Lo spettatore emancipato

€ 14.00 in uscita

Cosa intendiamo esattamente quando parliamo di «arte politica» o di «politica dell’arte»? A che punto siamo oggi con la tradizione delle avanguardie artistiche o con il desiderio di fare della vita un’opera d’arte? Com’è possibile che la denuncia del «commercio delle immagini» finisca col coincidere con l’accettazione melanconica dell’onnipotenza dell’immagine della merce? Per rispondere a queste domande, occorre fare un passo indietro e indagare un presupposto della teoria critica, quello fondato sull’idea della passività di chi guarda e dell’alienazione che ne consegue. Viene da Platone e dalla sua caverna. Demolire questo presupposto significa ripensare non solo la divisione tra attivo e passivo (l’attore e il pubblico ad esempio), ma anche quella tra sapiente e ignorante (l’esperto e il popolo ad esempio) e immaginare una capacità di critica e di emancipazione che è da sempre alla portata di ciascuno. Le riflessioni di Jacques Rancière sui paradossi estetici dell’arte contemporanea (teatro, cinema, arti plastiche e performative) e sulle loro intenzioni politiche ci consentono di ripensare non solo l’estetica, ma l’intera scena della politica. Poiché se l’emancipazione è una capacità di tutti, ciò che viene meno è la divisione del sapere, la divisione del lavoro e il ruolo delle avanguardie, siano esse tanto artistiche quanto rivoluzionarie.