Debiti illegittimi e diritto all’insolvenza
François Chesnais
Quando sono le banche a dettare le politiche pubbliche
-
ISBN978-88-6548-035-9
-
Pagine168
-
Anno2011
-
Collana
-
Tema
-
Tags
La spesa pubblica per gli interessi sul debito rende possibile un enorme trasferimento di ricchezza verso banche e fondi finanziari di investimento, a scapito dei redditi da lavoro. Ma l’indebitamento dei governi è anche un’arma per accelerare la messa in pratica di misure di privatizzazione e precarizzazione tipiche del capitalismo liberalizzato, finanziarizzato e globalizzato.
Un documento dell’Fmi del novembre 2010 lo dice chiaramente: «le pressioni dei mercati potrebbero riuscire lì dove altri approcci hanno fallito». I terribili colpi inferti a lavoratori e a giovani in Grecia e in Portogallo confermano che questo avvertimento va preso sul serio.
La «crisi del debito» degli Stati nasconde in modo sempre meno efficace una profonda crisi bancaria. I governi, che non hanno tassato patrimoni e capitali e che non hanno contrastato l’evasione verso i paradisi fiscali, si ritrovano oggi pesantemente indebitati nei confronti dei fondi di investimento stranieri, ma soprattutto nei confronti delle banche europee. Queste ultime hanno bilanci fragili. Hanno creato troppo credito rispetto ai depositi e ai fondi propri. Nell’autunno del 2008 sono state salvate e oggi tornano a chiederlo una seconda volta.
A fronte di questo, le politiche di rigore di bilancio e di riduzione dei salari richieste da Unione europea, Bce e Fmi fanno affondare l’Europa nella recessione. Occorre dunque porre contestualmente due problemi: l’annullamento del debito pubblico e la trasformazione del sistema bancario, così da ripristinare un controllo sulla creazione di credito in funzione di priorità sociali e ambientali.
Indice del libro
Prefazione all’edizione italiana
Introduzione
Subire la crisi come una «doppia pena»?
L’improvvisa necessità francese di riformare il sistema delle pensioni fin dall’estate 2010
Abbiamo bisogno delle banche nella loro forma attuale?
Quali soluzioni proporre all’indebitamento pubblico e alle politiche portate avanti in suo nome?
1. Il potere della finanza, i suoi assetti e le forme organizzative attuali
Definizione e approccio della finanza
Due fonti imprescindibili della critica teorica della finanza
Nel XX secolo il potere della finanza ha conosciuto una parentesi
Le tappe della ricostituzione del capitale di investimento
Il posto e la funzione delle pensioni a capitalizzazione e dei fondi pensione
Le ambiguità della parola «capitale»
Il termine «speculazione» e i mercati dei cosiddetti «prodotti derivati»
Le banche: dei semplici intermediari? Degli efficienti mercati finanziari?
Le trasformazioni del mercato dei cambi
Dalle crisi economiche e finanziarie ravvicinate all’aumento degli effetti di propagazione
La trasformazione delle banche in conglomerati finanziari
Il settore bancario francese, beneficiario dal 1966 di un continuo sostegno statale
2. Crisi dei debiti europei e crisi mondiale
Sullo sfondo, una grandissima crisi mondiale non conclusa
Il vicolo cieco della crescita attraverso il debito
Indebitamento delle banche e comparsa dello shadow banking
Crescita trainata dal debito all’Ovest e dalle esportazioni in Cina
Dei debiti nati in momenti diversi
Mimetismo nel modello di crescita per indebitamento: un primo caso, l’Irlanda
Mimetismo nel modello di crescita per indebitamento: un secondo caso, la Spagna
La politica monetaria e la ritrazione delle banche centrali dall’arrivo della liberalizzazione finanziaria
La Bce fino alla crisi finanziaria
3. Debiti pubblici illegittimi
Esposizione al rischio delle banche europee, effetto leva e tipologia di attivi
La crisi greca e il dibattito sul debito «odioso», o comunque illegittimo
Il debito pubblico francese, un esempio di debito illegittimo
Le caratteristiche dell’euro e della Bce derivano dai precetti centrali dei trattati
Le forme perverse di integrazione tra paesi membri dell’euro
Il problema della ristrutturazione o dell’annullamento e il ruolo dell’audit
Audit del debito ed esercizio dei diritti democratici
Conclusione
L’annullamento dei debiti: finalmente un movimento sociale europeo?
Glossario
Un Assaggio
Prefazione all’edizione italiana
Questa prefazione viene scritta mentre Georges Papandreou ha appena annunciato, il primo novembre, l’organizzazione di un referendum sulle ultime misure di «aiuto» alla Grecia contenute nel travagliato accordo europeo del 26-27 ottobre. La sua decisione può essere vista come una misura disperata da parte di un uomo a fine corsa, distrutto dall’estensione e dalla tenacia della resistenza popolare ai piani di austerità e logorato dal comportamento dei dirigenti francesi e tedeschi nei suoi confronti. L’azione dei giovani ad Atene e a Salonicco nello scorso giugno, lungo la scia del movimento degli Indignati spagnoli, ha rinvigorito una resistenza che si esprime su qualunque terreno. Le confederazioni sindacali sono state obbligate a indire due scioperi generali consecutivi, prima in giugno e poi il 19 ottobre, rendendo l’autorità del governo e del parlamento sempre più problematica. La decisione di Papandreou traduce tanto il carattere socialmente insostenibile della serie di piani di austerità imposta alla Grecia, quanto il carattere politicamente insopportabile della decisione di spedire una squadra di sorveglianza della «trojka» – Commissione, Bce, Fmi – in permanenza ad Atene. Che il referendum abbia luogo o meno, che Papandreou mantenga il posto di Primo ministro o venga cacciato, in Grecia si è aperta una fase di instabilità politica che è possibile prevedere si estenda in altri luoghi della zona euro. L’improvvisa e inattesa comparsa del movimento Occupy Wall Street e il successo politico, innegabile sul piano simbolico, della giornata mondiale del 15 ottobre hanno con questo qualcosa a che vedere. Coi militanti americani che puntando il dito contro il cuore della finanza a Wall Street, a cambiare è il clima politico mondiale nel suo complesso.
L’annuncio di un possibile referendum in Grecia ha di nuovo provocato l’ennesimo crollo delle borse, con quelle di Parigi e Milano che il primo novembre risultano le più toccate in ragione del forte arretramento dei valori bancari delle grandi banche francesi e italiane. I governi saranno obbligati a mettere in campo progetti di ricapitalizzazione delle banche il cui contenuto è rimasto molto vago al termine della maratona di Bruxelles. Se la ricapitalizzazione si fonda su finanze pubbliche, come è stato il caso a inizio ottobre per la banca franco-belga Dexia, questo provocherà un ribasso dei giudizi sui paesi da parte delle agenzie di rating. Quelli di Francia e Belgio ne sono minacciati dal 2010. L’annuncio del referendum in Grecia ha ugualmente provocato un rialzo dei tassi di interesse sui debiti pubblici ritenuti più vulnerabili. Dopo la Grecia, il Portogallo e la Spagna, l’Italia è diventata il bersaglio degli investitori finanziari. La prima decisione che il nuovo presidente della Bce, Mario Draghi, è stato obbligato a prendere non appena insediato riguarda l’acquisto di titoli italiani e spagnoli. Il 2 novembre, l’emissione da parte dell’Italia di titoli a dieci anni è avvenuta al tasso record del 6,6%. Lo stesso giorno, l’emissione di titoli a dieci anni da parte del Fondo di stabilità monetaria non ha pressoché trovato acquirenti e dovrà essere rifatta, cosa che mette in dubbio la credibilità di uno dei principali strumenti di sostegno ai paesi della zona euro creato dall’Unione europea. Le decisioni assunte il 26-27 ottobre diventano per questo tanto più problematiche.
La natura fortemente prociclica delle politiche di austerità di bilancio e di accelerazione delle privatizzazioni che abbiamo analizzato in questo libro viene oggi largamente riconosciuta, persino molto al di là del circolo degli economisti di sinistra. La Grecia è passata da un tasso di crescita di -2,5% nel primo trimestre 2010 a uno di -5,6% nel terzo trimestre 2011, ma il consiglio degli osservatori più lucidi sulla necessità di una ristrutturazione del suo debito, ovvero di una parziale moratoria, non è stato seguito. La recessione è stata così forte che la riduzione del deficit corrente si è accompagnata a un continuo aggravarsi del rapporto tra debito e Pil, che è passato dal 120% al 150%. In Francia, caso analizzato più avanti, il rapporto tra debito e Pil è cresciuto di tre punti in un anno e, stando alle ultime previsioni, nel 2012 toccherà l’87,4%, per effetto di un rallentamento di cui la politica di austerità è una delle cause. Eppure, l’abbandono di queste politiche non sembra essere in discussione. Non solo perché sono parte integrante dell’arsenale neoliberista e del suo credo, ma anche in virtù della fragilità di molte banche. È una delle questioni centrali di questo libro. Perché da parte degli economisti c’è stata una certa reticenza nel riconoscere che la crisi del debito pubblico di fatto nascondeva – e continua a nascondere – una crisi delle banche, soprattutto europee. I loro bilanci sono gravati da una somma di crediti troppo alti – crediti privati più che crediti pubblici –, di cui una parte è inesigibile e un’altra molto vulnerabile in caso di recessione. I governi e la finanza sono ostaggio della seguente contraddizione: le politiche di austerità portate avanti per ridurre il deficit corrente di bilancio e rassicurare le agenzie di rating e gli investitori finanziari del genere Hedge Funds portano a una contrattazione che indebolisce le banche rendendo più difficile la riscossione di tutte le forme di credito.
Da parte dei governi e dei centri di potere della finanza e della grande industria assistiamo allora a fughe in avanti. Si tratta della rappresentazione del vicolo cieco in cui si è messo il capitale al termine di una fase in cui si è dovuto ricorrere al massiccio indebitamento per sostenere la crescita e prolungare le false euforie, o piuttosto le menzogne, di un capitalismo «trionfante» sempre più preda della corruzione. Adesso occorre trasferire la responsabilità di questo stato di cose su altri e continuare, nel bene e nel male, a drenare flussi di ricchezza, di vera sostanza economica, così che il servizio degli interessi del debito sia garantito e il rimborso dei prestiti effettuato quando essi vengono a scadenza. I governi e i media si servono allora di ripetute campagne di colpevolizzazione di massa dei cittadini, perché «capiscano e accettino i sacrifici». L’occultamento delle origini del debito pubblico è una delle condizioni perché l’ingiunzione a «onorare il debito» possa continuare a funzionare.
È qui che interviene la necessità, o più precisamente la pressante esigenza, di sondare il debito da molto molto vicino. La genesi e la crescita del debito sono specifici per ogni paese ed è solo esaminandole attentamente che diventa possibile definirne la natura, almeno in parte, odiosa – caso della Grecia – o illegittima, come è il caso di molti paesi. Nel caso della Francia (dove il debito ha raggiunto oltre l’80% del Pil), il principio di analisi formulato in questo libro mostra che la sua illegittimità proviene tanto da un’alta spesa pubblica che presenta i tratti di un regalo fatto al capitalismo (nella fattispecie all’industria degli armamenti), quanto dalla politica fiscale e il modo in cui si è declinata una politica che consiste nel compensare con il prestito l’abbassamento dell’imposizione sul reddito, sul capitale e sul profitto delle imprese, dando prova di grande lassismo in materia di evasione fiscale. Sta ai lettori di questo libro decidere se un lavoro simile può essere fatto anche per l’Italia. L’illegittimità deriva anche dall’esame delle operazioni di «prestito» che dovremmo «onorare». Poiché l’ingiunzione a pagare il debito fa appello a riflessi multisecolari, soprattutto di origine contadina. Si fonda implicitamente sull’idea che a essere date in prestito siano somme frutto di un risparmio pazientemente accumulato attraverso un duro lavoro. È forse questo il caso del risparmio delle famiglie o delle risorse dei sistemi pensionistici per capitalizzazione. Non è quello delle banche o degli Hedge Funds. Quando questi «prestano agli Stati» acquistando dei buoni del Tesoro messi in vendita dai ministeri delle Finanze, si tratta di somme fittizie la cui messa a disposizione si fonda sull’azionamento di un «effetto leva» molto alto, costruito simultaneamente su una rete di transazioni interbancarie e sulla cartolarizzazione di crediti già dalla loro creazione. Anche su questo punto sarebbe possibile procedere a un’analisi, sulla base delle informazioni disponibili, delle operazioni delle grandi banche italiane.
La crisi delle banche che si è mostrata in pieno giorno, dopo essere stata truccata da debito degli Stati, è sintomo di un fenomeno più esteso. È una delle manifestazioni della situazione di semiparalisi nella quale versa l’economia capitalistica mondiale, in virtù dell’incapacità da parte dei governi, dei centri privati del potere finanziario e della grande industria a pensarne il funzionamento in termini diversi da quelli dei metodi di una crescita costruita dentro la cornice della globalizzazione neoliberista. Sul piano tanto nazionale quanto mondiale, la borghesia proietta sulla popolazione laboriosa, e in particolare sui giovani, un futuro di povertà e frustrazione, quando non è di miseria. La finanza nata dalla liberalizzazione viene attentamente passata al vaglio nel primo capitolo di questo libro. E la conclusione è che essa non sia riformabile. È l’espressione concentrata di un obiettivo di valorizzazione del capitale, come dice Marx «senza fine e senza limiti», a prescindere dalle conseguenze sociali ed ecologiche per l’umanità. La lotta contro il capitale ha sempre richiesto la ricerca di leve per un’azione comune. Il problema dei debiti europei e del loro annullamento è una di queste leve. E quando una di esse può creare le condizioni per una transizione economica e sociale, occorre afferrarla. È il senso di questo libro e la ragione della mia grande felicità per la sua pubblicazione italiana.
2 novembre 2011





