cooperativa ad occuparsi di fatturazione, pagamenti e recupero crediti e che quanto la committenza finisce il socio-lavoratore potrà beneficiare del sussidio di disoccupazione. Gli aderenti alla compagine imprenditoriale diventano, almeno a livello giuridico, dei colleghi, anziché dei concorrenti, e sviluppano un interesse a collaborare, condividere i progetti, cercare sinergie, con il che anche il fatturato della cooperativa (oltre che quello individuale degli aderenti) ha maggiore potenzialità di crescere. Un tipo processo win-win, insomma.

Le tecnicalità minute di questo “ircocervo” cooperativo possono risultare più o meno interessanti a seconda delle predisposizioni del lettore, ma non dovrebbe sfuggire la posta in gioco sottesa a questo dispositivo, che nel valorizzare la soggettività e la “convivialità” dei suoi aderenti appare come l’esatto e speculare opposto di quelle piattaforme proprietarie (Uber su tutte) che si basano su precarietà estrema, esternalizzazione del rischio, atomizzazione del lavoratore.

Esperimenti “dal basso” nel senso praticato da Graceffa non mancano, se ne trova un’ampia rassegna nel saggio di fine 2015 di Trebor Scholz Il cooperativismo di piattaforma, facilmente reperibile on line; ma per parte sua anche il BIN-Italia sta conducendo (nell’ambito di un progetto europeo denominato PIE News, dove PIE rappresenta l’acronimo di Poverty, Income, Employment) un censimento di quanto a livello di commonfare si muove nel continente europeo. La ricerca, già in parte consultabile sul sito pieproject.eu sfocerà nella creazione di una piattaforma digitale dove verranno raccolte, da un lato informazioni sui contesti socio-economici e sui sistemi di assicurazione sociale oggi esistenti, dall’altro le descrizioni di iniziative di welfare dal basso, di modelli di autorganizzazione e di autogestione, di pratiche mutualistiche, di invenzioni del “comune”, suggerite da necessità e desideri (vedi per più ampi ragguagli l’articolo di Cristina Morini, Crisi del welfare state e welfare del comune: il progetto di ricerca PIE News – sul sito effimera.org).

L’insieme di queste pratiche di sostegno e di muto-aiuto sono una risposta in termini di soggettività e di rinnovato spirito cooperativistico alla barbarie disumanizzante del neoliberismo, che spinge sempre più persone alla disperazione per motivi economici e determina uno scivolamento collettivo verso rapporti sociali sempre più violenti. Ma un orizzonte più ampio di riflessione e di rivendicazione rimanda necessariamente a una revisione in senso più inclusivo e universalistico della mediazione welfaristica, a partire dall’istituzione di un autentico reddito di base accompagnato dal libero accesso ai servizi indispensabili per la persona. Occorre insomma scoprire una nuova disciplina, e in questo il libro-intervista a Graceffa è un utile strumento, una “economia politica del possibile”, nella quale l’istituzione di un reddito di base darebbe linfa vitale a quel bisogno di emancipazione, di cooperazione, di socialità nuova, che vediamo molecolarmente formarsi e posizionarsi contro lo sfruttamento esistente.