L’idea di comunismo

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Testi di: Alain Badiou, Judith Balso, Bruno Bosteels, Susan Buck-Morss, Costas Douzinas, Terry Eagleton, Peter Hallward, Michael Hardt, Jean-Luc Nancy, Toni Negri, Jacques Rancière, Alessandro Russo, Alberto Toscano, Gianni Vattimo, Slavoj Žižek.

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La parola «comunismo» può ancora essere usata per indicare progetti di emancipazione? Ovvero, l’idea di un’alternativa globale all’attuale dominio del capitalismo parlamentare può coincidere con il termine «comunismo»? Per gli autori degli interventi che compongono questo libro – frutto di un incontro seminariale svoltosi a Londra nel 2009 dal titolo On the Idea of Communism – la risposta, con le dovute varianti, è sì.
A vent’anni dalla ratifica del fallimento ufficiale dell’esperienza storica del socialismo realizzato, gli autori di questo volume denunciano l’urgenza di rimettere in circolazione l’uso di questa parola, impedendo ai sostenitori del capitalismo di farne il bilancio. Perché, riaffermare l’uso della parola «comunismo» significa anzitutto ribadire un’indipendenza nei confronti del consenso occidentale «democratico» che non fa altro che perpetuare la propria continuità sprovvista di senso.
Questo libro raccoglie gli interventi di alcuni dei maggiori filosofi contemporanei, invitati non a passare al vaglio gli errori del socialismo reale ma a misurarsi con un pensiero della trasformazione all’altezza dell’odierna crisi del capitalismo e delle democrazie rappresentative.

Un Assaggio

Introduzione. L’idea di comunismo di Costas Douzinas e Slavoj Žižek

La lunga notte della sinistra sta volgendo al termine. La sconfitta, la condanna e l’abbandono degli anni Ottanta e Novanta, il trionfalismo della «fine della storia», l’egemonia unipolare degli Stati Uniti, tutto questo sta per diventare una vecchia notizia. Nel 2000, in Europa, Jürgen Habermas e Ulrich Beck si entusiasmavano per l’Unione Europea e la sua moneta unica, profetizzando che sarebbe diventata un modello per il futuro dell’umanità. Quanto diversa è la realtà oggi! Ben lungi dall’essere un modello, l’Unione Europea è piuttosto un’organizzazione disordinata di governi di destra e social-democratici allineati che impongono inedite misure di austerità, disoccupazione e povertà alla classe lavoratrice, in nome del ritorno alla «disciplina fiscale».
Qualunque pretesa di solidarietà e giustizia sociale, da sempre strenua rivendicazione dell’Unione Europa, è stata abbandonata. Nel 2008, il salvataggio delle banche per la bellezza di un trilione di dollari ha socializzato le perdite del casinò del capitalismo neoliberista, chiedendo alle moltitudini di pagare per le speculazioni degli hedge fund, per la vendita dei derivati e per un sistema economico basato sul consumo e sul debito. Il socialismo per le banche e il capitalismo per i poveri è diventato il modus vivendi degli anni Duemila. Parafrasando Brecht, nel mondo la gente ha capito che vai in prigione se traffichi con i sussidi, ma ricevi un bel bonus se fai fallire una banca.
All’inizio del secondo decennio del nuovo secolo, l’autocompiacimento successivo alla Guerra fredda è finito. La crisi economica è maturata in una profonda crisi politica che coincide con una delegittimazione dei sistemi politici e che allontana le persone dall’ideologia del capitalismo. Vanno nascendo nuove forme di antagonismo e di lotta, sulla difesa dello stato sociale nei paesi occidentali, contro la programmatica esclusione di interi settori della popolazione dall’attività economica e dalla partecipazione politica, e in relazione ai timori di disastri ecologici. Una nuova forma di militanza, evidente all’inizio della nuova decade in luoghi quali la Grecia, la Francia, l’India, la Tailandia, tra gli altri, avvicina larghi settori della popolazione e soprattutto i giovani a idee di resistenza, ribellione ed emancipazione. Se il 1989 è stato l’anno che ha inaugurato il nuovo ordine mondiale, il 2001 è stato quello che ne ha annunciato il declino, e il collasso del sistema bancario nel 2008 ha segnato l’inizio di una totale svolta della storia. Se quello è stato il nostro «nuovo ordine mondiale», si è trattato del mondo più corto che si sia mai visto.
Questa svolta della storia ha portato a un rinnovato interesse per le idee e le politiche radicali. La sinistra del XXI secolo può finalmente lasciarsi alle spalle l’introspezione, il pentimento e l’espiazione successivi alla caduta dell’Unione Sovietica. La sinistra che si conformava al «socialismo reale» è scomparsa o finita tra le curiosità della storia. Nuove forme di militanza radicale e di mobilitazione hanno contraddistinto questo ritorno alla politica. In America Latina, le molteplici nuove sinistre di Bolivia, Venezuela e Brasile stanno intraprendendo inedite e creative vie nazionali al socialismo. Negli Stati Uniti, l’elezione di Barack Obama è stata un momento simbolico diffusosi su scala mondiale come segno di un progresso storico. In India, in Cina, in Africa, il dissenso, la resistenza e la ribellione hanno sostituito i sonnolenti e paurosi anni Novanta.
In questo contesto, il seminario «The Idea of Communism», tenutosi a Londra al Birbeck Institute for the Humanities nel marzo del 2009, ha avuto una rilevanza politica di grande portata. Quando fu inizialmente pensato, nell’estate del 2008, ci aspettavamo un’udienza limitata e riservammo una sala con una capienza di 180 posti. Ma quando, all’inizio del 2009, aprimmo le registrazioni, l’interesse risultò essere così grande da obbligarci per ben due volte a trasferirci in sale più grandi, per finire nel principale auditorium dell’Institute of Education che può contenere 900 persone, con una sala adiacente collegata attraverso uno schermo che poteva contenerne altre 300. Julia Eisner, che gestiva il seminario, fu sommersa di messaggi e suppliche da parte di singoli, gruppi e organizzazioni politiche di tutto il mondo che intendevano venire a Londra per ascoltare e partecipare. L’efficienza, la calma e l’elegante presenza di Julia hanno reso questo evento possibile.
Gli interventi di quel seminario – oggi racchiusi in questo volume – hanno sviluppato approcci teorici e politici che godono di una particolare risonanza presso i più giovani. Ma il seminario è stato anzitutto l’occasione di radunare sotto la parola «comunismo» alcuni dei più rilevanti filosofi contemporanei della sinistra, sotto una parola che forse più di ogni altra negli ultimi tempi ha avuto cattiva stampa. La domanda cruciale che gli è stata rivolta è se il termine «comunismo» possa ancora essere usato per indicare progetti di emancipazione. Nonostante le differenti prospettive e le diverse ricerche, i relatori del seminario hanno condiviso la tesi di una fedeltà alla parola «comunismo». Non solo perché si tratta dell’Idea in grado di guidare una pratica della trasformazione, ma anche perché può servire a spiegare le catastrofi del XX secolo, incluse quelle della sinistra.
Attraverso l’antidemonizzazione del significante «comunismo» – aderendo alla felice espressione di Alain Badiou che «da Platone in poi, Comunismo è la sola Idea politica degna di un filosofo» –, il seminario ha aperto la strada alla riattivazione di un forte legame tra filosofia e politica. La massiccia partecipazione, la sorprendente euforia scaturita dal seminario (estranei che si salutavano l’un l’altro come vecchi amici), il bel clima e l’assenza di settarismo delle sessioni di domanda e risposta (qualcosa di piuttosto raro a sinistra), tutto questo ci ha fatto capire che l’epoca della colpa è finita. Se il seminario è stato un importante incontro intellettuale, è stato ugualmente un formidabile evento politico.
La teoria della sinistra è stata sempre connessa alla pratica politica. Pensare in azione è una delle armi principali della sinistra. A questo punto di svolta cruciale, nel quale tutte le scommesse sull’uscita dalla crisi sono state lanciate e le migliori e le peggiori si trovano a stretta prossimità, l’idea di comunismo ha la potenzialità di rivitalizzare il pensiero teorico e rovesciare la tendenza alla depoliticizzazione del tardo capitalismo.
L’energia, il dinamismo e il pluralismo che hanno caratterizzato il seminario risultano evidenti in questa raccolta. Ci siamo limitati a minime correzioni, onde preservare la vitalità dell’evento politico. Non serve dire che i relatori non sempre erano concordi sul significato della parola «comunismo», sulla sua odierna rilevanza o sui modi in cui può segnare nuovi inizi politici. Senza una specifica priorità, queste erano le premesse condivise che hanno consentito alle persone di darsi appuntamento:

1.     Le politiche degli ultimi anni hanno cercato di mettere all’indice e di impedire il conflitto. L’idea di comunismo affronta la diffusa depoliticizzazione, sollecitando nuove forme di soggettività politica e facendo ritorno a un impegno di massa.
2.     «Comunismo» è l’idea di una filosofia e di una politica radicali. Come precondizione di un’azione politica di trasformazione, il comunismo deve essere oggi pensato a partire dalla distanza dallo statalismo e dall’economicismo e informato dalle esperienze politiche del XXI secolo.
3.     Lo sfruttamento e il dominio capitalistico neoliberista assumono le forme di nuove enclosures del comune (linguaggio e comunicazione, proprietà intellettuale, materiale genetico, risorse naturali e forme di governance). Tornando al concetto di «comune», il comunismo affronta le privatizzazioni del capitale nella prospettiva di costruire un nuovo commonwealth.
4.     Il comunismo aspira a portare libertà e uguaglianza. La libertà non può nascere senza uguaglianza e non esiste uguaglianza senza libertà.

Come ha suggerito Slavoj Žižek durante la sessione conclusiva, dobbiamo ricominciare dall’inizio e gli inizi sono sempre i più duri. Ma può anche essere che l’inizio siano già avvenuto e che oggi sia questione di fedeltà a quell’inizio. Questo, allora, è il compito che abbiamo di fronte.