Parola di Scienza

Il terremoto dell’Aquila e la Commissione Grandi Rischi: un’analisi antropologica

Con la prefazione di Pietro Clemente

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Come antropologo culturale, Antonello Ciccozzi è stato incaricato dal Tribunale dell’Aquila di fornire una consulenza che analizzasse la comunicazione scientifica fornita dai membri della Commissione Grandi Rischi nei giorni precedenti il terremoto del 6 aprile 2009, e il modo in cui questa comunicazione è stata percepita e tradotta in comportamenti da parte della popolazione. La perizia – la prima consulenza antropologico-culturale accolta in ambito giuridico ­­– ha avuto un ruolo fondamentale nel processo che si è concluso con una sentenza shock, da molti paragonata alla vicenda di Galileo: la condanna in primo grado a sei anni di carcere per gli scienziati della Commissione Grandi Rischi.
L’indagine antropologica di Ciccozzi è volta a dimostrare che la comunicazione dei membri della Commissione ha indotto una parte della popolazione aquilana a una sottovalutazione del rischio che ha portato a scelte letali. La «parola della scienza» ha scalfito una cultura popolare stratificata nel tempo che di fronte ai terremoti prescriveva condotte precauzionali. L’autore, mettendo in relazione le struggenti testimonianze dei sopravvissuti con temi di antropologia del rischio e con la teoria delle rappresentazioni sociali, dimostra che tra coloro che hanno perso la vita nei crolli del terremoto c’è chi ha rinunciato alla fuga, proprio perché influenzato dalle diagnosi rassicuranti degli scienziati.
Nel terremoto dell’Aquila, sul banco degli imputati non è finita dunque la scienza, ma la negligenza che ha investito la parola dei suoi interpreti. Gli scienziati sono stati chiamati ad assumersi le proprie responsabilità circa una valutazione e una comunicazione del rischio che nel loro impatto sociale si sono rivelate infondate e disastrose.
Parola di scienza diventa così un’occasione per riflettere in senso lato sulle ricadute etiche e culturali della comunicazione scientifica, sul valore della parola di «tecnici» ed «esperti» sempre più piegata agli interessi dell’ordine pubblico o dell’economia. Una parola che è tempo di tornare a interrogare nelle sue relazioni con il potere.

Un Assaggio

La vicenda aquilana più che mai mostra una situazione in cui un apparato scientifico, attraverso la pretesa di porsi come produttore di modelli di conoscenza oggettiva, degenera in uno schema di produzione di apparenze, di costrutti ideologici dove il senso delle descrizioni non deriva più dalle circostanze concrete; dove si passa da un proposito di produrre modelli che descrivano la realtà (ottenuti a posteriori a partire dall’osservazione e dal calcolo) alla finalità di imporre modelli che producono la realtà (ottenuti aprioristicamente a partire da un obiettivo di controllo). Così si rivela la presenza di una catena di comando che, per calarsi dalla politica fino alla popolazione, ha bisogno di passare per la scienza al fine di accreditarsi. Tutto ciò rimanda a un tentativo di disciplinare l’esistenza della gente attraverso la produzione di significati che vengono imposti per opprimere la produzione di significati collettivi derivante dall’uso quotidiano del linguaggio, in un tentativo reiterato di dominio del simbolico sul reale. Un’impostura che penetrando negli interstizi della nuda vita – tra le decisioni delle famiglie aquilane che di fronte alle scosse si chiesero se dargli senso con la paura e il ricordo di prescrizioni tradizionali o impacchettarle nelle diagnosi degli esperti – rivela una implicita strategia di «biopolitica dell’emergenza». Sullo sfondo di questo scenario, lo scienziato assoggettato alla politica, nel momento in cui si trasforma da mediatore di emancipazione e di salvezza a mediatore di dominio e di oblio, si rivela infine come essere miserabile, colto nell’atto di pagare il proprio prestigio con una marcescenza nell’idiozia. L’esperto si scopre in una transazione che non ce la fa a restare sommersa, ma tracima dalla maschera di autorevolezza che si era costruito negando la sua essenza, prostituendosi ai desideri del potere. In fondo all’Aquila è successo questo, la parola di scienza di quegli esperti è stata proferita con lo sguardo rivolto alle richieste del potere prima che ai bisogni della popolazione.

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Terremoto dell’Aquila: la consulenza di un antropologo alla base della sentenza shock a sei anni di carcere per gli scienziati della Commissione Grandi Rischi