L’economia del debito

Pubblichiamo un breve estratto dal libro di Marco Bersani, Dacci oggi il nostro debito quotidianoSi tratta dell’inizio del secondo capitolo, è un passaggio breve e rapido in cui l’autore mette in luce alcuni elementi decisivi che porteranno, dagli anni settanta a oggi, alla finanziarizzazione dell’econonia e alla sua ricaduta sulle nostre vite.

Le ragioni della nascita dell’economia del debito sono da ricercare nelle dinamiche economico-sociali affermatesi all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, quando si concluse il periodo dei «Trenta gloriosi», ovvero il trentennio di crescita dell’economia, iniziato dopo la Seconda guerra mondiale. L’elevata inflazione, la progressiva crescita dei salari e l’enorme aumento della produzione, con una tendenziale saturazione dei mercati, produssero in quei decenni una significativa erosione dei profitti.
Nasce qui il durissimo scontro tra capitale e lavoro degli anni Ottanta, conclusosi con la vittoria del primo e il progressivo affermarsi della dottrina liberista. La sconfitta politica del lavoro comportò un progressivo arretramento dello Stato nell’intervento socio-economico, l’affermarsi delle politiche di privatizzazione e lo smantellamento delle tutele dello stato sociale.
Sul versante monetario la necessità del controllo dell’inflazione comportò nella fase iniziale un rigido controllo nell’offerta di moneta, facendo impennare i tassi d’interesse (e il conseguente debito pubblico) e, nella fase successiva, la progressiva liberalizzazione e privatizzazione dei sistemi bancari e finanziari.
Il tutto avvenne in un contesto di rilevantissime innovazioni tecnologiche, soprattutto nel campo dell’informatica, della comunicazione e dei trasporti, che avviò una progressiva globalizzazione del sistema economico-produttivo, sino ad allora saldamente ancorato all’interno dei confini statuali.
Sull’onda degli insediamenti del governo Thatcher in Gran Bretagna e del governo Reagan negli Usa, si afferma la favola liberista che, più o meno, suonava così: «Facciamo dell’intero pianeta un unico grande mercato, liberalizziamo i mercati finanziari e diamo piena libertà di movimento ai capitali; togliamo loro “lacci e lacciuoli”, legati a concezioni obsolete e sconfitte dalla storia, eliminiamo tutti i vincoli sociali e ambientali, e sarà il libero dispiegarsi del mercato ad autoregolare la società, producendo un’enorme ricchezza che, se anche non ridurrà le diseguaglianze sociali, porterà a cascata benessere per tutti».
La conclusione di quella favola è stata ben diversa perché, pur essendo stata prodotta un’enorme ricchezza, non vi è stata alcuna redistribuzione sociale, al punto che le diseguaglianze nel pianeta non sono mai state così ampie nella storia dell’umanità.
Di conseguenza, già alla fine degli anni Settanta, il modello si è trovato immerso in una crisi da «sovrapproduzione e mancata allocazione» su nuovi mercati; ovvero, si è dovuto confrontare con una stragrande maggioranza della popolazione mondiale talmente impoverita da ritrovarsi senza alcun potere d’acquisto, e con una fascia minoritaria con capacità d’acquisto, ma che in breve tempo aveva comprato e consumato quanto era nelle proprie possibilità.
È stato a questo punto, e per rispondere esattamente a questo impasse, che il modello capitalistico ha modificato il proprio agire, trasferendo enormi risorse direttamente sui mercati finanziari, ovviando alla difficoltà di continuare a ottenere profitti scambiando merci con la ricerca di profitti semplicemente scambiando denaro.
La contrazione salariale, la riduzione dei redditi e la diminuzione degli investimenti dovevano infatti essere sostituiti da nuovi meccanismi che favorissero consumi e produzioni.
In questo quadro si afferma l’economia del debito, che diventa il vero motore economico degli ultimi decenni. In altre parole si persegue la crescita con mezzi non convenzionali e si avvia un imponente e crescente processo di indebitamento dei consumatori e delle imprese in modo da garantire i consumi anche in una situazione di drastica contrazione dei redditi e dei salari.
La finanziarizzazione diventa l’impalcatura della nuova economia a debito.