L’operaismo degli anni Sessanta

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Da «Quaderni rossi» a classe operaia

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La ricostruzione della storia dell’operaismo negli anni Sessanta: la vicenda intellettuale e politica che ha preso forma all’interno della rivista «Quaderni rossi» per poi sfociare in «classe operaia».
Un saggio introduttivo di Mario Tronti presenta un meditato consuntivo di quell’esperienza, inserendola nel contesto storico del «secolo operaio».
Un’antologia di centinaia di documenti, per lo più inediti, distribuiti tra la primavera del 1959 e quella del 1968, accuratamente annotati e collegati uno all’altro.
Tredici testimonianze di protagonisti: Aris Accornero, Romano Alquati, Alberto Asor Rosa, Lapo Berti, Sergio Bologna, Massimo Cacciari, Rita Di Leo, Mauro Gobbini, Claudio Greppi, Toni Negri, Massimo Paci, Vittorio Rieser, Mario Tronti.
Un repertorio di immagini, una cronologia e un’ampia bibliografia.
In allegato su CD la collezione completa della rivista «classe operaia».

Un Assaggio

Dal saggio introduttivo
di Mario Tronti

Lo «stile» operaista
L’operaismo italiano degli anni Sessanta comincia con la nascita di «Quaderni rossi» e finisce con la morte di «classe operaia». Punto. Questa è la tesi. Poi – si le grain ne meurt – si riproduce in altri modi, si reincarna, si trasforma, si corrompe e… si perde.
Distinguere tra operaismo e post-operaismo è l’operazione di distinzione intellettuale che si propone qui. Questo libro prende motivata origine da questa esigenza. Poi, la cara dolce umana dolcezza del ricordare, ha fatto il resto. Che questo resto sia ben riuscito, sia di buon gusto, sia opportuno adesso, sia utile oggi, sia produttivo di qualcos’altro, a chi legge spetta la risposta. La raccomandazione è quella, trasfigurata, di Brecht: voi, amabili pluralisti, innamorati dell’«altro», pensate con indulgenza agli odiosi tempi dicotomici a cui siete scampati.
Questa è la «mia» verità. Non pretendo che sia la verità della «cosa stessa». Altri ne avranno, riferita a sé, un’altra, diversa. Questo testo va letto contestualmente alle «Testimonianze» dei protagonisti, che integrano, correggono, criticano pezzi non secondari della mia lettura. L’operaismo, come esperienza collettiva di uomini e donne in carne e ossa, risulterà alla fine, esistenzialmente, più complicata di quanto appaia nel racconto concettuale che qui segue. Vorrei avvertire che questa lettura non avviene col senno di poi. È quello che io pensavo allora, e che oggi vedo solo più chiaro. Le testimonianze, e i ricordi, danno l’idea poi di come ognuno metteva se stesso dentro un’esperienza comune e di come ognuno rivede ora se stesso e gli altri nel giudizio e nella memoria, anzi potremmo dire, in una memoria giudiziosa. Siamo andati tutti molto lontano da lì, ma in tutti è rimasto un segno intellettuale, un tratto umano, la parola giusta è, «uno stile», consegnatici da una scuola di eccellenza, la fabbrica moderna, con in cattedra la figura operaia. Perché riparlarne oggi? A che serve? A chi interessa? La passione cinica, o il cinismo appassionato, del nostro modo di pensare, ci dice che non serve a niente e non interessa a nessuno: tranne forse a qualche non rassegnato reduce, ferito, della guerra di classe e a qualche giovane mente che eroicamente sopravvive, senza quasi più acqua da bere, nel deserto della pace sociale. E tuttavia: le cose che sono state dette, e che si dicono, sul tema, non sono sufficienti, a volte sono indisponenti, a capire. E capire qui, permette di sapere molte cose, su quel passaggio di storia e sul suo seguito. Anni Sessanta. Il limite Italia per guardare il mondo. Ma anche la sua opportunità. E dunque: il Novecento, nostro «pensiero vissuto». Un nodo di problemi, non sciolto e da sciogliere.
Ripeto: non si vuol dare un’interpretazione canonica della vicenda. Questa è solo una delle letture possibili. Parziale quanto basta per tenere fede a quella buona vecchia idea di partigianeria della ricerca, a quella indigesta e produttiva pratica teorica del «punto di vista» – ci vuole parzialità per cogliere la totalità – che ci ha formato, e poi ci ha accompagnato, e ancora adesso ci conforta a pensare nell’orizzonte di quel weberiano «malgrado tutto, continuiamo!». E dico noi, perché credo di potere parlare in nome di un’esperienza di pensiero – è la definizione corretta, esperienza di pensiero – di un cenacolo di persone, alcune almeno qui raccolte, cementate tra loro indissolubilmente da un vincolo peculiare di amicizia politica.
Sul mistero di fedeltà implicato dall’esercizio pratico-teorico dell’amicizia politica bisognerebbe tornare con un discorso a parte. Qui i vari classici De amicitia non aiutano. Riguardano il solo foro interno. E invece qui l’interesse della cosa sta nel rapporto, stretto, tra vita interiore e agire pubblico. Potremmo ancor oggi tranquillamente ripeterci l’un l’altro le parole che Tocqueville scriveva all’amico Louis de Kergorlay, in una lettera del 9 settembre 1853, dopo trent’anni di scambi epistolari: «Sei sempre stato e rimani l’uomo che più ha avuto l’arte di comprendere il mio pensiero allo stato nascente. […] Il contatto del tuo spirito feconda il mio. Le nostre intelligenze si intrecciano, non so come; e quando perseguiamo un’idea comune arrivano a marciare meravigliosamente con lo stesso passo» (vedi, non a caso, in U. Coldagelli, Vita di Tocqueville (1805-1859), La democrazia tra storia e politica, Donzelli, Roma 2005, p. 11). Non è tutto. Nel nostro caso, la religione antica dell’amicizia lascia il posto alla politica moderna dell’amicizia/inimicizia. L’amico/nemico non è, come banalmente si pensa, una teoria del nemico. È, appunto, una teoria, e una pratica, dell’amico e del nemico. Siamo diventati, e siamo rimasti, anche sentimentalmente, amici per il fatto che abbiamo trovato e ritrovato, politicamente, di fronte a noi un comune nemico. Questa idea è da specificare. Perché proprio su quell’originario approccio operaista si è fondata, e poi costruita, e quindi conservata e arricchita, un’amicizia di questo tipo? Per la forza di riferimento del concetto politico di classe operaia? Per il rigore etico dell’impegno che quel riferimento produceva? Per la totalità di ben distribuite esperienze di lavoro culturale, che miracolosamente si trovarono lì raccolte? Probabilmente per ognuna di queste cose. Ma la mia risposta complessiva è un’altra: tanto difficile da far capire, quanto facile è stato, tutto sommato, viverla. Il cemento di quell’amicizia politica è una ben specifica e determinata e consaputa inimicizia sociale. L’aver individuato, subito, più che un riferimento, un contrasto. Non uno «stare con», ma un «essere contro». Non una «scelta per», ma una «lotta a». Questo ha avuto delle conseguenze spontaneamente obbliganti, per «noi», sulle decisioni intellettuali di quel periodo e sugli orizzonti che ne sono seguiti. Di ciò bisogna forse soprattutto parlare. E questo forse serve, forse questo interessa.
Cercherò, ma non so se mi riesce, facendo forza di contrasto su me stesso, di dirlo in forma piana, diretta, senza la mediazione della parola letteraria, resistendo alla tentazione della metafora lancinante, senza quel gusto dell’accenno, che chiede, non di essere compreso, ma di essere intuito. Eppure, c’è da dire una cosa. È sul terreno della scoperta intellettuale della classe operaia che è nata una forma di scrittura. Anche qui, c’è da chiedersi il perché. Resta, è vero, l’evento misterioso di un modo di dire, e di dirsi, che a un certo punto c’è, e non sai da dove viene, come è nato, quando e, di nuovo, perché così invece che altrimenti. Ho sempre pensato, un po’ fatalisticamente, che un passaggio di storia si sceglie la sua propria rappresentazione simbolica. Il partigiano semianalfabeta, davanti al plotone di esecuzione nazista, scriveva nelle Lettere dei condannati a morte della Resistenza, un’opera di alta letteratura. E i ragazzi che al mattino presto andavano davanti ai cancelli di Mirafiori, la sera a casa leggevano L’anima e le forme del giovane Lukàcs. La grande storia parla una lingua, la piccola cronaca un’altra. Nel nostro tempo stupido, quest’ultima dimensione, quella cronachistica, celebra i suoi fasti solenni, nella universale sciatteria volgare del linguaggio politico. Allora, anni Sessanta, i suoi inizi con il suo lascito, ci parve di scorgere un ritorno di eventi e di soggetti di alto livello. Probabilmente ci sbagliavamo. Ho parlato altrove di «illusione ottica». Ma quella sensazione di altezza del conflitto fu quanto bastò per innescare in noi quella passione per il nietzscheano «grande stile», che ci ha accompagnato poi, nel bene e nel male, in un lavoro di ricerca, tanto aperto quanto inquieto. La scelta è stata da allora quella di parlare in modo alto a nome di quelli che stanno in basso. Perché questi, e solo questi, meritano il «grande stile». Non è vero, non si dava al conflitto operaio un valore salvif
ico, come qualcuno, sbagliando, ha voluto vedere: per cui la forma ispirata sembrava la più adatta. Si vedeva nell’iniziativa di «lotta + organizzazione» degli operai il modo, il percorso, lo strumento più efficaci per battere l’avversario capitalistico, per costringerlo a uno sviluppo oltre se stesso. Il pensiero forte domanda una scrittura forte. Di qui traeva origine quello stile di espressione conflittuale: scandito, scolpito, battente, incessante, aggressivo e lucido. Così ci sembrava di cogliere il ritmo di battaglia degli «operai in lotta», in fabbrica, contro il padrone diretto. Non abbiamo più saputo scrivere altrimenti.
C’è di più. C’è una cosa più importante. L’esperienza operaista ha segnato un modo di pensare politico. Solo chi l’ha attraversata ha potuto poi assumere questa forma politica del pensare. Racconterò tra poco il travaglio intellettuale e i Lehrjahre, gli anni di formazione, e di apprendistato, di un pezzo, limitato ma significativo, di generazione. Qui voglio dire come imparammo, una volta per tutte, a quella scuola, la scuola della classe operaia, a essere, fuori della norma, uomini di cultura di tipo nuovo. Il perenne stato d’eccezione intellettuale, in cui poi, per scelta, ci è piaciuto vivere, parte di lì. Voglio fare l’elogio di quella figura, oggi maledetta, dell’intellettuale organico, di partito. Solo chi non è stato capace di esserlo, o chi lo ha vissuto in modo subalterno, per animo opportunista, o per povertà mentale, può adesso mostrare un pentito disprezzo. Una figura nobile, a suo modo tragica, nell’esercizio di una libertà dentro una comunità, tra pesanti vincoli autoimposti e riconosciuti bisogni portati dall’esterno. Sapere che il tuo lavoro intellettuale, lo specialismo della tua ricerca, la verità che cerchi nell’analisi e nella riflessione, non serve a te, ma deve servire a quello strumento collettivo che rappresenta una parte della società: è disprezzabile questo? È più nobile scrivere un libro pensando alla probabile composizione di una prossima commissione di concorso? Eppure fummo noi, da tutt’altro punto di vista, i primi critici innovativi di quella organicità dell’intellettuale al partito. Perché il vero tipo nuovo, per noi – scoperta lancinante del periodo – era in realtà l’intellettuale organico di classe, in rapporto critico, quando necessario, con il partito.

L’operaismo degli anni Sessanta
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