Spinoza
Toni Negri
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ISBN88-88738-86-X
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Pagine400
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Anno2006
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Collana
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Tema
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Tags
La raccolta completa degli studi decennali di Negri sulla figura e il pensiero del filosofo seicentesco olandese Baruch Spinoza. La riedizione, cioè, de L’anomalia selvaggia, pubblicato da Feltrinelli nel 1981, rimasto nel suo catalogo praticamente fino a oggi, anche se non più disponibile da tempo; di Spinoza sovversivo, edito nel 1992 da Cappelli; più altri scritti inediti; una nuova postfazione e le introduzioni, inedite in Italia, di tre illustri studiosi spinoziani: Gilles Deleuze, Pierre Macherey e Alexandre Matheron.
Un libro che raccoglie testi filosofici stimati a livello internazionale. Un libro attualissimo perché riferito alle principali problematiche che sono alla base della crisi del mondo occidentale: il rapporto etica-politica, il fondamento costitutivo della democrazia e delle libertà, la funzione che in esse svolge l’antagonismo tra potenza costitutiva della moltitudine, il composto sociale di soggetti che non si riconoscono più nelle appartenenze di classe e il potere costituito, le istituzioni e la loro massima rappresentazione: lo Stato.
Un Assaggio
Quando mi trovai, nella seconda metà degli anni Settanta, a leggere le opere fondatrici della reinterpretazione di Spinoza (e a svilupparne le ipotesi soprattutto sul livello politico), credevo sinceramente di far opera di storico della filosofia. Per questo pensavo che l’anomalia spinozista potesse apprenderci soprattutto a scavare una rottura fra le filosofie del potere e quelle della sovversione nei secoli dell’evo moderno. Per questo, attorno a Spinoza, vedevo condensarsi una tradizione “altra” nel pensiero filosofico, fra Machiavelli e Marx, contro la linea sovrana Hobbes-Rousseau-Hegel. Tutto questo era e resta corretto: quest’ipotesi di lavoro è stata corroborata da alcuni altri studi negli anni successivi. Ma quello che non avevo allora pensato era quanto questa nuova lettura di Spinoza che andavano facendo, sarebbe stata utile e importante per contrapporre, nell’epoca presente, un’ontologia positiva (dell’esperienza e dell’esistenza), una filosofia Voglio dire che, inforcando gli occhiali di questo nuovo Spinoza, si poteva da subito erigere un argine contro le documentazioni dell’esistente e le inferenze ontologiche che contraddistinguono le filosofie della Postmodernità.
Filosofie superficiali, che fanno del mondo la scena di forme danzanti con umbratile leggerezza. La deontologizzazione postmoderna della superficie tenta di svuotare d’ogni consistenza e d’ogni intensità il campo dell’esperienza. Queste filosofie ci introducono a una realtà tanto spettrale quanto insensata, tanto spettacolare quanto vuota. Ecco dunque una percezione della superficie che scimmiotta la critica spinoziana della trascendenza, la rude affermazione di assolutezza dell’orizzonte dell’esperienza, cercando di togliere all’immanenza ogni durezza.
Ovvero filosofie che, accettando la radicale critica spinoziana della teleologia, e dichiarando quindi la fine di ogni ideologia, scambiano questa critica con il rifiuto di ogni verità che la prassi umana costituisce e negano al comune di costruirsi pragmaticamente come tale. La cosiddetta “fine della storia” si insedia qui padrona.
Ovvero filosofie pragmatiche che accettano la spinoziana critica dell’assolutismo trascendentale dell’autorità, ma ne reintroducono surrettiziamente una immagine tanto svalorizzata quanto feroce (nella sua indistinzione): poiché – esse argomentano – non è possibile concedere efficacia costitutiva alla prassi della moltitudine, né al desiderio un’effettività comune di liberazione. Donde una sorta di scettico “libertinage” nella valutazione delle forma politiche nelle quali si configurano i movimenti della moltitudine e un’ironica concezione della democrazia (“che è pur meglio della filosofia”).





