Gli operaisti

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In Italia, alla fine degli anni Cinquanta, un ristretto gruppo di intellettuali e militanti politici di base inaugura, con la rivista «Quaderni rossi», un percorso di pensiero critico nei confronti dell’ortodossia marxista, che segnerà in modo indelebile i destini dei movimenti sociali dei decenni successivi. Gli operaisti sono passati alla storia come gli autentici innovatori della politica come azione rivoluzionaria. I loro detrattori li hanno invece bollati come i «cattivi maestri», ispiratori di teorie e pratiche estremistiche, parti delle quali sarebbero sfociate nel terrorismo di fine anni Settanta.
Delle tesi operaiste si sono cibate le lotte studentesche del ’68 e quelle operaie dell’«autunno caldo» del ’69. Da esse hanno avuto origine i gruppi extraparlamentari più significativi come Potere Operaio e Lotta Continua, nuove forme di organizzazione sindacale, l’esperienza dell’Autonomia operaia, riviste, giornali, case editrici. Il pensiero operaista ha conosciuto, al proprio interno, rotture, salti, discontinuità, ma ciò che l’ha sempre caratterizzato è il dimostrato metodo di analisi delle trasformazioni sociali. Quel pensiero e quel metodo esistono ancora oggi. Ne è prova l’influenza che è riuscito a esercitare sui movimenti internazionali nati nel 1999 a Seattle
In questo libro «gli operaisti» si raccontano in prima persona, nella forma di autobiografie che compongono uno viaggio straordinario in quei pensieri e in quelle azioni che furono ricerca di relazioni sociali più libere e democratiche.

Interviste con: Romano Alquati, Alberto Asor Rosa, Nanni Balestrini, Bianca Beccalli, Franco Berardi (Bifo), Lapo Berti, Bruno Cartosio, Giairo Daghini, Mariarosa Dalla Costa, Mario Dalmaviva, Alisa Del Re, Rita Di Leo, Ferruccio Gambino, Romolo Gobbi, Mauro Gobbini, Claudio Greppi, Enrico Livraghi, Alberto Magnaghi, Christian Marazzi, Toni Negri, Franco Piperno, Vittorio Rieser, Emilio Soave, Mario Tronti, Paolo Virno, Lauso Zagato.

Un Assaggio

Chi sfogliasse distrattamente le pagine di questo libro potrebbe essere colto da vari dubbi. Uno innanzitutto. Il termine operaismo apre oggi le porte dell’immaginario a riferimenti profondamente diversi: un filone teorico e politico, incarnato in percorsi e soggetti molteplici, interni ai movimenti degli anni Sessanta e Settanta (una parte dei quali si racconta in questo volume); ma anche pervicaci rievocazioni della trascorsa centralità del conflitto di fabbrica, sorretto da tute blu e padroni, lavoro e capitale, il sacrificio del presente in nome del futuro socialista. Fin dalla sua radice etimologica, in ogni caso, tale termine parrebbe irrimediabilmente legato al soggetto portante lo scontro dicotomico del Novecento, la classe operaia. Dunque, cambiati paradigmi produttivi e figure del lavoro vivo, dentro il processo sintetizzato dall’analisi – al contempo felice e semplificatoria – del passaggio dal fordismo al postfordismo, volgere lo sguardo alle esperienze dell’operaismo italiano può essere considerato un impegno esclusivamente storiografico. Da un certo punto di vista è indubbiamente così, perché irriproponibili sono quei percorsi e i contesti in cui si sono sviluppate, mentre è definitivamente declinata la centralità politica operaia su cui erano imperniate. Dunque, l’esperienza dell’operaismo italiano e della costellazione di percorsi politici che l’hanno animata è finita: questo è il punto di partenza. Al di fuori di questa consapevole assunzione, restano le ossificazioni identitarie e il «carnevale delle soggettività», che hanno spesso accompagnato il «lungo inverno» degli anni Ottanta e Novanta, nella difficoltà delle realtà di movimento di liberarsi dal fardello del passato per guardare avanti. Seppellire ciò che è morto è l’unica possibilità per guadagnarsi un’eredità politica, contro il sempre incipiente rischio di autoriprodursi dopo che sono cambiate le basi materiali, la composizione sociale e i soggetti che hanno reso produttivo il percorso. Del resto, le esperienze operaiste hanno sempre avuto un atteggiamento cinico e disincantato nel rapporto con le continuità storiche. Da subito ruppero le relazioni ideali e politiche con le retoriche resistenziali. Al contempo, furono alquanto restie a sopravvivere a se stesse: come fa notare Greppi, l’ultimo numero di «Classe operaia» esce esplicitando la fine dell’esperienza, così come farà il numero speciale del novembre ’73 di «Potere operaio», dopo la rottura sancita nel convegno di Rosolina – la copertina è significativamente spaccata da una linea e accompagnata dal titolo «Ricominciare da capo non significa tornare indietro». In entrambi i casi, veniva tematizzato il problema di riversare nel movimento reale il bagaglio teorico e politico di un’esperienza, al di fuori della continuità organizzativa e di gruppo. Alla luce di ciò, la rilettura dei percorsi dell’operaismo italiano può essere utile non solo in chiave di ricostruzione storiografica, ma anche per aggredire teoricamente e praticamente concetti e nodi politici che, pur mutando parallelamente ai cambiamenti di paradigma, tuttavia non perdono di attualità, ne acquistano anzi di nuova. Questo può permettere di appropriarsi di una cassetta degli attrezzi unica, formata nel vivo di un periodo eccezionale dello scontro sociale e di classe, in grado di rompere con la tradizione del movimento operaio ufficiale e con i marxismi dopo Marx. L’operaismo è stato anche un modo completamente nuovo e stravolgente di guardare ai processi, un metodo si potrebbe dire senza nulla concedere all’enfasi. Si pensi a Empire di Toni Negri e Michael Hardt, alla ricezione e alla capacità avuta di aprire innovativi spazi di dibattito a livello mondiale. Dopo un decennio dominato dalla claustrofobica etichetta del «pensiero unico», che occultava la soggettività e la carne viva dei processi, per rimpiangere i (finalmente) esausti confini nazionali come perimetro dell’azione politica, Negri e Hardt hanno saputo leggere l’ambivalenza della globalizzazione: certo non negandone la faccia capitalistica, ma al contempo evidenziandone la radice soggettiva situata nei conflitti operai e proletari degli anni Sessanta e Settanta, nei movimenti delle donne, nelle lotte anticoloniali, nelle migrazioni di uomini e donne che quotidianamente eccedono confini e frontiere… Benché sia indubbiamente stato anche italiano, l’operaismo di cui stiamo parlando ha avuto la capacità di immaginare una spazialità politica oltre lo Stato-nazione e i perimetri della grande fabbrica. Fu quindi davvero, come sostiene Marazzi, un «operaismo internazionalista», capace di investire con la sua critica radicale l’intero modello produttivo, sociale e culturale fordista..
Infine, dicevamo prima che un libro come questo può essere usato al di là della ricostruzione storiografica. Sia chiaro, tuttavia, che non riteniamo quest’ultima né inutile né meno precipua di possibili riflessioni sull’attualità. Gli anni Sessanta e Settanta vengono descritti dalle retoriche di destra come l’orgia delle ideologie, gli anni bui del terrorismo e del piombo. Così ne La generazione degli anni perduti Aldo Grandi – dietro la mistificazione dell’oggettiva ricostruzione storica, che serve a legittimare come univoca la lettura data dall’autore – traccia un deterministico filo di continuità che va dal Tronti di Operai e capitale, passa per Potere operaio e arriva alle Brigate rosse e alla lotta armata clandestina. Oppure, da sinistra, quegli anni vengono raccontati in chiave vittimizzante: si pensi al diffuso stereotipo del povero immigrato con le «valigie di cartone», deprivato di tutto, in primis della propria soggettività e capacità di ribellione e desiderio. O ancora, la condanna della violenza – occultata dalla dietrologia degli «opposti estremismi» e del «cui prodest» – è servita per edulcorare i movimenti reali delle caratteristiche loro proprie, fatte di gioia e ruvidezza, di cooperazione e uso della forza, di grandiose ricchezze e tragici errori. La (mitica) «meglio gioventù» tratteggiata nell’omonimo film di Marco Tullio Giordana è fatta di giovani beneducati, coscienziosi e ingenui, che vanno a spalare il fango dalla Firenze alluvionata e rifiutano ogni forma di violenza, per poi comporre la società civile degli anni Ottanta e Novanta: dal magistrato allo psichiatra democratico, dall’imprenditore di se stesso al buon padre di famiglia, nella condanna (e immancabile redenzione finale) di chiunque tenti di sfuggire al modello della vita piccolo-borghese di sinistra, nella riscoperta delle piccole gioie del privato. La generazione che qui prende parola non è né ingenua né innocente, analizza ricchezze e limiti dei propri percorsi, non è né apologetica né pentita…