Avete pagato caro. Non avete pagato tutto

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La rivista Rosso (1973-1979)

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Nel corso degli anni Settanta, «Rosso» è stata la più sperimentale, innovativa e insieme autorevole rivista dell’Autonomia operaia. La sua fortuna editoriale e forza di condizionamento presso considerevoli aree di militanti risiedeva in una sofisticata alchimia comunicativa. Un mix linguistico che sapeva fondere narrazioni in presa diretta delle lotte con saggi di grande rigore analitico; storie a fumetti con titolazioni fulminanti; riferimenti cinematografici con satire impietose.
Fu «Rosso» a promuovere la scoperta del nuovo continente politico, umano, sociale, produttivo che si estendeva oltre i confini del Movimento operaio ufficiale e delle sue organizzazioni storiche: la società postmoderna, la produzione postfordista, l’intellettualità di massa, il lavoro cognitivo. Fu «Rosso» ad annunciare la genesi di un nuovo soggetto produttivo, quell’ «operaio sociale» protagonista dello scontro del 1977 che generò prima scandalo e reprimende, poi repressione e scontro violento.

In appendice testi di Chicco Funaro e Paolo Pozzi

In allegato al libro il DVD con la raccolta completa della rivista consultabile in formato PDF

Un Assaggio

Via Disciplini è una strettoia ai margini del Ticinese. Viuzza buia e angusta, piantata tra largo Carrobbio e corso Italia. Sputata, in principio, sul bordo d’una leggenda ottocentesca – enfia di «cialtroni, aborrenti il lavoro, e industriantisi a camparsela di contrabbando, di rapina e di scrocco» – che di nuovo comincia recitando: C’era una volta, a Milano…
«C’erano le puttane, i contrabbandieri, i ladri. Ora arrivavano i sovversivi», racconta Primo Moroni, il bardo della libreria Calusca, nell’imbastire un brano di memoria del territorio liberato. Scippato alla città del gran Teatro. Sottratto – per un istante ancora – alla metropoli della vita amara, magra, agra.
Iniziano i Settanta, Mille e Novecento, quando – nell’antica contrada di misfatti, misteri e gherminelle – giunge l’arrembante torma di diversi agitatori sediziosi rossi. Il quartiere, vertiginoso «moltiplicatore della diversità», è destinato a registrare – continua Moroni – «la più alta concentrazione di sedi politiche d’Europa». Primato di cui solo lo spirito del luogo rende conto. Anima spessa d’una liaison urbana che raccordava – e ricordava – il passato al presente, la periferia al centro. Via Disciplini 2. È dietro un portone in legno che tre decenni or sono si componevano le colonne della più dissacrante e audace rivista dell’estrema eresia di un’eresia. Autonomia operaia. Bestemmia imperdonabile per quei chierici ortodossi – custodi della fede folgorati su una strada per Santiago – che andavano predicando austerità, sacrifici e compromessi. Azzardo ed errore per chi, già dal 1967, reclamava un diverso ruolo del «politico», puntando alla «divisione» tra capitale e Stato, e all’identificazione della classe operaia con il potere a mezzo del Partito comunista italiano. Errore e azzardo anche per quelli che, sul volgere di Potere operaio, guarderanno con diffidenza – in nome della continuità d’organizzazione e di un’opzione centralistico-insurrezionalistica – alla scommessa sugli organismi operai autonomi. Più tardi, alla fine di tutto, il 7 aprile ’79, associazione sovversiva, banda armata, insurrezione contro i poteri dello Stato, per il procuratore della Repubblica, dottor Pietro Calogero.
La testata dice «Rosso». Cinque lettere che sembrano di vernice fresca.
«Rosso» dell’«estraneità operaia», delle lotte in fabbrica e poi della produzione che si rovescia sul territorio. «Rosso» delle occupazioni, delle autoriduzioni, dell’illegalità di massa. «Rosso» del «perché a Lenin non piaceva Frank Zappa». «Rosso» di Pat Garrett e Billy Kid. «Rosso» delle pellicole crepuscolari di Sam Peckinpah, nell’aurora del proletariato giovanile. «Rosso» della fabbrica diffusa e dell’operaio sociale. «Rosso» che sulle gradinate dello stadio Meazza, Milano, San Siro, intravede «guerriglieri» e non più «foche ammaestrate». «Rosso» di nuvole e chine, caustiche come vetriolo. «Rosso» delle foto in bianco e nero di Aldo Bonasia: niente distanza di sicurezza, prego, e sempre a un metro dal cordone più duro del corteo. «Rosso» del «Riceviamo e pubblichiamo». «Rosso» dell’Avete pagato caro. E anche del Non avete pagato tutto. Secondo Lea Melandri, «“Rosso» giornale dentro la confusione». «Rosso» contro la metropoli, alla ricerca d’un altro Che fare? «Rosso» dimenticato, seppellito da quintali d’incartamenti giudiziari, cancellato da anni di galera e decenni d’esilio.
«Rosso» ritrovato…

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