Il nome del barbone

Vite di strada e povertà estreme in Italia

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Immaginate di trovarvi in strada senza sapere dove andare, perché non avete né una casa, né un amico, né un parente, nessuno che vi accolga. Come siete finiti nella condizione di non-ritorno poco importa, certo è che dalla strada non potete andarvene.
La strada diviene così un campo di concentramento senza reticolato. Un lager senza kapò, una prigione senza sbarre, ma senza via di scampo
Dietro l’ideologia del vagabondaggio, del barbone-ribelle, del clochard-poeta, si cela un mondo di miseria e solitudine che oggi si manifesta in tutto il suo potente degrado: 150.000 persone senza fissa dimora solo in Italia. Il cosiddetto «barbone» non è che la punta di un iceberg, il personaggio più noto per indicare chi vive per strada. I barboni esistono eccome, ma sono una piccolissima parte dei numerosi senza fissa dimora
Il testo è il risultato di una ricerca sul campo condotta su questo «popolo». L’autore ha passato quasi un anno tra i senza fissa dimora, raccogliendo le loro storie di vita, guardando alle loro capacità di adattamento, seguendo i loro itinerari urbani. Ha vissuto con loro notte e giorno, con la pioggia, il gelo o il sole, li ha osservati recarsi nei «luoghi del sonno» (sotto i cavalcavia e nelle baraccopoli) e nei «luoghi del lavoro» (agli incroci stradali e di fronte ai grandi magazzini) dove si chiede l’elemosina. Di alcuni è diventato amico. Molti sono morti. Chi per Aids, chi per overdose, chi per freddo, sotto gli sguardi indifferenti dei passanti o in anonimi ospedali cittadini.

Un Assaggio

«La gente si occupa dei barboni solo a Natale o durante l’emergenza freddo. Io non sono indignato per quei pochi che ogni anno muoiono per la strada, sono indignato per i molti che quotidianamente sono costretti a viverci», diceva Marco pochi giorni prima di morire, senza tetto né assistenza, a 42 anni, dopo averne passati dieci sulla strada
Per comprendere che cosa significa essere senza fissa dimora occorre un grande sforzo d’immaginazione. Pensate di trovarvi per la strada senza sapere dove andare perché non avete più un posto dove andare: né una casa, né un amico, né un parente, niente. Il modo in cui siete finiti nella condizione di non-ritorno poco importa, certo è che dalla strada non potete andarvene. La strada è il massimo dello spazio a disposizione associata alla minima libertà di usarlo. Sulla strada i limiti dell’utopia della libertà assoluta emergono violentemente. La strada è un campo di concentramento senza reticolato, un lager senza kapò, una prigione senza sbarre. Ma senza via di scampo
Ho passato quasi un anno tra le persone senza fissa dimora. Ho vissuto con loro notte e giorno con la pioggia, il gelo o il sole bollente. Di alcuni sono diventato amico. Molti di questi adesso sono morti. Chi per Aids, chi per overdose, chi per cause sconosciute. Qualcuno ha fatto notizia, altri sono morti nel silenzio delle cronache brevi cittadine, soli in un ospedale. Questo libro nasce da una ricerca sul campo condotta nell’arco di dodici mesi nell’area metropolitana romana, raccogliendo storie di vita tramite supporti video e audio magnetici e attraverso questionari strutturati per rilevare i dati biografici (età, sesso, distanza dalle reti primarie), le modalità di adattamento, gli itinerari urbani che i senza fissa dimora seguono per recarsi al luogo del sonno, oppure del lavoro, dove si chiede l’elemosina o, come si dice in gergo, la colletta. Per ogni soggetto l’intervista è stata articolata in tre sedute, accettando, per il primo colloquio, il flusso libero di pensieri dell’intervistato, per poi passare, nei colloqui successivi, alle esperienze di vita quotidiana e al racconto biografico, seguendo un percorso narrativo con domande strutturate
Questo però non è solo un testo monografico. È anche la mia personale esperienza in strada tra chi la strada la subisce. È un libro nel libro dove a capitoli dedicati alla ricerca e all’analisi antropologica, si alternano capitoli relativi alle storie di vita. In questi ultimi, la trascrizione delle interviste è inserita nel racconto dell’esperienza sul campo e, soprattutto della mia esperienza umana. Il libro si apre, dopo l’introduzione, con il primo capitolo di Storie dedicato all’incontro con il personaggio più importante, Marco, a cui esso è intimamente dedicato. Al primo fa da contraltare il capitolo successivo nel quale sono descritte la ricerca e la metodologia utilizzate. Segue un secondo capitolo di Storie in cui si incontra un altro personaggio, al quale si alterna un capitolo sulle strategie di adattamento alla strada. Così di seguito. Marco è il filo conduttore, il mio Virgilio, come diceva lui, l’informatore come dicono gli antropologi e gli etnografi. Naturalmente ognuno può leggere un libro come vuole, qui è possibile leggere solo le storie tralasciando il resto
In questo scritto saranno citati molti nomi. Fatta eccezione per il caso di Marco, che prima di morire ha richiesto esplicitamente che il racconto della sua esistenza (e della morte che sentiva imminente) fosse utilizzato come testimonianza del dramma della vita di strada, per tutte le altre persone qui citate è stato utilizzato uno pseudonimo o il soprannome per tutelare, anche se può sembrare paradossale, una privacy violata di continuo, in un mondo sotto gli occhi di tutti, ma che sappiamo guardare solo distrattamente. Del resto, è ovvio che il nostro sguardo rimuova, subito dopo averla vista, una persona senza fissa dimora: è inconcepibile fermarsi a pensare che un essere umano viva senza una casa, senza un tetto, senza una doccia, sotto zero in inverno e con l’asfalto che, in estate, prende la forma delle suole delle scarpe o dei piedi nudi di un «barbone».

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