La battaglia di Novara

9-24 luglio 1922. L'ultima occasione antifascista

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Questo libro racconta un fatto misconosciuto della storiografia sul fascismo-antifascismo nel nostro Paese. E dimostra come una battaglia persa per la mancata unità delle forze democratiche abbia deciso le sorti della libertà di un intero popolo.
Fu proprio così, infatti, per la «battaglia di Novara» del luglio 1922 che può considerarsi come una premarcia su Roma.
In quell’anno, contro gli assalti fascisti rimaneva ancora forte la resistenza nel triangolo Torino-Milano- Genova che costituiva la base su cui poggiava tutto il piano dell’unità d’Italia democratica e antifascista. La città di Novara ne costituiva geograficamente l’avamposto strategico. Nell’estate del 1922 quasi tutta l’Italia rurale era ormai nelle mani delle bande fasciste. Altra e diversa era la partita sul fronte industriale delle città. E tutto si giocò nella città di Novara nell’estate ’22.
Nella ricostruzione di questo fatto, Bermani utilizza testimonianze orali, intrecciandole alla copiosa documentazione scritta fornita dalle cronache dei giornali dell’epoca. Oltre a dimostrare che la ragione della sconfitta della «battaglia di Novara» fu nella mancata unità delle forze comuniste, socialiste e dei partiti democratici, l’autore porta alla luce, documentandoli scrupolosamente, alcuni gravi comportamenti rinunciatari dei dirigenti riformisti e democratici. Come il caso di Filippo Turati, accusato di predicare ai contadini pugliesi insorti contro il fascismo di essere «santi» e «porgere l’altra guancia»; o di Giacomo Matteotti accusato di propagandare la parola d’ordine del «coraggio della viltà».
Per queste e altre simili questioni «spinose» La battaglia di Novara non mancherà di suscitare accesediscussioni tra gli storici, impegnati sia sul fronte delle difesa che quello della «revisione» dell’«impianto» storiografico antifascista.

Un Assaggio

Questo è un libro di storia e sempre più, quando mi capita di parlare di storia, mi accorgo che si dimentica cosa essa sia. Credo che, almeno in parte, questo oblio vada ascritto a un continuo e diffuso tentativo di presentare la storia come fosse un’«opinione» e non un metodo scientifico sviluppatosi negli ultimi 3000 anni per produrre conoscenza del passato con un relativo grado di certezza.
La storia è un’attività fondamentalmente narrativa, uno sforzo protratto nel tempo per la creazione e l’utilizzazione di tecniche nuove (mezzi informatici, fotografici, magnetofonici ecc.) per cercare una verità che è per definizione sempre approssimata ma che non può mai ridursi a «opinione» perché si basa su un accumulo di conoscenze e di saperi, procede per correzioni e per perfezionamento o creazione di nuove tecniche di ricerca (si pensi, per esempio, di quanto si è allargato il campo della storia con l’acquisizione delle tecniche per scandagliare l’oralità). L’acquisizione di nuovi saperi e di nuove fonti, cioè di nuovi documenti, il loro poter essere sottoposti a nuove domande rende la storia, come credo ogni altra scienza, provvisoria, fa sì che la storia possa aggiornare, aggiungere, correggere, soprattutto porre nuove domande ai materiali esistenti.
La storia ha un compito eminentemente civile, perché è sempre mossa da esigenze contemporanee, e si sforza di raccontare i fatti effettivamente accaduti, sia pure con un margine di soggettività dovuta al fatto che chi la racconta è sempre anche un uomo del suo tempo, con le sue passioni, i suoi interessi, le sue domande, che possono essere filologiche ossia meramente accertative di fatti, oppure storiografiche ossia problematiche, dove l’interpretazione dei fatti è sempre immessa in un tessuto coerente, collocata in contesti microstorici o macrostorici, individuali o collettivi.
D’altra parte se uno storico è sempre portatore di proprie idee politiche e sociali, nondimeno è anzitutto un buono storico o un cattivo storico
Il buono storico cerca la verità, non la occulta e non nasconde quanto contraddice le sue tesi e facendo ciò è utile, qualunque sia la sua posizione politica, alla costruzione dell’edificio scientifico della storia. […]
Questo libro, che ripubblico in versione riveduta e ampliata, si è proposto di richiamare all’attenzione un avvenimento di solito trascurato dalla storiografia sul fascismo.
Il silenzio su questo momento decisivo della lotta antifascista non credo fosse e sia casuale, perché l’analisi di quel momento dimostra come nel luglio 1922 le forze dell’antifascismo non fossero affatto impegnate in una «disperata battaglia di retroguardia» – giudizio che permetteva di attenuare le responsabilità di chi quella battaglia aveva mal diretto e abbandonato e di sminuire l’azione condotta in quell’occasione dai comunisti – ma che invece la battaglia era ancora aperta e che, se si trasformò in una Waterloo per il movimento operaio e l’antifascismo, lo si dovette ai macroscopici errori dei loro gruppi dirigenti a livello locale e nazionale. […] È tuttora mia convinzione che la «battaglia di Novara» avrebbe potuto concludersi con una sconfitta dei fascisti, malgrado la debolezza dello Stato e il parteggiare di ampi settori delle forze di polizia e dell’esercito per gli squadristi, se lo sciopero provinciale proclamato dall’Alleanza del Lavoro non fosse stato improvvidamente interrotto nel momento meno opportuno e se non fosse mancata la solidarietà di Lombardia e Liguria nello sciopero generale regionale del 19 luglio

La battaglia di Novara
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