Gli autonomi – volume III

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Con questo terzo volume si conclude la «saga» dell’autonomia operaia, un’area rivoluzionaria che ha svolto un ruolo da protagonista negli scenari politici e culturali del nostro paese nel decennio Settanta dello scorso secolo.
Dopo il primo volume sulle «narrazioni» e il secondo sulle «teorie» questo terzo si concentra sui rapporti che gli autonomi hanno intrecciato con le culture: la tecnologia, l’editoria, la letteratura, il cinema, la fotografia, i fumetti, la musica, il marketing e la pubblicità…
Il dvd allegato contiene centinaia di documenti d’archivio: schede e copertine di libri, riviste, giornali, opuscoli, saggi storici. Inoltre: decine di fumetti, vignette, scritte e slogan, manifesti, canzoni. Centinaia di fotografie.
Abbiamo provato a raccogliere quanto più possibile i materiali di quegli anni e la ricchezza di quelle storie e di quelle teorie, di quelle vite. Di sicuro, tanto altro è rimasto fuori, tanto altro c’è ancora da dire, da interpretare. Ma noi non volevamo essere esaustivi e dire l’ultima parola, quanto piuttosto «rendere l’onore» all’autonomia operaia, dar conto della sua intelligenza, della sua creatività, della sua fantasia, della sua forza. Rendere l’onore alle migliaia di compagni incarcerati, alle centinaia di esiliati. A quelli che non ci sono più, che ci teniamo stretti.
Interventi di: Archivio Primo Moroni, Nanni Balestrini, Franco Berardi (Bifo), Cesare Bermani, Sergio Bianchi, Lanfranco Caminiti, Lucio Castellano, Stefano Chiodi, Andrea Colombo, Andrea Cortellessa, Tano D’Amico, Renato Donati, Umberto Eco, Ida Faré, Chicco Funaro, Augusto Illuminati, Maurizio Lazzarato, Annamaria Licciardello, Pino Maio, Michele Mordente, Primo Moroni, Vincenzo Miliucci, Toni Negri, Franco Piperno, redazione di Radio Onda Rossa (Roma), Roberto Silvestri, Filippo Scòzzari, Stefano Tamburini, Mauro Trotta, Paolo Virno, Dario Zonta.

Un Assaggio

«È la crisi – la crisi di un «mondo», quello del progresso illimitato, della produzione senza fine, dei consumi sempre in crescita, di una curva ragionevole della storia – il paradigma culturale di quel decennio, la vera frattura epistemologica che attraversa la ricerca scientifica, la comunicazione, la vita quotidiana e le relazioni sociali, la politica. E se qualche attinenza può trovarsi con l’adesso, è tutta qui. Di fronte alle trasformazioni della produzione, di fronte alla «crisi», si scontrarono così due visioni, due culture.
L’una, quella dei comunisti italiani, di programmazione, statalismo, riduzione dei consumi. Di «austerità». L’altra, quella dell’autonomia operaia, di moltiplicazione dei bisogni, di crescita dei salari e dei redditi, di allargamento della produzione, di rifiuto del lavoro e «ozio», di intensificazione dello scontro. Di «inflazione». I comunisti sono per assorbire la crisi, per muoversi in nome delle compatibilità, un tutto compatto con il «compromesso storico»: è questa la loro cultura.
L’autonomia operaia, tutto al contrario, della crisi legge il tratto politico, di «dominio», e vuole rovesciarla. Un mondo nuovo può apparire, sta già apparendo, il mondo vecchio resiste e lo comprime. È questa la nostra cultura. E se qualche attinenza può trovarsi con l’adesso, è tutta qui. Senza senso di colpa gli autonomi sabotavano le fabbriche e il comando di produzione; spaccavano le vetrine e rubavano i capi di abbigliamento; irrompevano nei supermercati e riempivano i carrelli di salmone e foie gras, di champagne e whisky; occupavano case e quartieri e piazze, non pagavano le bollette; interrompevano le lezioni dei baroni rossi e li irridevano. Senza senso di colpa si scrollavano di dosso la cultura della crisi. Ciucciatevela voi, la crisi, noi abbiamo un mondo da prenderci. Col passamontagna. Alla bisogna, con la P38. Sì. Eravamo rozzi? Noi eravamo rozzi? E dov’era l’esprit de finesse, nelle autoblindo a scorrazzare nelle piazze, nei carabinieri che sparavano a altezza d’uomo, nei deliri complottardi, nelle volgarità dei comunisti?
Questo è lo scontro cruciale di quegli anni, di quel decennio, uno scontro tutto a sinistra. La battaglia culturale è tutta «politica». La battaglia culturale è tutta «violenza». Ma è nella migliore tradizione di questo paese: è quando la battaglia culturale si è fatta politica, spazio pubblico, movimenti sociali, che l’Italia si è ritrovata, come lingua, come territorio, come «nazione». Non leggere ancora quella battaglia politica come scontro culturale, e come scontro cruciale per quello che è venuto, è la perpetuazione di una indolente ignoranza».

Dall’Introduzione di Lanfranco Caminiti e Sergio Bianchi