Nonostante Auschwitz

Il «ritorno» del razzismo in Europa

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Il libro nasce dalla constatazione della evidente ripresa del razzismo in Europa. Il tabù del razzismo può dirsi ormai rimosso: si può ricominciare a dirsi razzisti, senza mascheramenti o pretesti. La domanda che si pone è dunque: perché ci ritroviamo in questa situazione, a soli settant’anni dai campi di sterminio nazisti? Perché, nonostante Auschwitz, non siamo guariti dal razzismo
La risposta deve coinvolgere la storia della modernità, la sua genesi, i suoi caratteri costitutivi. Tra razzismo e modernità sussiste un nesso strutturale, al punto che il razzismo deve essere considerato un ingrediente costitutivo della modernità europea. Tesi che viene documentata sul piano storico e argomentata sul piano teorico.
Il libro analizza alcune tappe cruciali del processo di formazione delle ideologie razziste: il nesso con la cultura dei Lumi, l’intreccio con le ideologie nazionaliste, l’acme della violenza razzista nella distruzione degli ebrei in Europa. Da qui scaturisce un’analisi sul dispositivo ideologico che accomuna le diverse manifestazioni concrete del razzismo nel corso del tempo. L’invenzione dell’«altro» – nemico, infedele o deviante da escludere, perseguitare o sterminare – nasce dalla stigmatizzazione della diversità e conduce alla creazione della «razza maledetta» attraverso la naturalizzazione delle identità stereotipate.

Un Assaggio

Introduzione

Il dato di fatto da cui questo libro muove è che in Europa il razzismo è tornato a occupare la scena ufficiale, dando corpo all’incubo di Primo Levi, sino a qualche anno fa apparso ai più immotivato. Com’è noto, Levi partiva dall’assunto che quanto è avvenuto al tempo del nazismo potrebbe succedere ancora per il fatto stesso di essere accaduto1. Perciò, finché ne ebbe la forza, scrisse e parlò della propria esperienza nel Lager. Fino a qualche tempo fa il suo timore è parso eccessivo. Si comprendeva che potesse nutrirlo chi recava sulle spalle un terribile fardello. Ma lo si considerava, appunto, l’incubo di un superstite, non un timore razionale e fondato. Si tendeva piuttosto a rovesciare la tesi, replicando che proprio perché avevano avuto corso, gli orrori del passato non si sarebbero ripetuti. All’incubo di Levi si contrapponeva l’idea che la tragedia dei Lager avesse semmai immunizzato l’Europa, producendo una barriera di anticorpi sufficiente a prevenire il verificarsi di analoghe vicende.
Quanto è avvenuto negli ultimi vent’anni dimostra che Levi aveva ragione e i suoi critici torto. Dalla fine degli anni Ottanta gli episodi di violenza razzista si sono susseguiti a ritmo incalzante, sino a diventare cronaca quotidiana in tutti i Paesi europei. Si è trattato in parte di fenomeni inediti: immigrati arsi vivi nel sonno da branchi di teppisti, rivolte di quartiere contro gli immigrati accusati di gestire la prostituzione e il traffico di droga, lavoratori immigrati massacrati per avere osato esigere il compenso pattuito per il proprio lavoro. Ma non sono mancate citazioni puntuali del nostro passato peggiore: cimiteri profanati, vetrine infrante, svastiche e croci celtiche, saluti romani e aquile imperiali.

Quando ci si domanda perché ciò sia accaduto e con tale sorprendente rapidità, si suole chiamare in causa i mutamenti che da vent’anni a questa parte – dalla caduta del Muro di Berlino – sconvolgono il panorama mondiale: la cosiddetta globalizzazione neoliberista, l’esplosione dei flussi migratori, le guerre, prima nel Golfo Persico, poi nei Balcani, quindi nuovamente in Medio Oriente.
Indubbiamente queste risposte colgono più di una verità. In conseguenza della globalizzazione vengono travolti diritti e tutele sociali (in particolare nel mondo del lavoro), le società si polarizzano (crescono ineguaglianze e nuove povertà) e si modifica la percezione dei rapporti tra locale e globale (il mondo «ci arriva in casa» con brutale violenza e noi tutti siamo per contro scaraventati in mare aperto, senza ancoraggi e difese).
L’immigrazione, proveniente ora anche dall’Europa dell’est, trasforma in pochi anni la composizione sociale di Paesi che hanno alle spalle esperienze di emigrazione di massa ma sono impreparati alle sfide dell’accoglienza e dell’integrazione. I conflitti tra migranti e «nativi» esplodono anche per la nuova condizione del lavoro, precarizzato ed esposto alla concorrenza dei Paesi «in via di sviluppo». È un’occasione d’oro per gli «imprenditori politici» del razzismo, per la miriade di partiti neofascisti e di movimenti xenofobi che si ergono a custodi di identità minacciate da orde di invasori.
Le guerre balcaniche costringono l’Europa a fare i conti col fatto che anche al suo interno vivono popolazioni con tradizioni e fedi religiose diverse, non più disposte a convivere pacificamente. La prima Guerra del Golfo è un duro impatto col mondo arabo, restituito all’antica fisionomia del barbaro nemico. Sin dai primi anni Novanta – quando al-Qaeda è ancora di là da venire – tornano le immagini del conflitto secolare tra Europa cristiana e Islam, la memoria delle Crociate e della cacciata dei Mori (avvenuta in non casuale sincronia con l’espulsione degli ebrei, altro corpo estraneo nella cattolicissima Spagna). Dieci anni dopo, l’attacco alle Torri di Manhattan compie l’opera. Lo «scontro tra civiltà» trasforma in stereotipi le rappresentazioni semplificate dell’«altro». Le conseguenze di questi fenomeni interagiscono tra loro. L’immigrazione di massa alimenta l’avversione nei confronti dello straniero che cerca scampo dalla guerra e dalla povertà. Ci si sente minacciati da chi parla altre lingue e ha diverse abitudini, e lo si odia perché accetta di lavorare per quattro soldi. Le guerre rafforzano un immaginario popolato da selvaggi, gli stessi – forse – che ci invadono con le loro merci a basso prezzo. È del tutto ragionevole sostenere che questo cortocircuito provochi il big bang del razzismo e, da ultimo, le prime avvisaglie di un nuovo razzismo di massa, incoraggiato dalle leggi e dai politici che esortano a essere «cattivi con i clandestini», invocano rastrellamenti «casa per casa» e istituiscono l’equazione tra immigrati e criminali.
Per parlare di noi, i recenti fatti di Rosarno in Calabria (lo scatenarsi della furia collettiva contro gli immigrati che osano ribellarsi all’umiliazione e alla violenza quotidiana) sono soltanto l’ultimo anello di una catena che annovera svariati episodi di «caccia al negro», incendi ai campi rom, bravate di ronde più o meno legali. In molte città italiane si legge sui cartelli che «non si affitta agli immigrati». Come nella Torino degli anni Cinquanta. Ma allora si trattava di siciliani e pugliesi e non era quindi chiaro che fosse razzismo. Oggi si parla di senegalesi e tunisini, e si è ben consapevoli di quanto si dice e di quel che si fa. Il tabù del razzismo è infranto. Ci si può dire razzisti senza mascherarsi dietro goffe perifrasi. Non è un fatto di poco conto: se una cosa non è più indicibile e non ci si deve più nascondere nel farla, quella cosa ha cambiato natura, valore e significato. Dopodiché si verificherà in forme e dimensioni diverse.

Ma se gli avvenimenti dell’ultimo ventennio spiegano l’esplosione del razzismo, non consentono invece di comprenderne la riemergenza. Per impiegare una metafora abusata, indicano il detonatore, ma non dicono nulla dell’esplosivo. Forse così si spiega l’errore dei critici di Levi, l’illusione che la parabola del razzismo in Europa – «dalle origini all’olocausto», come recita il titolo di un classico della storiografia – si fosse ormai esaurita.
Alla base di tale illusione agisce – più o meno consapevolmente – una lettura ottimistica della modernità, il convincimento che il razzismo di Stato e la sua catena di orrori siano l’eccezione nel quadro di una storia in cui norma sono il rispetto del diverso e l’accoglienza dello straniero. Per questo lo sguardo si fissa sugli avvenimenti più recenti. Rilevanti di certo, e indubbiamente influenti. Ma insufficienti a rendere conto di un «ritorno» del razzismo che è, in realtà, la ripresa di un vecchio discorso, il risveglio di una «bestia» assopitasi per breve tempo.
Se questo è vero (o per lo meno plausibile), allora per capire che cosa sta avvenendo nelle nostre società si impone il rovesciamento della prospettiva. Occorre adottare un’ottica di lungo periodo e puntare l’attenzione su un tema classico – il rapporto tra razzismo e modernità, a partire dal Settecento e in particolare negli ultimi due secoli – prendendo sul serio l’ipotesi che il razzismo non sia soltanto un effetto perverso della globalizzazione (e ancor meno un residuo arcaico destinato a estinguersi), bensì un ingrediente fondamentale della modernità europea: una sua tara congenita, paradossalmente una sua normale patologia.
In questa prospettiva il rapporto tra norma ed eccezione evidentemente si ribalta. Norma è il razzismo che, dopo una lunga incubazione, dilaga negli anni Trenta del Novecento e trionfa nel corso del secondo conflitto mondiale; eccezione, il primo trentennio successivo alla guerra, segnato dallo shock della scoperta dell’orrore inaudito generato dal razzismo fascista. In quest’arco di tempo l’Europa ha vissuto, per così dire, all’ombra di Auschwitz. è stata preservata dalla «cenere d’uomo» prodotta dai forni crematori. La tragedia dello sterminio l’ha protetta, almeno in apparenza, dalle seduzioni della «razza», scomparsa, se non altro, dal discorso pubblico e dal sistema di riferimento dell’azione politica.
Vi era però un veleno in quella protezione. Essa ha creato l’illusione di essere finalmente immuni dal rischio non soltanto di vicende analoghe, ma di qualsiasi ricaduta nella violenza razzista. E ha indotto a ritenere che il razzismo – malattia grave ma di breve durata – sia definitivamente scomparso dal nostro orizzonte. Oggi, quando ormai quell’eredità della guerra (l’unica buona) ha evidentemente esaurito la propria efficacia, dobbiamo sapere abbandonare ogni illusione. Di fronte all’immane tragedia della persecuzione e dello sterminio di milioni di esseri umani, pianificato con burocratica freddezza da uno Stato ed eseguito in tutta Europa (con la zelante collaborazione di altri Paesi, tra cui l’Italia) da centinaia di migliaia di militari e «uomini comuni» nella complice indifferenza dei più, non si può continuare con la favola di un razzismo episodico o periferico, macchia circoscritta sulla candida tela di una storia ispirata al rispetto delle diversità.
Sostenere che il razzismo riemerge dalle viscere della modernità europea – affermarne la perversa normalità – non implica però rassegnarsi alla sua presenza nefasta e operosa. Ragionare sul tempo lungo significa, al contrario, assumere una prospettiva realistica, non episodica né contingente e cogliere il pericolo in tutta la sua portata. Per attrezzarsi a combattere, all’altezza della sfida, una cruciale battaglia di civiltà.

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