Secondo inedito di Primo Moroni

Appunti per una storia critica dei Centri Sociali

Primo Moroni

21 giugno 1992 – Tradate 

Il testo che segue fu utilizzato come «scaletta» da Primo Moroni per un suo intervento al Centro sociale di Tradate il 21 giugno 1992 sul tema della storia dei Centri sociali in Italia.

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a) Il Centro sociale «politico» della prima metà degli anni Settanta è erede delle vecchie Case del Popolo; si confonde quasi sempre con le sedi politico-organizzative. Sostanzialmente è la sede dei gruppi extraparlamentari nati in quel periodo. Vengono aperti, laddove è possibile, nei centri storici delle città e sono quindi espressione di un andare «verso il centro» a realizzare nuove forme di rappresentanza. Sono quindi «collettori» dei soggetti che provengono dalle periferie. Sono l’espressione, anche in termini di territorio, della tendenziale «verticalizzazione» della politica speculare alla fase terminale della centralità della fabbrica.

b) I Centri sociali nati dal 1975 in avanti anticipano il movimento ’77, ne sono la «premonizione non sempre consapevole». Sono la vera svolta storica. Vengono aperti, occupati, fondati, soprattutto nelle periferie e nei grandi hinterland metropolitani. Sono l’espressione dell’emergere di una nuova composizione di classe giovanile che realizza i propri mondi vitali nel territorio di appartenenza e che in quel territorio vuole realizzare forme di autorealizzazione politico-esistenziale e di contropotere territoriale. In questo senso, sono anche il riscontro speculare e sociale del «decentramento produttivo» (o ristrutturazione) che inizia proprio in quel periodo. Quindi, fine tendenziale della verticalizzazione della politica come conseguenza della fine della centralità della fabbrica. Quelli che verranno chiamati «Circoli del proletariato giovanile» lottano infatti contro il lavoro diffuso, l’economia sommersa e il lavoro nero. Sono la risposta giovanile all’emergere del ciclo dell’«economia informale». Abbandonano quindi la storica «rigidità operaia» e sono «disponibili» al lavoro flessibile, precario, deregolato. Sostanzialmente pensano che l’identità non si forma più nel processo produttivo ma sostanzialmente «a lato» dello stesso. Il medesimo contenuto ironico dei loro nomi («Felce e mirtillo», «La Pera è matura», «Sesto senso» ecc.) sintetizza la critica implicita dei precedenti modi di fare politica. Nel ’77 la rivista «At/raverso» scriverà: «Finalmente il cielo è caduto sulla terra» e, appunto, «il cielo è quello plumbeo della politica».

La repressione e la sconfitta di questo grande tentativo di  autorealizzazione esistenziale sono noti e lasciano macerie nel sociale.

Dopo si avrà per alcuni anni solo clandestinizzazione e ciclo dell’eroina.

c) I Centri sociali degli anni Ottanta nascono indubbiamente come risposta al ciclo distruttivo dell’eroina, (in questo riprendendo una delle tematiche forti dei «Circoli» e del loro giornale «Viola»). Prendono identità dalla cultura Punk (Punx) che diventa rapidamente l’unico collante culturale e sociale dei nuovi frammenti generazionali. Vegetariani tendenzialmente anarchici o libertari leggono il ciclo delle nuove tecnologie come la realizzazione del «grande fratello» orwelliano. Realizzano una «musica» che tende a distruggere tutti gli stereotipi precedenti, autoproducono sia la musica che le «fanzine» e le distribuiscono in circuiti amicali. Secondo Alvin Tofler realizzano, in questo campo, una cultura definibile del «prosumer» (produttore-consumatore). Lo sforzo continuo è proteso a evitare l’omologazione e la mercificazione. Trasformano il proprio corpo in macchine comunicative (attraverso un certo modo di vestire, «la rivolta dello stile», coprendosi di simboli. Sostanzialmente un rovesciamento ironico dell’«italian style» e una critica radicale della falsificazione mediatica. Praticano una continua «invenzione del presente» di cui lo slogan «No future» è l’espressione. Esprimono inconsciamente la percezione della fine degli «orizzonti di riferimento». Si chiudono in «luoghi separati» e il «cerchio attraversato da un lampo» esprime la pratica dell’occupazione degli spazi sociali. «Rompere il cerchio distruggere la gabbia, creare e organizzare la nostra rabbia» esprime tutto il disagio prepolitico della ricerca di nuovi orizzonti.

d) Oggi. I due modelli:

Da un lato: la nuova autonomia. Dall’altro: la deriva punk, il cyberpunk, la cultura hip-hop, il rap, i graffiti. Sostanzialmente il prefigurarsi di una nuova stagione della «controcultura» con molte contraddizioni interne.
I due modelli confliggono? A volte sì (raccontare gli episodi?).
Il modello dell’autonomia vuole sovradeterminare l’altra tendenza? (vedi Aut-op che diventa «Aut-op hip-hop»).
La nascita di due reti telematiche.

Nel modello «controculturale» vi sono «derive»?
È sufficiente in questo modello lo schema che vuole:

1) Il bere bene a prezzo inferiore dei locali pubblici, ma sostanzialmente le stesse cose o bevande.
2) La stessa musica delle discoteche ma a prezzo inferiore.
3) Lo stesso cinema delle sale di prima ma pagando meno.
4) Le stesse droghe della borghesia e più o meno con le stesse motivazioni.

Appare cioè che nella «deriva» tra i precedenti centri «punk», o controculturali, e gli attuali sia stata persa interamente la «cultura separata che li caratterizzava» (il vestire, la musica, 1’autoproduzione ecc.) e che determinava il loro essere una controcultura (o sottocultura) e quindi una forma di «rappresentanza» di un modo di concepire la vita più esteso e «vissuto» dei singoli frequentatori dei vari «Virus». Ma questa perdita non è stata sostituita da una «crescita» o dalla creazione di un’altra «sottocultura» altrettanto originale. Si è in presenza piuttosto di un abbandono, di una imitazione dei modelli dominanti, sia pure vissuti in modo diverso e «a più basso costo».

Nel modello «autonomo» vi sono elementi di fuga dal reale nel mentre si ipotizza il formarsi di un qualche ceto politico? Che cosa vuol dire, infatti, l’affermazione «noi non abbiamo nessun bisogno di esprimere nuove forme di rappresentanza, noi rappresentiamo noi stessi e il bisogno di «tempi di vita» di migliaia di frequentatori. Se è così, perché mai ci sono realmente decine di migliaia di frequentatori e alle scadenze politiche di piazza o organizzative partecipano solo i membri del ceto politico?

In conclusione, e sinteticamente, le due «derive» parallele non riuscirebbero a spiegare a «nessuna» delle istituzioni e a «nessuno» delle migliaia di soggetti sociali diffusi le motivazioni del loro «diritto» a tenere in piedi, a gestire questi luoghi.

P.S. A meno che qualcuno abbia «la faccia» di sostenere che questi luoghi sono utili per combattere «il grande drago dell’eroina». È noto e visibile, infatti, che nei territori dove sorgono i Centri sociali, l’eroina è pressoché scomparsa perché «tossici» e «spacciatori» sono stati dislocati nelle periferie, mentre il nuovo «tossico» è sostanzialmente un «soggetto molto regolare» che non produce nemmeno allarme sociale (basti pensare che i «reati di strada» – quelli cioè praticati dai «tossici» – sono diminuiti del 34% negli ultimi due anni). Paradossalmente, e in assenza di un «nuovo progetto», si potrebbe dire che a Milano i Centri sociali degli anni Novanta hanno, per adesso, fatto un favore agli inquilini dei quartieri compresi dentro le prime tre cerchie dei Bastioni. Hanno cioè contribuito a eliminare i «diversi» che disturbavano la quiete contribuendo alla rivalutazione delle proprietà immobiliari. Sperare che costoro (gli inquilini) ci riconoscano questo merito è semplicemente demenziale.