Il diavolo e il feticismo della merce

Antropologia dell’alienazione nel capitalismo

a cura di Stefania Consigliere, Emanuele Fabiano, Alessia Solerio

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Il diavolo e il feticismo della merce è ormai un classico dell’antropolgia contemporanea. Michael Taussig, antropologo australiano, in questo libro esplora il significato sociale della figura del diavolo nel folklore diffuso tra i lavoratori delle piantagioni e tra i minatori in Sud America. La trasformazione del male in feticcio, attraverso l’immagine del diavolo, fa da mediazione al conflitto tra forme di oggettivazione dell’essere umano che precedono e seguono l’avvento del capitalismo.
In evidenza risultano i nessi tra le narrative tradizionali fondate sul «patto col diavolo», nelle quali l’anima è barattata per un potere transitorio, e i modi in cui la produzione capitalistica trasforma i lavoratori in soggetti «alienati» dai beni dei quali sono i produttori. Concetti centrali del marxismo e dell’economia politica, quali mercificazione e alienazione, trovano in questa ricerca di antropologia sul campo un riscontro, capace di tradursi in un racconto avvincente sul lavoro e le strategie di resistenza per non soccombere a esso.

Un Assaggio

Tempo, spazio, materia, causa, relazione, natura umana e la società stessa sono produzioni sociali create dall’uomo, così come i diversi tipi di strumenti, i sistemi agricoli, i vestiti, le case, i monumenti, i linguaggi, i miti e così via prodotti dall’umanità dall’alba dei tempi. Ma per coloro che ne fanno parte, ogni cultura tende a presentare queste categorie non già come creazioni sociali, bensì come cose immutabili e fondamentali. Non appena queste categorie sono definite come prodotti naturali, anziché sociali, è l’epistemologia stessa a impedire la comprensione dell’ordine sociale. La nostra esperienza, la nostra conoscenza e le nostre spiegazioni servono soltanto a confermare le convenzioni che sostengono il nostro senso del reale, finché non riusciamo a cogliere il modo in cui i più profondi «blocchi costruttivi» della nostra esperienza e della realtà che percepiamo sono costruzioni sociali e non cose naturali.

Nella cultura capitalista questa cecità per la base sociale delle categorie prime rende profondamente sconcertante ogni interpretazione sociale di ciò che è ritenuto naturale. Questo è dovuto al particolare carattere delle astrazioni legate all’organizzazione mercantile delle relazioni umane: le qualità essenziali degli esseri umani e dei loro prodotti sono convertite in merci, in cose che servono a comprare e a vendere sul mercato. Prendiamo l’esempio del lavoro e del tempo-lavoro. Perché il nostro sistema di produzione industriale funzioni, le capacità produttive delle persone e le risorse naturali devono essere organizzate in mercati e razionalizzate in sintonia con la contabilità industriale: l’unità di produzione e la vita umana vengono spezzettate in subcomponenti quantificabili sempre più piccoli. Il lavoro, un’attività che fa parte della vita stessa, diventa qualcosa di separato dalla vita, viene astratto come tempo-lavoro che può essere comprato e venduto, come una merce, sul mercato della manodopera. Questa merce sembra essere sostanziale e reale. Non più un’astrazione, essa appare come qualcosa di naturale e immutabile, anche se non è niente di diverso da una convenzione o da una costruzione sociale che emerge da un modo specifico di organizzare le persone tra loro e nei confronti della natura. Prendo questo caso come paradigma del processo di oggettivazione nelle società industriali capitaliste: in particolare, sono concetti come quello di tempo-lavoro a essere astratti dal contesto sociale e a sembrare cose reali.
Una società basata sulla merce produce inevitabilmente una simile fantasmatica oggettività e, nel produrla, ne occulta le radici: le relazioni tra persone. Si genera così un paradosso sociale dalle manifestazioni sconcertanti, la principale delle quali è la negazione, da parte dei membri della società, della costruzione sociale del reale. Una seconda manifestazione è l’atteggiamento schizoide attraverso il quale i membri di una simile società sono costretti a rapportarsi con gli oggetti fantasmatici che sono stati astratti in questa maniera dalla vita sociale – un atteggiamento che si rivela, esso stesso, profondamente mistico. Da un lato, queste astrazioni sono colte come oggetti reali analoghi alle cose inerti; dall’altro, sono pensate come entità animate, dotate di vita propria, simili a spiriti o a dèi. Dal momento che tali «cose» hanno perso la loro connessione originaria con la vita sociale, esse appaiono, paradossalmente, sia come cose inerti che come entità animate. Se riuscire a pensare tenendo insieme due idee opposte allo stesso tempo è prova di un alto livello di intelligenza, allora la mente moderna ha davvero dato prova di sé. Ma questa è opera della cultura, non della mente. E.E. Evans-Pritchard descrive come i Nuer, tribù stanziate nell’alto Nilo la cui organizzazione sociale non si basa sulla produzione di merci e sul mercato di scambio, usino la categoria del tempo.

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In altre parole, invece di porre la questione antropologica classica sul perché le persone appartenenti a una cultura straniera rispondano nel modo in cui rispondono allo sviluppo del capitalismo, occorre interrogarsi sulla realtà riconducibile alla nostra società. Perché questo è il problema che ci viene imposto dalle loro fantastiche reazioni alla nostra non fantastica realtà, se solo avessimo l’accortezza di prestare attenzione. Ponendo la questione in questi termini, concediamo agli informatori degli antropologi il privilegio di esplicitare e divulgare la critica che portano avanti nei confronti delle forze che affliggendo le loro società – forze che provengono dalla nostra. Con un sol colpo possiamo così liberarci dalla propensione a definire la curiosa saggezza tradizionale come semplice fabulazione o superstizione e, al contempo, diventiamo sensibili al carattere superstizioso e ideologico dei miti e delle categorie che fondano la nostra stessa cultura – categorie che conferiscono significato tanto ai nostri prodotti intellettuali quanto alla nostra vita quotidiana. Ed è il disagio generato da questa sensibilità che ci costringe a prendere coscienza dei luoghi comuni e di ciò che prendiamo per naturale. Siamo costretti a scostare il velo di naturalezza con cui abbiamo ricoperto il processo di sviluppo sociale, oscurando la sola caratteristica che lo distingue dal processo di sviluppo naturale: il ruolo della consapevolezza umana. Siamo così portati a mettere in dubbio la normalità che deriva dal proiettare la nostra società sul regno della natura. Questa è la nostra prassi.

Il diavolo e il feticismo della merce
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«Il diavolo contro il lavoro»