Futuro anteriore

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Dai «Quaderni rossi» ai movimenti globali: ricchezze e limiti dell'operaismo italiano

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Che cos’è l’operaismo? Quando e come è nato quello straordinario laboratorio politico specificamente italiano che ha contribuito a rinnovare il lessico e le categorie dell’analisi politica e ha tracciato un’altra strada rispetto al marxismo classico? Chi sono i suoi esponenti e quali sono le loro divergenze?
Possiamo parlare di una vera e propria “tradizione del pensiero critico” che, con un preciso metodo di analisi e di indagine, non si è limitata a descrivere le trasformazioni del proprio tempo ma è stata capace di anticiparle
Un arcipelago di riviste, gruppi politici e teorici scandiscono il percorso di un pensiero che ha conosciuto rotture, salti, discontinuità. Eppure, molto di quell’esperienza ancora permane ai giorni nostri. Non come sedimento di un secolo mai consumato ma come capacità di lettura del futuro nelle pieghe del presente.
Nel cd 39 copertine e schede delle riviste storiche, una bibliografia, i link e le liste di discussione e le interviste integrali a Romano Alquati, Alberto Asor Rosa, Marco Bascetta, Paolo Benvegnù, Franco “Bifo” Berardi, Lapo Berti, Sergio Bianchi, Sergio Bologna, Aldo Bonomi, Guido Borio, Paolo Buran, Bruno Cartosio, Andrea Colombo, Giovanni Contini, Dario Corbella, Valerio Crugnola, Giairo Daghini, Mario Dalmaviva, Massimo De Angelis, Alisa Del Re, Ferruccio Dendena, Rita Di Leo, Valerio Evangelisti, Silvia Federici, Carlo Formenti, Ferruccio Gambino, Pierluigi Gasparotto, Romolo Gobbi, Mauro Gobbini, Claudio Greppi, Enrico Livraghi, Romano Màdera, Alberto Magnaghi, Brunello Mantelli, Christian Marazzi, Maria Grazia Meriggi, Sandro Mezzadra, Vincenzo Miliucci, Enzo Modugno, Giorgio Moroni, Yann Moulier Boutang, Toni Negri, Giancarlo Paba, Mario Piccinini, Franco Piperno, Domenico Pozza, Marco Revelli, Vittorio Rieser, Pier Aldo Rovatti, Renato Rozzi, Oreste Scazlone, Raf “Valvola” Scelsi, Emilio Soave, Maria Teresa Torti, Mario Tronti, Benedetto Vecchi, Paolo Virno, Lauso Zagato.

Un Assaggio

Questo è un libro in-concluso. Sono le ricerche accademiche quelle che iniziano e finiscono, con i complimenti dei detentori della Cultura o i soldi del committente: sapere morto da consegnare ai polverosi scaffali dei luoghi preposti a custodirlo. In-conclusa, fecondamente in-conclusa e non approssimativamente precaria, deve invece essere qualsiasi ricerca politica e sociale che si proponga per qualcosa come una trasformazione radicale dell’esistente… È una ricerca che si colloca temporalmente in uno snodo importante: il giro di boa del millennio sembrava destinato a consegnarci un capitalismo sempre più trionfante, apparentemente capace di risolvere tutte le proprie contraddizioni, fino ad arrivare a quella fondamentale. Invece, ecco irrompere sulla scena cospicue minoranze in movimento che rivendicano un altro mondo possibile. «No-global» sono stati definiti dai mass-media, e talvolta così si sono autodefiniti. Ma forse adesso possono compiere un salto importante: non più astrattamente contro la globalizzazione, ma concretamente movimenti globali anticapitalisti. Dentro e contro, nell’ambivalenza dell’odierna transizione. Non è un passaggio dato: bisogna conquistarlo soggettivamente
In questo nuovo contesto, parlare di operaismo può far pensare a un ritorno al passato, o tutt’al più a una meritevole ricerca storica. Né l’uno né l’altra. Ma non è nemmeno un tentativo di riproposizione: le esperienze politiche trascorrono, legate a contesti particolari, a soggetti che sono unici, a realtà che non si ripetono. A essere oggi vivi sono invece diversi nodi che nel presente si ripropongono in forme nuove e in una situazione sicuramente mutata. Per questo interroghiamo i protagonisti di quell’esperienza straordinaria che ha preso vita in due decenni innervati da movimenti e da un livello di conflitto sociale che non hanno pari nel dopoguerra di questo Paese. Perché stra-ordinario è stato l’operaismo italiano, nelle sue due fasi: quella degli anni Sessanta, formatosi nelle esperienze dei «Quaderni rossi» e di «Classe operaia», ma prima ancora di alcuni gruppetti locali; e quella iniziata nel ’68-’69 e poi dispiegatasi per tutti i Settanta, a partire da Potere operaio per arrivare alle diverse Autonomie più o meno organizzate. Anticipando, diciamo fin d’ora che bisognerebbe parlare di secondo operaismo, per distinguerlo dal primo, nato a cavallo dei due secoli trascorsi e caratterizzato dal riferimento politico alla figura dell’operaio di mestiere. Questo secondo operaismo è cresciuto in un periodo particolare, segnato dall’arretratezza di un’Italia che solo allora entrava nel taylorismo-fordismo, e vi ha portato dentro una lettura socio-economica nuova e dirompente. Ma soprattutto, in un simile contesto ha per primo parlato di operaio-massa, individuando in esso il soggetto in fieri temporaneamente baricentrale e trainante dello scontro di classe. Ed è stato un operaismo politico, in contrasto con il populismo di altri «operaismi» precedenti o contemporanei, in rottura con l’oggettivismo e l’economicismo della tradizione socialcomunista. Non più l’operaio come soggetto debole da difendere e assistere, ma come forza di parte da usare in un progetto rivoluzionario. Potenzialmente capace non solo di essere anticapitalista, ma anche di muoversi contro se stesso. Non più l’iconizzato eroe-martire del socialismo e della Resistenza, puro angelo del bene… Ma gli operaisti non ci lasciano solo ricchezze ed euristici rovesciamenti di prospettiva («prima la classe e poi il capitale»): ci consegnano anche i pesanti fardelli di errori e limiti su cui le varie esperienze si sono esaurite o sono state sconfitte. Uno per tutti, il più pesante: l’incapacità di elaborare un nuovo progetto politico adeguato alla propria rottura con il socialcomunismo storico…